* INFORM *

INFORM - N. 205 - 28 ottobre 2001

Gaetano Cario (l'Eco d'Italia) intervista l'Ambasciatore d'Italia a Buenos Aires Giovanni Jannuzzi in procinto di lasciare l’incarico

"Ai connazionali qui residenti formulo l’invito ad avere fiducia nell’Italia e nell’Argentina"

BUENOS AIRES - La stampa italiana di collettività costituisce un servizio vitale. Dopo tre anni e tre mesi di missione in Argentina, il dottor Giovanni Jannuzzi lascia l’Ambasciata d’Italia. Per questo motivo gli abbiamo chiesto un sintetico bilancio della sua gestione. Il conte dottor Jannuzzi è nato a Roma il 6 novembre 1935 e si è laureato nella stessa città in Giurisprudenza nel 1957, è sposato con la principessa Anne De Looz Corswarem.

Nella carriera diplomatica è entrato nel 1958 e viene destinato alle sedi di Rio de Janeiro, Atene, Zurigo, Berna, Beirut e presso la Nato a Bruxelles. Dal 1980 al 1982 è ambasciatore a Lagos, vicerappresentante permanente nelle Nazione Unite a Nuova York dal 1982 al 1985, vicedirettore di Affari Politici nel Ministero degli Affari Esteri dal 1985 al 1986, capo della Segreteria del Comitato Politico Europeo a Bruxelles dal 1987 al 1991, direttore generale di Affari Politici dal 1991 al 1993, rappresentante permanente presso la Nato a Bruxelles dal 1993 al 1998, per concludere la sua carriera come ambasciatore straordinario e plenipotenziario in Argentina dal 1998. Ha ricevuto condecorazioni dalla Repubblica Italiana, dal Belgio, Austria, Spagna, San Marino e Qatar. Le sue passioni sono la letteratura (ha scritto diversi libri), la poesia e il giornalismo.

Di seguito l’intervista che ci ha rilasciato in un’atmosfera di grande signorilità, cordialità, disponibilità e cortesia. Ringraziandolo, anche a nome dei nostri lettori per la gentilezza, gli auguriamo sempre nuovi e maggiori successi nelle attività che realizzerà una volta ritornato comune cittadino.

Lei è in procinto di lasciare l’Ambasciata per la conclusione del Suo incarico qui in Argentina. A quale nuova sede è destinato?

Non posso essere destinato a un’altra sede perché ho compiuto gli otto anni di permanenza all’estero stabiliti dalla legge e perché il primo dicembre del prossimo anno vado a riposo e non c’è, quindi, tempo per compiere un’altra missione all’estero. Il ministro Ruggiero mi aveva proposto di scegliere tra due possibilità: un incarico a Bruxelles, presso l’Unione Europea, o uno a Roma, ma fuori del Ministero. Ho preferito accettare un’offerta del sindaco di Milano, il dott. Albertini, che, con cortese insistenza, mi voleva nel consiglio di amministrazione del Consorzio per la rimodellazione degli aeroporti civili argentini con il compito di occuparmi degli interessi della parte italiana. Appena lasciata l’Ambasciata, entrerò in quell’organismo nel settore delle relazioni con l’industria locale e con quella italiana.

D’altra parte, ho ricevuto anche, da parte dell’Università Nazionale di Buenos Aires e dalla Belgrano, la lusinghiera offerta della cattedra di Relazioni Internazionali mentre l’Università Cattolica del Salvador mi concederà la laurea honoris causa nella stessa materia. In più sono stato invitato a occupare la presidenza della Fondazione Coliseum rimasta vacante dopo la scomparsa del compianto amico Agostino Rocca. Invito che ho accolto con piacere perché la Fondazione è un’istituzione culturale di grande prestigio non solo in Argentina. Nelle mie intenzioni è l’affiancamento alle manifestazioni musicali anche di spettacoli di prosa e di ballet da parte di compagnie italiane di altissimo livello. Attualmente mi sto occupando di un festival del cinema italiano in Patagonia con l’appoggio di Italia Cinema.

Quali sono le Sue impressioni, dopo tre anni e tre mesi di presenza in questo Paese sulla collettività italiana, in particolare, e sull’Argentina, in generale?

