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INFORM - N. 211 - 6 novembre 2001

L'editoriale di "Corrispondenza Italia"

Politiche di giustizia per vincere la guerra civile mondiale

ROMA - Mentre infuria una guerra che ci appare tanto più spaventevole quanto più inedita nelle sue forme e modalità, del tutto diversa dal passato, non è solo un esercizio di auto-riassicurazione quello che deve spingerci - rileva "Corrispondenza Italia" - a distogliere lo sguardo dalle cose troppo immediate e contingenti per guardare ad orizzonti più generali e (forse, proprio per questo) più sereni.

Non è vero infatti - prosegue il notiziario per l'estero del patronato Inas-Cisl - che il mondo sta andando per il peggio. E basterebbe un solo dato, che non riguarda i "ricchi e benestanti popoli del Primo mondo". Nel mezzo secolo che è immediatamente alle nostre spalle, per esempio, il numero percentuale delle popolazioni in povertà assoluta è passato dal 50 al 24 per cento; mente coloro che versano in serie difficoltà alimentari potrebbero scendere dal 35 per cento del 1970 al 6 per cento dei prossimi 30 anni se le cose migliorassero allo stesso ritmo - certo insoddisfacente - di questi anni.

E’ evidente che le cifre in percentua1e fanno meno impressione di quelle espresse in unità, dietro ognuna delle quali c’è l’inaccettabile dolore non solo di un corpo ma anche l’umiliazione della dignità della persona umana. Dall’altra parte i numeri sono sempre e comunque un’astrazione che copre con un manto uniforme dislivelli e ingiustizie che magari da qualche parte crescono e si incancreniscono. La situazione dell’Africa difatti, nel trentennio trascorso, ha visto precipitare il reddito pro-capite in 32 paesi, mentre solo 7 hanno ridotto le distanze con le aree industrializzate. E ancora, se restringiamo la visuale agli ultimi 10 anni, rileviamo che è rimasta costante la quota di persone che sopravvive con meno di un dollaro al giorno.

Allineando dunque i dati economici per cercare il bandolo della contraddittorietà e ambiguità dei numeri, giungiamo sempre a una constatazione: per costruire un futuro migliore non bastano i progressi della tecnica e della scienza se non si aggiunge alle loro potenzialità il sale di una visione politica complessivamente all’altezza dei tempi e della profonda domanda di giustizia che i popoli svantaggiati esprimono. Tra le illusioni andate in frantumi in queste settimane, infatti, non c'è solo quella della invincibilità della superiorità tecnologica rispetto al fattore umano, sia pure deviato dal fanatismo fondamentalista, ma c’è anche l’illusione di una scienza sociale come quella dell’economia dei mercati globali ritenuta progressiva di per sé e tanto più salvifica quanto più liberata dai vincoli, dai controlli e dalla guida rappresentata da una politica che si faccia carico di restaurare continuamente gli equilibri della giustizia distributiva che sono il fondamento etico della coesione umana.

Nuovo primato della politica, dunque. Ma non della politica che abbiamo imparato da qualche secolo a vedere istituzionalizzata nella potenza degli Stati nazionali oppure (all’interno delle singole comunità) nel primato gerarchico dei governi (o degli eserciti o ministeri o magistrature) rispetto alla società civile. Non assumere questo cambiamento significherebbe non vedere che la guerra mondiale in atto, nella quale l'Italia è schierata con Ia coalizione dei paesi che vogliono sconfiggere il terrorismo, è guerra civile, perfino pre-ideologica, i cui precedenti vanno ricercati addirittura nell'Europa del 4-500 (non a caso, anche allora era la "religione’ a fornire il pretesto).

Grande è dunque, nel nuovo scenario, il ruolo di organismi non-statali, trasversali e tendenzialmente universali. E pensiamo non solo alla nostra Chiesa e non solo al sindacalismo internazionale di cui siamo parte, ma anche alle comunità globalizzate degli uomini di cultura e di scienza, alle comunità di lavoro e di identità territoriali. Saranno questi difatti i luoghi privilegiati della rigenerazione della politica nel XXI secolo. (Inform)


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