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INFORM - N. 209 - 4 novembre 2001

Dino Nardi (CGIE): Lingua e cultura italiana nel mondo. Tra chiacchiere e contraddizioni

ZURIGO - Come ogni anno, quando l’estate volge al termine ed arriva l’autunno, insieme ai funghi, alle castagne ed alla vendemmia arrivano anche puntualmente i problemi legati all’inizio dell’anno scolastico ed all’estero quelli dei corsi di lingua e cultura italiana e, con quest’ultimi, conseguentemente, anche quelli della difesa e della promozione della lingua e della cultura italiana in generale. Ne sanno qualcosa, in proposito, i genitori, gli alunni e gli enti gestori dei corsi in Svizzera che, anche quest’anno, hanno dovuto fare i conti con il taglio del numero dei docenti, con un numero di docenti "congelati" e cioè in attesa di ulteriori decisioni "romane" che oltre che mettere in grosse difficoltà gli utenti e gli addetti ai lavori, in molti casi, fa fare anche brutta figura con le autorità scolastiche locali laddove i corsi di lingua e cultura sono integrati nella scuola svizzera. E senza dimenticare gli ormai cronici ritardi nell’invio dei finanziamenti da parte dello Stato italiano che creano grossi problemi di sopravvivenza agli stessi enti gestori dei corsi.

Ottima, quindi, l’iniziativa presa dalla Commissione continentale Europa-Africa del Nord del CGIE di voler dedicare l’ultima sua sessione, tenutasi recentemente a Peterbourough in Gran Bretagna, alla problematica dei corsi di lingua e cultura italiana ed alle nuove strategie ed al ruolo degli enti gestori dei corsi nelle realtà nazionali.

TUTTO IL MONDO È PAESE

Ebbene a commento di questi lavori possiamo dire che "Tutto il mondo è Paese". Infatti dalle varie ed interessanti relazioni introduttive che ci sono state, ma anche dai numerosi interventi che si sono succeduti nei due giorni di lavori della Commissione abbiamo avuto l’ennesima conferma che i problemi e le questioni legate alla difesa ed alla promozione della lingua italiana nel mondo sono più o meno gli stessi nei diversi Paesi europei. Anzi, possiamo affermare che sono gli stessi in tutto il mondo, come testimoniano gli interventi dei consiglieri del CGIE degli altri continenti che abbiamo avuto modo di ascoltare sia nelle assemblee plenarie del Consiglio Generale che in altre sedi. Ma non solo questo. Credo che possiamo pure affermare che molti dei problemi evidenziati a Peterbourough siano addirittura vecchissimi, trascinandosi fin dalla prima Conferenza nazionale dell’Emigrazione del 1975 ed altri dal Convegno di Montecatini del marzo 1996.

I PROBLEMI

Problemi legati, per esempio, all’insufficiente finanziamento dello Stato italiano. Infatti secondo lo stesso Ministro Marsili (Direttore Generale della Direzione Generale degli Italiani all’Estero e delle Politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri) nel 2000, nel settore della difesa e della promozione della lingua e della cultura italiana, nella sola Europa, sono state messe in atto 9’748 iniziative che hanno coinvolto 106'443 utenti per una spesa sul capitolo 3153 di circa 21 miliardi di lire. Per cui risulta che per ogni utente lo Stato italiano ha speso all’incirca solo 200'000 lire. Cioè una miseria: come voler fare le nozze con i fichi secchi!

Problemi legati al disimpegno dello Stato, nella gestione diretta dei corsi di lingua e cultura italiana, iniziato nel 1993 e che sta proseguendo anno dopo anno incurante delle proteste di tutti gli addetti ai lavori (dai genitori all’associazionismo, dai Comites allo stesso CGIE). Tanto da far prevedere che molto presto a gestire i corsi resteranno i soli enti gestori privati.

Problemi legati ai ritardi dei finanziamenti da parte dello Stato agli enti gestori che si vedono, così, depauperare dagli interessi bancari passivi le già scarse risorse finanziarie.

Problemi legati alla presenza sul mercato di troppi enti gestori che troppo spesso operano in modo del tutto autonomo e senza coordinamento creando anche situazioni di rapporto di lavoro discriminanti tra docenti di ruolo ed insegnati assunti in loco e pure tra quest’ultimi a seconda dell’Ente per cui lavorano. Quindi frustrazioni che si ripercuotono poi negativamente sugli alunni.

Troppi problemi, e questi citati sono solo alcuni esempi, ai quali occorre porre rimedio al più presto. Sia rimodulando la presenza degli enti gestori nelle varie nazioni che prevedendo regole uniformi. Ma, soprattutto, garantendo risorse finanziarie certe e puntuali. Altrimenti sarebbe bene che gli enti gestori chiudessero tutti i battenti mettendo lo Stato di fronte alle sue responsabilità: ovvero che ritorni lui a gestirsi in prima persona i corsi di lingua e cultura.

Senza dimenticare che, poi, anche nella difesa e promozione della cultura e della lingua italiana siamo il Paese delle grandi chiacchiere e delle ricorrenti contraddizioni.

LE CHIACCHERE

Perché mentre si continua a disquisire sulla Legge 153/1971 è, invece, impellente che si faccia una nuova legge più moderna ed attuale alle esigenze delle comunità italiane all’estero di questo inizio secolo. Non è più possibile che si vada ancora avanti con questa legge, vecchia di trenta anni, che quando venne emanata fu ispirata essenzialmente dal desiderio dei proponenti e del legislatore di voler provvedere affinché i figli degli emigrati imparassero la lingua e la cultura italiana in un’ottica di rimpatrio e quindi di reinserimento nel ciclo scolastico italiano. Oggi coloro che frequentano questi corsi, essendo ormai nipoti e pronipoti di emigrati, certamente non hanno alcuna prospettiva di rimpatrio, se non in casi rari, e quindi i corsi debbono essere ripensati diversamente. A questo proposito, prendiamo atto con soddisfazione di quanto comunicato dal Ministro Marsili e cioè che la legge 153 verrà riformata al più presto. Non vorremmo, però, che anche questa riforma necessitasse gli stessi tempi di incubazione che ha avuto e continua ad avere, per esempio, la legge sul voto all’estero. Infatti noi italiani siamo bravissimi a fare le più belle leggi, specie quelle destinate agli emigrati, ma troppo spesso fuori tempo e cioè quasi sempre in ritardo rispetto alle effettive necessità dei destinatari!

PREDICAR BENE E RAZZOLARE MALE

Perché mentre da parte di tutti gli addetti ai lavori, a cominciare dalla maggioranza di governo, non si tralascia occasione per ricordare la necessità di difendere e promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo e l’interesse che per essa ha lo Stato, ecco che il capitolo di bilancio 3153, che nell’anno in corso era stato dotato di 50 miliardi di lire, a fronte di una richiesta di aumentarlo a 56 miliardi per il 2002, nella Legge Finanziaria attualmente in discussione in Parlamento è stato invece ridotto a 45 miliardi. Un ulteriore conferma che, come al solito, si predica bene ma si razzola male, anzi malissimo!

Perché mentre la Commissione continentale Europa-Africa del Nord del CGIE era a Peterbourough a discettare su questi problemi e sulla legge 153, abbiamo avuto in contemporanea la settimana della lingua italiana nel mondo. Un’iniziativa del Ministero degli Affari esteri, attraverso la Direzione Generale delle Politiche Culturali, in collaborazione con l’Accademia della Crusca ed il Corriere della Sera, che vedeva impegnati i 93 Istituti Italiani di Cultura sparsi per il mondo senza che, però, vi fosse stato coinvolto il CGIE.

Ma non solo questo, perché mentre il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero discuteva di questi problemi abbiamo anche le Regioni italiane che, in molti casi, portano avanti iniziative eccellenti, ma autonome, in questo stesso ambito. Penso, per esempio, alla Regione Toscana, che già da molti lustri organizza annualmente corsi per giovani di origine toscana, provenienti da ogni parte del mondo, che desiderano imparare o migliorare le loro conoscenze della lingua e della cultura italiana. Corsi che vengono organizzati in collaborazione con l’Università per Stranieri di Siena e con quella di Pisa. Ma la Regione toscana offre ancora a questi giovani la possibilità di usufruire di Borse di studio nelle professioni artigianali tipiche della Toscana e dei masters postuniversitari in collaborazione con l’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa. E, come la Toscana, anche altre Regioni portano avanti iniziative analoghe.

Purtroppo si tratta di iniziative autonome senza alcun coordinamento tra di loro, e quindi senza un progetto nazionale, per cui si muovono in un circuito diverso e parallelo a quello del Ministero degli Affari Esteri.

LA SPERANZA

Ben venga, pertanto, la Conferenza Stato – Regioni - Provincie autonome – CGIE. Essa sarà, anche per questa problematica, l’occasione per ricondurre tutte queste iniziative in un unico progetto culturale e di promozione della lingua italiana che non potrà non portare benefici a tutti gli italofoni di ogni continente, oltre che ai tantissimi stranieri amanti della nostra lingua e della nostra cultura. Quantomeno lo speriamo! (Dino Nardi, Presidente Commissione Sicurezza e Tutela Sociale del CGIE)

(Inform)


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