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INFORM - N. 220 - 19 novembre 2001

Svizzera, lavoro nero, clandestini e immigrazione

ZURIGO - Dalle cifre rimbalzate sui media la settimana scorsa, dobbiamo dedurre che la Svizzera è sempre più un "paese normale", alle prese con problemi strutturali che le nazioni confinanti conoscono da tempo. Di essi, il lavoro nero è sicuramente il più duro da sconfiggere, soprattutto quando è caricato indebitamente, come è accaduto in Italia per molto tempo, di significati economici che fanno pensare alla sua tolleranza, collocandolo di volta in volta nella sfera "dell’economia sommersa" o della disarticolazione del mercato del lavoro.

Secondo un’indagine non ancora conclusa, condotta dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni, il lavoro nero in Svizzera riguarderebbe ben 180'000 persone. A questo dato impressionante si è giunti valutando le risposte fornite in via del tutto anonima da 821 imprese elvetiche. Le proiezioni numerica dell’indagine richiede tuttavia cautela, e su questa linea si pone il Forum stesso.

Ma è indubbio che i fatti a cui abbiamo assistito anche di recente, come quello dei "sans papiers" a Friborgo, testimoniano l’ampiezza del lavoro abusivo, quantificato dall’indagine in una platea variante da 70 a 180 mila unità.

Ed ancora una volta il fenomeno pone in primo piano il coinvolgimento della manodopera straniera. Infatti, i settori d’attività dove questa piaga è particolarmente estesa sono l’agricoltura, l’edilizia e il turismo, aree lavorative che tradizionalmente occupano forza lavoro straniera e da sole assorbirebbero, secondo una stima prudente, minimo 60 mila unità lavorative.

Si potrebbe pensare subito ai richiedenti d’asilo, ma l’indagine lo smentisce: i richiedenti d’asilo coinvolti nel lavoro senza autorizzazione sarebbero poche migliaia. Pertanto, si deve indagare in altre direzioni, esplorando soprattutto la realtà dei clandestini, di cui i "sans papier" costituiscono la facciata più dura e inquietante.

Al riguardo, tralasciando per ragioni di spazio gli aspetti umanitari e le politiche d’integrazione, occorre anzitutto una distinzione sulle cause che hanno prodotto i "sans papiers". Si deve distinguere cioè tra gli immigrati che sono arrivati illegalmente in Svizzera in cerca di lavoro, e quelli che possedevano un permesso di soggiorno e lo hanno perso per le ragioni più svariate.

A quest’ultimo gruppo appartengono, per esempio, i richiedenti d’asilo respinti, gli stagionali che non hanno avuto il rinnovo del permesso, oppure le donne straniere che hanno perso il permesso di soggiorno in seguito alla separazione o al divorzio. Non si possono ignorare allora le responsabilità che provocano lo stato d’illegalità per gli appartenenti al predetto gruppo, identificabili nella fattispecie nelle norme di legge stesse oppure nei cambiamenti di rotta intervenuti nella politica degli stranieri elvetica.

I nostri Paesi dovranno sempre più confrontarsi con la pressione proveniente dalle nazioni povere che alimenta l’immigrazione clandestina, ma anche con la necessità di soddisfare i bisogni del mercato del lavoro e dell’economia (si pensi, per esempio, al mercato immobiliare e all’alimentazione del sistema previdenziale).

Dando per scontata l’adozione di criteri severi, soprattutto in termini di controllo, si deve regolarizzare la posizione delle persone appartenenti al primo gruppo di immigrati illegali, cominciando da quelle che vivono in Svizzera da almeno 4 anni e hanno un lavoro fisso. Inoltre, si dovrebbero obbligare i datori di lavoro che hanno approfittato della presenza illegale di queste persone, a mettere in campo iniziative per la loro integrazione professionale. Non si devono poi tralasciare i provvedimenti per una più serrata lotta al lavoro nero e alla tratta delle persone praticata dalle organizzazioni criminali.

Per coloro che vivono in Svizzera illegalmente dopo la perdita del permesso di residenza, vittime della rigidità delle leggi o delle modifiche intervenute in itinere, si deve procedere alla regolarizzazione senza irrigidirsi sulla durata della loro permanenza od occupazione. I lavoratori stagionali della ex-Jugoslavia, precipitati nella clandestinità all’inizio degli anni ’90, dopo il brusco riorientamento della politica svizzera in tema d’immigrazione, devono riottenere il permesso di soggiorno.

Un obiettivo che deve essere perseguito anche per le donne straniere che non hanno più il permesso a seguito di vicende familiari. Nel caso dei richiedenti d’asilo che vedono respinta la loro domanda, si devono prevedere per lo meno misure d’accompagnamento per facilitare il loro rimpatrio. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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