La prima impressione, appena arrivato in Argentina, è stata positiva perché ho osservato il grande interesse, sia da parte della nostra collettività, sia da parte degli argentini per l’Italia che si manifesta nell’aumento delle iscrizioni ai corsi di lingua italiana, dal fatto che molti governi provinciali hanno firmato accordi per l’introduzione dell’insegnamento della nostra lingua nelle scuole pubbliche, dal successo ottenuto da manifestazioni culturali e mostre italiane. Per quanto riguarda la collettività italiana, mi ha impressionato il gran numero di connazionali e di loro discendenti qui residenti e la loro fattiva presenza in tutti i settori della vita locale e il loro attaccamento alla madrepatria. Le accoglienze tributate al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, qui a Buenos Aires e specialmente a Rosario, sono state commoventi. Quando l’ho rivisto a Roma, mi ha manifestato di non aver mai vissuto un’esperienza così forte dal punto di vista umano come quella fatta in Argentina.

Non posso giudicare se questo fortissimo amore per il nostro Paese sia circoscritto solo agli italiani immigrati o si estende a tutta la comunità italo-argentina. Al riguardo, il desiderio di molti italiani di ristabilirsi in Italia e l’aumento delle domande di cittadinanza mi dicono che il nostro Paese è visto come uno dei più vivibili di tutto il pianeta.

Io speravo che il voto degli italiani all’estero fosse una realtà da molto tempo, così non è stato, ritengo, tuttavia, che l’azione che sta svolgendo il CGIE in questa materia sia valida. L’Argentina è un Paese molto vicino al nostro, fraterno. Quando sono arrivato a Buenos Aires c’erano grandi aspettative sul piano economico. Quando, prima di partire da Roma, mi recai in visita all’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Romano Prodi, che era appena ritornato da un suo viaggio in Argentina, egli mi disse che l’Italia avrebbe dovuto approfittare delle condizioni favorevoli dell’Argentina per sviluppare gli scambi commerciali, tecnologici e culturali. In questo quadro venne organizzata dall’ICE la mostra dei prodotti industriali italiani. Purtroppo, per cause oggettive, queste aspettative non si concretizzarono. Io spero che l’Argentina riesca a superare la sua crisi economica grazie alle sue grandi risorse umane e naturali.

Questo non è un Paese emergente, non è secondario. Se riesce a ritrovare la fiducia in sè stesso e quella estera, può imboccare la strada della ripresa. Io ci credo è ho fatto una scommessa personale. Non avrei accettato di restare qui e non avrei rifiutato altre offerte in Italia se non ritenessi che questo Paese ha la possibilità di ricominciare. Da parte mia continuerò a lavorare perché riprenda il flusso di investimenti italiani che si è interrotto a causa della crisi economica e dell’incertezza in campo politico.

Qual è stato il Suo maggiore impegno nella Sua attività di ambasciatore in questo Paese e nella collettività italiana?

R.: In un primo momento, il mio impegno è stato quello di ristabilire il miglior rapporto possibile fra l’Italia e l’Argentina. Al momento del mio arrivo in questo Paese, all’opposizione c’era la Alianza che coincideva con il governo di centrosinistra italiano e si registrarono le visite di D’Alema, di Dini, di Fassino. Ultimamente la situazione si è rovesciata: in Italia governa il centrodestra e qui l’Alianza. Durante la mia permanenza nella sede diplomatica italiana qualche risultato l’abbiamo ottenuto. Ci siamo battuti per salvare l’armonia tra i soci italiani e quelli argentini del Consorzio per gli aeroporti.

L’impegno più importante nei riguardi della comunità italiana qui residente è stato quello della realizzazione della mostra "Il tesoro della memoria" che è stata visitata da più di 250 mila persone. Poi le mie visite in molte province della Repubblica Argentina e le tante battaglie per rendere aderenti alle realtà locali i corsi professionali organizzati dal Ministero del Lavoro, quelle per il voto degli italiani all’estero e per le pensioni. Qualche successo l’abbiamo ottenuto. Ma la madre di tutte le battaglie è quella del rafforzamento della rete consolare.

Quali sono stati i momenti più pregnanti nel periodo in cui ha esercitato le Sue funzioni in Argentina e quelli che non l’hanno soddisfatta?

