* INFORM *

INFORM - N. 237 - 12 dicembre 2001

Un articolo del Presidente dell'Istituto Fernando Santi

Sulla Conferenza Stato-Regioni-CGIE e non solo

ROMA - Il recente Consiglio degli Italiani all'Estero nella sua riunione plenaria del 5 dicembre scorso ha bene messo a fuoco le possibili opzioni operative per un funzionamento efficace della Conferenza Stato-Regioni-CGIE.

Si è trattato di un avvio formale della preparazione di tale importante sede di definizione degli interventi volti agli italiani all'estero che, ci auguriamo, possa, con successo, svolgersi alla data prevista.

Il dibattito dell'ultimo CGIE si è sviluppato in contemporanea con una grave crisi delle relazioni internazionali dell'Italia con gli altri paesi europei.

Le soluzioni tecniche perché la Conferenza produca frutti (Accordo di Programma su progetti ed aree di intervento, Fondo Nazionale per il cofinanziamento di azioni comuni di Regioni e Stato) possono contribuire ad ovviare - in linea di principio - a ritardi e latitanze nell'intervento dell'Italia verso gli italiani all'estero.

Il protagonista nuovo, emergente dell'iniziativa rivolta a comunità italiane, connotate regionalmente, l'ente Regione, per responsabilità e ruolo in grado di concorrere insieme allo stato nella realizzazione di interventi programmati, organici e mirati, nella comune azione con lo stato troverà sicuramente giovamento e produrrà contemperamenti dei distinti e diversi ruoli.

A fronte del grande rilancio dell'intervento verso gli italiani all'estero veicolare - come è stato scritto - il modo di vivere italiano in costante interazione con le culture degli altri paesi sarà però, a nostro giudizio, cosa difficile e complicata se nei paesi dove in diversa misura si è compiuta l'integrazione dei lavoratori italiani e delle loro famiglie comincia a declinare una naturale simpatia verso tutto quello che è italiano e dall'amicizia si passa alla critica ed al dissenso esplicito e collettivo.

Per quanti italiani - e noi fra questi - hanno acquisito una sorta di complementare duplicità culturale per effetto del permanente contatto con quegli altri gli italiani che hanno mescolato - lungo il corso della loro vita - il proprio modo di essere e di operare accanto ad altri, cittadini dei paesi d'accoglienza, è motivo di disagio constatare come non poche scelte del governo consumino in breve tempo immagine e sostanza della presenza italiana all'estero.

Non si tratta di responsabilità da imputare a quanti operano dalla Farnesina quanto piuttosto al governo nel suo insieme.

In Europa, da sempre alla testa del movimento europeista, ci troviamo oggi, con grande disagio, a prendere atto che i comportamenti assunti dal nostro paese risultano incomprensibili ai governi europei di centro-destra come a quelli di centro-sinistra.

Nella alleanza Nato e nell'amicizia con gli Stati Uniti, si è ecceduto in manifestazioni ed esteriorità ad uso interno; mentre la lotta al terrorismo assumeva la dura concretezza della guerra si è aperta la discussione fra interventisti e temporeggiatori.

Se il fulcro di una possibile rivincita sul terrorismo passa attraverso la pace, basso è oggi il profilo italiano rispetto ad una azione di pace, politicamente incalzante, che l'Europa potrebbe avviare verso gli Stati Uniti, il Governo israeliano e l'Autorità palestinese.

Giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza fra i paesi sono ormai riconosciuti anche dai massimi responsabili dei sistemi finanziari della globalizzazione economica come necessari per togliere al terrorismo santuari e soldati.

Gli italiani che vivono ed operano all'estero devono in primo luogo potersi identificare con la madre patria sulla base di valori condivisi e che siano condivisibili da parte di quanti con loro condividono la quotidianità in quanto concittadini dei paesi d'accoglienza.

Quando ciò non avviene le lacerazioni e le conseguenze sono parimenti immaginabili.

Non sono condivisi e condivisibili i valori di chi si allontana dall'Europa quando bisogna definire il razzismo e la xenofobia come reati; quelli di chi pensa ad una politica di potenza fatta di muscoli da mostrare e di belle parole da dire non sono i valori condivisibili.

I valori importanti, ce li ricorda tutti i giorni il Presidente della Repubblica, sono quelli della costituzione repubblicana di un paese, come il nostro, la cui odierna vocazione è quella per una Europa unita e democratica in grado di condizionare quelle politiche economiche sovranazionali a causa delle quali l'occupazione è divenuta una variabile indipendente e gli immigrati merce- lavoro da utilizzare semestralmente.

Il governo attuale, certamente risultante di un voto democratico, appare tuttavia, nella sua composizione e nel suo programma contraddittorio, il meno adatto a tenere insieme il valore imprescindibile della unità nazionale e del federalismo, la costruzione dell'Europa dei cittadini ed una politica di accoglienza degli immigrati.

Guardando ai prossimi mesi ed al lavoro che ci attende verso la Conferenza è legittimo domandarsi: dentro quale politica estera si collocano e si armonizzano le finalità, da noi largamente condivise, della prossima Conferenza Stato - Regioni CGIE? (Piero Puddu*-Emigrazione Notizie/Inform)

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* Presidente dell’Istituto Fernando Santi, Consigliere del C.G.I.E.


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