* INFORM *

INFORM - N. 218 - 15 novembre 2001

Da Emigrazione notizie"

Ein Beispiel von Toleranz in dunkeln Zeiten.

(Un esempio di tolleranza in tempi bui)

ROMA - Sorvoliamo - si fa per dire - sul fatto che la "Arbusto", la compagnia petrolifera texana di proprietà dei Bush, sia stata fondata con circa il 30 per cento dei capitali forniti dalla famiglia Bin Laden; sorvoliamo, si fa per dire, sul fatto che Osama Bin Laden, prima di essere rinnegato dalla propria famiglia, sia stato per ben oltre un decennio agente della CIA e che in accordo con la CIA abbia sostenuto e diretto il movimento fondamentalista dei Talebani, in funzione antisovietica; sorvoliamo anche sul fatto che i movimenti fondamentalisti siano nati e cresciuti, guarda caso, in tutti i paesi arabi "moderati", quelli sostenuti dagli USA e dall’occidente cristiano, e che non altrettanto sia accaduto nei paesi arabi "non moderati", la Libia, la Siria, l’Iraq, i quali sono storicamente paesi laici, che però, non essendo troppo allineati con gli USA, ha consentito loro di acquisire l’appellativo di "stati canaglia"; sorvoliamo quindi sul fatto che il fondamentalismo islamico, se non è proprio un prodotto "made in USA", è stato assemblato con materiali e componenti vari e complementari di cui quello "made in USA" è un pezzo non secondario; sorvoliamo sul fatto che l’area del Golfo e l’Afganistan è interessante e degna di intervento essenzialmente in quanto via del petrolio, e non tanto per il burka e la condizione femminile, la quale, in questi anni, è stata scientificamente ignorata in occidente; lasciamo in second’ordine il fatto che nessuno ha ancora chiarito pubblicamente chi siano i responsabili degli odiosi attentati dell’11 Settembre, cosa che ci fa sperare che almeno i nostri figli o nipoti (tra cinquanta anni, o cento, a seconda della norma che si applicherà sugli accadimenti top secret) potranno avere questa soddisfazione; lasciamo in secondo piano anche il fatto che siano in molti, compreso il Dipartimento di Sicurezza USA ad ipotizzare strane alleanze interne ed esterne nella attuazione della strategia terroristica, e che i capitali delle forze del terrore siano state allevati, ben custoditi e transati nelle banche e nelle borse dell’occidente, per cui oggi siamo a rincorrerne società e intermediari; tralasciamo, in buona sostanza, il fatto che il sistema appare abbastanza marcio e pieno di crepe di varia natura; (ciò che si tenta in tutti i modi di nascondere). Tutto questo, ed altro ancora, che costituirebbe elenco lungo e poco edificante, lo mettiamo per un attimo da parte: ma questa guerra - perdonateci l’ingenuità - a cosa serve ?

Il 12 settembre, come FIEI, abbiamo diffuso un comunicato nel quale auspicavamo misure rapide, mirate e selettive per colpire i responsabili del terrificante attentato di New York e Washington. Assieme al cordoglio per le migliaia di vittime e alla comunità italiana negli USA che ha perso centinaia di connazionali ed oriundi nella strage delle torri gemelle, indicavamo come fondamentale impegnarsi per una nuova politica internazionale volta al riequilibrio delle ragioni di scambio e delle risorse, cioè ad un grande impegno di cooperazione internazionale, per ricostruire una dimensione positiva e che consentisse di togliere qualsiasi alibi e terreno di coltura al terrorismo.

In questi due mesi, purtroppo, poco di tutto ciò, si è visto. Siamo tragicamente approdati ad una dimensione di guerra che pare essere divenuta inevitabile e addirittura, per alcuni, entusiasmante o dovuta; di questa guerra però non si riesce, con tutta la buona volontà, a capire quale coerente obiettivo essa abbia, quale conseguente strategia, per la cattura di bin Laden, essa possa raggiungere, quale positivo quadro internazionale da essa possa scaturire.

