* INFORM *

INFORM - N. 229 - 30 novembre 2001

Un intervento di Rodolfo Ricci, Coordinatore nazionale della FILEF

Voto all’estero - Un’occasione storica nel tempo globale

ROMA - Il risultato della Camera che ha approvato la proposta di legge sull’esercizio di voto all’estero con una buona maggioranza, ma anche con una notevole opposizione sull’articolo 8, (141 i voti contrari, 315 a favore), è da salutare evidentemente con sollievo ed apprezzamento; c’è da cogliere come in questi ultimi anni, sia mutato in modo consistente l’atteggiamento di molti parlamentari rispetto alla effettiva comprensione della natura e della entità dell’emigrazione italiana nel mondo; il risultato di questo voto parlamentare, è il risultato di un lavoro assiduo, portato avanti con convinzione a livello associativo, dal CGIE, dalle rappresentanze dei Partiti, e che si è avvalso di contributi personali di spicco, a partire dal Ministro Tremaglia, dall’ex Ministro Fassino, dal Sottosegretario Danieli, e da altri autorevoli esponenti del Centrosinistra; un lavoro che aveva già conseguito un risultato fondamentale in occasione del voto sulle modifiche costituzionali ottenuto nella precedente legislatura.

C’è a questo punto da auspicare che la legge venga approvata con lo stesso testo al Senato, superando le probabili critiche di incostituzionalità dell’art. 8, il quale invece, risponde coerentemente all’impostazione già data in occasione della revisione dell’articolo 48 della Costituzione.

Il valore, la consistenza, dell’esercizio di voto all’estero sta infatti proprio qui: un corpo elettorale sull’ordine del 7% della popolazione italiana, esprime una propria rappresentanza, di molto inferiore a quella percentualmente ottenibile all’interno della Legge Ordinaria (meno della metà), proprio perché gli viene riconosciuta una sua specificità; se così non fosse, sarebbe legittima la richiesta di una rappresentanza proporzionale analoga a quella applicata dentro i confini italiani, cosa che, come è noto, non ha mai trovato particolare sostegno, e sarebbe anche condivisibile la posizione di chi è critico verso l’articolo 8 della proposta di legge.

Certo, il voto all’estero arriva molto in ritardo, rispetto ai tempi storici che lo avrebbero meglio giustificato, quello in cui i legami con la madrepatria erano maggiori, perché più recente era l’emigrazione, meno avanzati i processi di integrazione.

Però, il voto all’estero, per chi sa ben leggere, continua a costituire una grande occasione per l’Italia: l’occasione di disporre di un contributo positivo nel tempo della globalizzazione, con tutti i suoi aspetti positivi, negativi, critici.

Se l’emigrazione italiana saprà esprimere la giusta qualità, questi nuovi parlamentari potranno meglio farci confrontare con tutto ciò che oggi significano interculturalità, integrazione, identità multiple, e ancora ragioni di scambio nord-sud, marginalità, povertà, welfare, cooperazione economica, sociale, culturale, potranno farci meglio comprendere cosa significano pace e democrazia, e molte altre cose le quali stanno già potentemente sul tappeto e ci resteranno per i decenni a venire.

Il rischio di una rappresentanza "separata" dal resto esiste solo in una prospettiva neonazionalistica che siamo tutti chiamati a sconfiggere, perché demagogica, perché non realistica, perché fuori dal tempo. Già su questo si può cominciare a intravedere qualche discrimine in termini politici e di contenuto che dovrà improntare una futura campagna elettorale nell’enorme circoscrizione estera in cui è dispersa la collettività italiana nel mondo, che è un popolo di migranti vecchi e nuovi.

In questi paesi, in questi luoghi, la collettività italiana discute, fa politica, da battaglia su questi temi, e probabilmente è unitaria, divisa o articolata analogamente a quanto accade in Italia o nelle comunità autoctone dei paesi in cui risiede. (Rodolfo Ricci *–Emigrazione notizie/Inform)


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