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INFORM - N. 222 - 21 novembre 2001

RASSEGNA STAMPA

Il Corriere della Sera, 21 novembre 2001

Il voto agli italiani all'estero. Le comunità in Sud America.La gioia dei nostri emigranti: diritto sacrosanto dopo tante lotte

Antonio Macrì (Argentina): Ora dobbiamo vigilare affinché nei successivi passaggi non venga modificato l'articolo che introduce per i "nostri" candidati l'obbligo di risiedere all'estero.

ROMA - La notizia arriva al di là dell’Oceano a metà mattina ed è per tutti una buona novella. Attesa da anni. A Buenos Aires, l’esito del voto della Camera piomba (via satellite) in mezzo a una riunione convocata dall’Ambasciata d’Italia con tutti i consoli e i responsabili dei Comites (Comitati italiani all’estero): "Finalmente!", esclama felice al telefono Antonio Macrì, vice segretario del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) con delega per tutto il Sud America. Macrì, emozionato, riprende fiato e aggiunge: "Finalmente prende corpo una nostra aspirazione. Vedrete, la legge sarà utile non solo per noi ma per l’Italia intera".

Macrì, un romano emigrato 50 anni fa che oggi dirige l’ospedale italiano di Buenos Aires, fa parlare le cifre: "Qui in Argentina siamo in ottocentomila con il passaporto italiano", un milione e 200 mila circa in tutta l’America Latina. E a nome di tutti, anche di quei milioni di connazionali che vantano un nonno italiano pur essendo cittadini argentini, ringrazia i deputati: "Dico questo perché, anche con il voto segreto, la legge è passata con una larga maggioranza". Ma Macrì non si fa illusioni: "Ora dobbiamo vigilare affinché nei successivi passaggi non venga modificato l’articolo che introduce per i "nostri" candidati l’obbligo di risiedere all’estero". Il direttore dell’ospedale italiano di Buenos Aires conferma che non si candiderà: "Ci sono molti nomi autorevoli che girano qui in Argentina ma non chiedetemeli, non vorrei bruciarli".

A Maracaibo (Venezuela), la signora Fedora Dionisio Di Marco è già a lavoro nella sua azienda di trasporti: "Sono felice perché aspettiamo questa legge da molto tempo. Abbiamo lottato e finalmente ci viene riconosciuto un diritto sacrosanto", urla nella cornetta la vulcanica imprenditrice originaria dell’Aquila che si è trasferita in Sud America nel 1980. La signora Di Marco parla a nome di 17 mila residenti nell’area di Maracaibo (sono 116 mila in tutto il Venezuela) con tanto di passaporto italiano e sa bene che dietro l’angolo ci sono mille insidie: "Il primo rischio è che i nostri rappresentanti finiscano per essere fagocitati dai partiti. E poi c’è un secondo problema: i 6 senatori e i 12 deputati rappresenteranno praticamente tutte le terre emerse. Come faranno a mantenere i collegamenti con le comunità che li eleggeranno? A Roma, in Parlamento, si lavora dal martedì al venerdì e loro non potranno mica tornare a casa per il fine settimana".

Così l’avvocato Walter Petruziello, rappresentante di 40 mila italiani residenti negli Stati del Paranà e di Santa Catarina (Brasile) propone che gli eletti tornino a occuparsi delle comunità almeno una volta al mese: "Bisogna ricordare che qui si vota soprattutto per le persone e non per i partiti". Petruziello, un liberale che si sente vicino alle posizioni di Forza Italia, non nasconde la sua intenzione di candidarsi e già sa che il suo avversario potrebbe essere il popolare Luigi Barindelli residente a San Paolo.

La legge ormai vicina al traguardo fa esultare tutti gli italiani residenti all’estero: sono circa 3 milioni e 930 mila quelli ufficialmente registrati. Ed è molto soddisfatto il segretario del Consiglio generale degli italiani all’estero, Franco Narducci, che dalla Svizzera ringrazia il ministro Tremaglia e tutte le forze politiche: "E’ stata una prova del forte senso di responsabilità e coerenza del Parlamento". (D. Mart.)


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