Certo è che ogni auspicato sforzo per cambiare rotta, per utilizzare questa tragica occasione per una ricomposizione positiva delle relazioni tra popoli e nazioni, appare in questo momento distante, se non dispersa nel flusso inevitabile degli eventi, nelle migliaia di morti nei deserti afgani, che si succedono alle migliaia nella luccicante Nuova York.

Anche per noi, italiani, sembra essere giunta l’ora delle decisioni irrevocabili, quella da cui appunto si rischia di non tornare più indietro. Con uno schieramento politico, che, a parte Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e pochi dissidenti DS e della Margherita, mostra una attenzione prevalente alla opportunità di condividere una dimensione di potenza assieme agli altri presunti grandi, di un posto al sole per il dopoguerra che si paga con la partecipazione alla guerra (come è descritto in ogni sussidiario), piuttosto che ad una occasione di profilarsi come potenza di cooperazione e sviluppo, senza abiurare ad una dimensione europea, che, come volevasi dimostrare fa invece, purtroppo, l’ennesima acqua da tutte le parti.

Questa sinistra interventista assomiglia molto per cultura e caratteristiche a quella del secondo decennio del secolo scorso. Una sinistra che ha come obiettivo precipuo quello di dover dimostrare di essere meglio della controparte, secondo lo slogan "se governiamo noi, è meglio" (adoperato per convincere forze imprenditoriali riluttanti e i cosiddetti presunti nuovi ceti della modernizzazione, sul piano interno, per gli USA e l’Occidente finanziario, sul piano esterno). Una sinistra che quindi, proprio per questo, non costituisce prospettiva degna di particolare interesse per coloro che non appartengono o non si riconoscono pienamente nelle categoria descritte tra parentesi.

La cosa paradossale è che ciò avviene dentro un paese che per il 55% è contrario alla partecipazione alla guerra in Afganistan. Stranamente, i sondaggi sono utili solo quando debbono giustificare politiche di sicurezza, detassazione, privatizzazioni, norme di restrizione dei diritti, in particolare di quelle degli immigrati, mentre in questo caso non se ne tiene conto.

Tutti sembrano essere diventati statisti, purtroppo nel senso superficiale e da luogo comune che si da a questo termine: bisogna profilarsi sul panorama internazionale come statisti, esegeti della necessità insondabile dell’uso della forza; vale più l’uso della forza che l’oggetto, l’obiettivo, dell’uso della forza; "la bomba blu, la superbomba, quella che distrugge tutto nell’arco di un chilometro" è stata sganciata oggi, 7 settembre, in più siti ritenuti strategici.

Viene voglia di gridare che il pensiero, e la vista, sembrano essere inevitabilmente obnubilati; lo hanno descritto bene, in questi giorni, Furio Colombo, Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Dacia Maraini, e molti altri. Purtroppo questi rari intellettuali vengono dissolti dai sondaggi alternativi ordinati da Bruno Vespa nella sua "Porta a Porta", dove vanno a elemosinare un’apparizione, uno dietro l’altro, tutti, compresi quelli che sanno di andare al macello, come è accaduto anche ad Antonio Di Pietro una decina di giorni or sono, pubblicamente lapidato per aver inquisito tangentisti e frodatori.

Sondaggi, sicurezza, paura, ritorsione, immigrazione, civiltà superiore, antrace, guerra quotidiana, infinita, indefinita… . Termini che cominciano a costituire il nuovo vocabolario di cittadinanza.

Cosa si può dire, in questo sottofondo, in questo rumore di fondo che tutto tende a inglobare?

Per quel poco che ci compete, possiamo dire che tuttavia, per quanto insistente e raffinata, tutta questa propaganda di guerra, non ci convince; non riuscirà a convincerci; davvero; sorvoliamo su tutto, siamo comprensivi, disponibili…… ma non riusciamo, in tutta sincerità, ad ottenere soddisfazione nell’essere presi per i fondelli; viene in mente, forse inopportunamente in questi casi, il famoso detto di Totò, in un suo film, di cui al momento ci è difficile ricordare la trama, ma il cui titolo (o frase decisiva) costituisce momento ed opera immortale e definitiva: "Siamo uomini, o caporali ?".

Ad ognuno, secondo la propria natura, congenialità, libertà, posizione, la risposta. (Rodolfo Ricci, Segretario generale della FIEI)


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