In ogni bilancio ci sono vittorie e sconfitte. Ripeto: un successo l’aver ottenuto l’accordo fra capitali italiani e argentini nel Consorzio per gli aeroporti; la difesa del sistema pensionistico; la visita di Ciampi, la mostra "Il tesoro della memoria"; le visite alle scuole italiane. Per quanto riguarda le delusioni, in primo luogo la mancata approvazione della legge ordinaria per il voto degli italiani all’estero e, sul piano economico, la vanificazione di tutti i nostri sforzi per far aggiudicare all’Italia il contratto per i radar.

In questa ultima fase dell’emigrazione italiana in Argentina molti problemi che ineriscono alla vita della collettività sono rimasti insoluti. Quali le cause, secondo Lei?

Il problema numero uno è quello della rete consolare. La causa di questa mancata ristrutturazione va attribuita alla sottovalutazione della consistenza e dell’importanza della comunità italo-argentina che opera in questo Paese da parte del MAE. Io ho sollecitato la soluzione di questo pressante problema con toni a volte molto forti. Un’altra questione negativa è stata quella della riduzione dei fondi per l’insegnamento della nostra lingua proprio quando la domanda aumentava. Riduzione dovuta al fatto che il MAE aveva perso 20 miliardi di contributi dell’Unione Europea.

Altra questione negativa quella della mancata attenzione del governo precedente al desiderio di ritorno di molti connazionali. Ci vogliono agevolazioni per visite in patria e provvedimenti per coloro che vogliono ristabilirsi definitivamente nella propria terra e per i discendenti che cercano in Italia un lavoro o un impiego. Io auspico che la creazione del Ministero per gli Italiani nel Mondo, affidato a Mirko Tremaglia risolva questi problemi. Tra l’altro mi auguro una revisione dei programmi di RAI International che sono inferiori alle aspettative. Insomma, i problemi insoluti sono tanti e ciò è dovuto all’insufficiente valutazione da parte dei passati governi. La Direzione per l’Emigrazione del MAE era considerata importante. Il nuovo Ministero guidato da Tremaglia potrà dare loro l’attenzione che meritano.

Vorrei una Sua opinione sulla stampa di collettività.

Dovrebbe essere meno frazionata e quotidiana. Certamente, la stampa italiana all’estero costituisce un servizio vitale per le comunità all’estero fornendo notizie dall’Italia e, nello stesso tempo, sulla collettività. Sarebbe più intelligente, tuttavia, se, invece di due settimanali e un quindicinale, la collettività potesse fruire di un solo quotidiano. Capisco, ad ogni modo, le ragioni tecniche che sono determinanti.

Non ritiene che la legge italiana sulla cittadinanza sia di manica troppo larga e che possa provocare, il giorno in cui si voti, dei problemi? In effetti, ridotti ormai per ragioni fisiologiche, gli italiani immigrati, potranno votare, in tutto il mondo, centinaia di migliaia di naturalizzati che non conoscono la realtà della complessa politica nostrana, influendo sulle decisioni del Parlamento?

Si e no. C’è del vero nella sua preoccupazione, ma, come ambasciatore io devo rispettare la legge sulla cittadinanza in vigore e prendere atto che è una delle più liberali nel mondo. Se il Parlamento dovrebbe rivederla, probabilmente, la renderebbe meno aperta. Ad ogni modo la rappresentanza degli italiani all’estero è così ridotta da allontanare il pericolo da Lei prospettato. Dodici deputati e sei senatori non possono alterare le linee della politica italiana. Se la legge del voto degli italiani all’estero avesse previsto il suffragio nei collegi in Italia allora si, avremmo visto distorcere la volontà degli elettori residenti in patria, ma l’invio di deputati eletti nelle comunità all’estero, il cui maggiore impegno sarà quello di difendere l’interesse delle comunità fuori dei confini, non provocherà alterazioni nella politica italiana.

Vuole inviare un saluto ai nostri lettori?

Certamente. In primo luogo a Lei, Cario, voglio formulare un augurio perché la stampa di collettività continui a svolgere bene il suo compito. Ai lettori del Suo settimanale, voglio dire che sono stati in cima ai miei pensieri durante i tre anni e tre mesi del mio incarico e che, assieme ai consoli, ho lavorato onestamente, magari anche con carenze e nei limiti delle mie possibilità, per risolvere i loro problemi. A tutti l’invito ad avere fiducia nell’Italia e nell’Argentina. (Gaetano Cario-L'Eco d'Italia/Inform)


Vai a: