* INFORM *

INFORM - N. 208 - 31 ottobre 2001

L'editoriale di Corrispondenza Italia

Dopo la globalizzazione del capitale e quella del terrore avanzi la globalizzazione della solidarietà

ROMA - Al di là di comprensibili episodi di nervosismo o di marginali frizioni, la drammatica stagione che il mondo sta vivendo ha messo in luce, tra lo tante cose, la profondità del legame che unisce gli italiani d'America e i connazionali in Patria. Ma questo è solo un piccolo segno di un sentimento più vasto e, diremmo, universale, che affratella gli uomini di buona volontà, a qualsiasi nazionalità o cultura o religione appartengano.

Come in tutti i frangenti che costringono a riflessioni estreme e drastiche, gli spartiacque si fanno più netti e taglienti: da una parte il pessimismo, il nichilismo, l'ansia o la rinuncia dall'altra parte la speranza dei costruttori di pace e la determinazione di quanti non si fanno travolgere dalla deriva delle negatività.

Chiunque si metta in ascolto dello spirito dei tempi per trovare risposte personali e collettive all'interrogativo del "che fare", sta meditando la lezione terribile dell'11 settembre. E di questa riflessione fa parte non solo la mobilitazione contro il terrorismo, bensì anche il progetto di un ordine mondiale basato certo sulla capacità di reprimere il male, ma anche sulla ricerca di più stabili e giusti equilibri per assicurare a tutti i popoli e agli uomini del nostro tempo, maggiori e più facili accessi alle opportunità aperte dal progresso scientifico, tecnologico e culturale, clic deve diventare strumento potenziale per un mondo migliore.

Come organizzazione di lavoratori, come sindacato e come patronato, ci sentiamo idealmente e concretamente forti non solo per noi stessi ma soprattutto come parte attiva della confederazione internazionale Icftu che rappresenta 156 milioni di associati di 148 paesi, molti dei quali africani e asiatici oltreché delle Americhe e del Primo mondo, Ma lo sforzo concorde degli uomini del lavoro si dirige innanzi tutto all'impegno per la giustizia e la sicurezza sociale.

Molti "maestri del pensiero" e molti governanti mettono responsabilmente l'accento in questa fase sul tema della sicurezza. Spesso però si tratta di una sicurezza limitata all'aspetto difensivo, un aspetto che certamente nessuno può trascurare, Il terrorismo nichilista ci ha costretti a ricordare in quale polveriera ci muoviamo tutti negli arsenali nucleari è stipato l'equivalente di 800 chili di alto esplosivo per ogni essere umano. E improvvisamente abbiamo ricordato gli attacchi con gas nervini alla metropolitana di Tokyo, effettuati da una setta che ha "visitato" i lazzaretti dell'Africa equatoriale nei quali si muore di "ebola" per procurarsi i germi di quel morbo tremendo.

Nuova centralità del bene-sicurezza, dunque, affinché la sfida del progresso e della scienza non si tramuti in catastrofe, a causa degli operatori del male E in questo senso l'amico popolo americano, anche attraverso tanti connazionali e oriundi italiani, scienziati o medici o addetti al servizio postale, sta dando prova di una capacità reattiva e di una vigilanza che è insieme vasta, capillare e determinata ma anche serena e altamente civile, Ma noi sappiamo che una sicurezza stabile e durevole può essere generata, nel medio e lungo termine, solo da una maggiore giustizia sociale nel mondo. Ed è questa la vera sfida del XXI secolo, che non può più permettersi di recintare gli spazi di relativo benessere di cui gode il 20 per cento della popolazione mondiale, "chiudendo fuori" gli spettri della fame, delle malattie e della disperazione.

Dopo la globalizzazione del capitale e dopo la perversione della globalizzazione del terrore, dobbiamo costruire la globalizzazione della solidarietà e dei diritti. (Corrispondenza Italia/Inform)


Vai a: