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INFORM - N. 217 - 14 novembre 2001

A Oporto in mostra "il paesaggio nella pittura italiana nella prima metà del XX secolo"

OPORTO - Dal 14 novembre 2001 al 6 gennaio 2002 il prestigioso Museo Serralves d’Arte Contemporanea di Oporto ospita, nell’ambito delle celebrazioni per "Oporto 2001, Capitale Europea della Cultura" la Mostra "...là dove il sì suona. Il paesaggio nella pittura italiana della prima metà del XX Secolo". Ne sono promotori l’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, il Centro per la cultura e le arti visive Le Venezie di Treviso e lo stesso Museo Serralves, con il patrocinio del Ministero della Cultura Portoghese e del nostro Ministero degli Affari Esteri; gli sponsor Intesa Bci, Eni, Fiat, Merloni e Parmalat. La Mostra, con 59 opere di autori quali Funi, Savinio, Sassu, De Chirico, Morandi, Carrà, Cagli, De Pisis, Pirandello, Depero, Zigaina, Sironi, Rosai, ecc., appartenenti ai più prestigiosi Musei Italiani d’Arte Moderna (dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma al Revoltella di Trieste), si propone di ricostruire l’innegabile contributo italiano alla varietà e profondità dell’arte europea moderna, attraverso il ruolo che assume il paesaggio nei pittori, interpreti sensibili ed intelligenti artefici dell’immagine del "bel paese".

Nel tracciare i lineamenti di una storia del paesaggio, storia privata di qualche anello di congiunzione dopo i tragici avvenimenti recenti, l’attuale esposizione fa emergere una pluralità di situazioni. All’inizio del XX secolo alla mancanza di convergenza politica fra clericali e socialisti in un paese ancora fragile nelle sue strutture, corrispondono filoni culturali non unitari. Poli di attrazione culturale risultano Roma, da poco capitale del Regno, e Venezia, che dal 1895 si è imposta internazionalmente con la Biennale delle Arti.

A Roma, dove si chiede all’arte l’espressione di una realtà interiore di cui il mondo visibile sia uno stimolo o un simbolo parallelamente ad atteggiamenti filosofici e letterari, la natura ha funzione capitale favorendo il concetto di paesaggio come medium per far rivivere un passato mitico-eroico. Temi come il lavoro, la donna, acquistano un significato universale e le figure, quando esistono, usano espedienti che donano loro un carattere misterioso (Spadini, De Carolis, De Witt).

Gli artisti di Ca’ Pesaro, cercando un’evasione alla Venezia ufficiale della Biennale (Laurenti, Beppe Ciardi), che nell’esposizione del 1914 dimostra di non capire i nuovi aspetti dell’arte moderna ormai diffusa in Europa, creano il mito di Burano, immagine di un paesaggio vergine esaltato dalla luce, dall’acqua, dalla solitudine (Gino Rossi, Moggioli, Cavaglieri, Semeghini) o si inoltrano fra le tendenze divisioniste secondo una tecnica impiegata come strumento d’indagine sulla realtà (Springolo, Voltolin) per altro divulgata anche altrove (Bonomi), con risultati pre-futuristi a Roma (Balla e Boccioni). In ambiente cosmopolita gli autori triestini si innestano sulle secessioni di Monaco e di Vienna e pure verso un romanticismo inquieto e tormentato per la complessa situazione stretta da legami vitali con il mondo tedesco e nel contempo rivolta idealmente al legame con l’Italia (Guido Marussig). Passaggio obbligato per il Friuli, territorio in cui è fortemente radicata la civiltà rurale, è l’Accademia veneziana (Cargnel).

Aspetto rivoluzionario nella loro rivolta hanno sia il Futurismo, in tutte le sue accezioni, che l’enigmatico fatalismo Metafisico. Con mezzi espressivi adeguati il Futurismo ora battaglia "tra l’espansione industriale e la campagna agricola, intesi come futuro e passato" ora esplora lo spazio in termini astratti oppure lo attraversa con la velocità o con vedute aeree (Depero). L’esperienza Metafisica propone orizzonti non più collegabili né al primo piano né allo spazio con visioni di mistero (De Chirico, Carrà, Morandi).

Dalla fine della prima guerra, durante il fascismo e dopo la seconda guerra mondiale, tra la guerra in Abissinia, l’intervento nella guerra civile spagnola, le leggi razziali, gli artisti in Italia continuano a sperimentare con un ritorno all’ordine nell’ambito del terzo e quarto decennio del secolo. In chiave di Realismo magico e sintetico (Funi, Sironi) o di Realismo selvaggio (Sassu, Stradone, Arturo Martini). Contemporaneamente si sviluppano fenomeni non figurativi nel gruppo milanese attraverso atti di volontà e creazione irrazionale nei paesaggi poetici ove dominano fantasia e immaginazione (Magnelli). Un vivo sentimento della natura si esprime in posizioni solitarie (De Pisis con segni stenografici guizzanti di post-impressionismo; Rosai manifestando interesse al passato figurativo: Giotto e Masaccio, e ai coevi poeti toscani: Gatto e Luzi). I mutamenti generazionali, forti del luogo geografico in cui si sviluppano (Roma, Milano), confermano tuttavia il rapporto tra potenziale economico, politico, culturale e le manifestazioni artistiche. L’esigenza di classicismo, l’aspirazione all’ordine, la necessità di un metro comune muovono a Roma: Fausto Pirandello, Cagli e a Milano: Sironi, Tosi, Tomea. Una forma di mitizzazione della realtà-natura, madre di sensazioni, nella traiettoria del descrittivismo romantico, oltre al Simbolismo e la Metafisica, pervade, in cifre diverse, l’opera di tre maestri: Giorgio de Chirico, Savinio, Alberto Martini. Nei loro scenari si respira un’atmosfera ipnotica in cui il potere straripante dell’immaginazione ci riporta al meraviglioso quotidiano.

Da De Witt (1904) a Soldati (1950), per abbozzare una storia del paesaggio è sorta una volontà di trasgressione e di digressione nel presentare alcuni artisti che, meno noti nell’Olimpo dell’arte europea e internazionale, sono fondamentali per la conoscenza di un periodo della pittura italiana poiché testimoniano la continuità dei più significanti valori della sua tradizione. Accanto a questi sono proposti tre giovanissimi nel momento in cui la storia si arresta. Resta da evidenziare, oltre la presenza di artisti italiani a Parigi e a Monaco all’inizio del secolo, la stretta collaborazione che molti hanno avviato con riviste europee con una certa frequenza. Inoltre, lo scambio diretto con il mondo letterario e musicale da De Carolis, interprete del pensiero e della parola di D’Annunzio, a Savinio collaboratore di Stravinsky e di Offenbach prima del 1950. (Inform)


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