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INFORM - N. 205 - 28 ottobre 2001

Luci sul pianeta immigrazione. I punti salienti dell’XI Rapporto Caritas

ROMA - I cittadini stranieri, risultati titolari di permesso di soggiorno al 31 dicembre 2000, sono 1.388.153: rispetto allo scorso anno l’aumento è stato di 137.000 unità (+10,9%). Tenendo conto che più di 200.000 minori non sono titolari di permesso di soggiorno a titolo personale e che presumibilmente circa 100.000 permessi nuovi o rinnovati sono stati registrati con ritardo, il Dossier Statistico Immigrazione della Caritas ha stimato la presenza regolare effettiva pari a 1.687.000 persone.

Nel 2000, ogni 100 immigrati già soggiornanti, ne sono venuti 12 in più, in particolare nel Nord Est (per le opportunità lavorative) e nel Sud (approdo dei richiedenti asilo). In rapporto alla popolazione residente si è trattato di un nuovo arrivo ogni 400 persone. Le province con un maggior numero di nuovi ingressi sono state Roma 21.000 e Milano 16.000, seguite da Firenze 6.000, Torino e Vicenza con 4.000 ciascuna. Il panorama delle provenienze è solo lievemente modificato: Europa 40,1%, Africa 27,8%, Asia 20,0%, America 11,9%, Oceania 0,2%.

I motivi prevalenti (sette casi su dieci) dei nuovi ingressi sono il ricongiungimento familiare (56.214) e lo svolgimento o la ricerca di lavoro (53.934). Nella metà dei casi si tratta di europei. Si caratterizzano con 10.000 nuovi soggiornanti Albania, Marocco, Romania, con 4-5.000 soggiornanti Cina, Filippine, Germania, India, Polonia. Nel corso degli anni ’90 il livello dei permessi per motivi di lavoro si è consolidato attorno al 60%, mentre i permessi per motivi familiari hanno continuato l'aumento fino a superare il 25%.

I maschi prevalgono di poco (53,6%) e nei due terzi dei casi vengono per motivi di lavoro. Le donne vengono tanto per lavoro (40%) quanto per ricongiungimento familiare (35%) e sono in prevalenza donne anche le persone presenti per motivi religiosi e di studio. Gli immigrati sono concentrati per il 62% nella fascia di età tra i 25 e i 49 anni (rispetto al 36,6% degli italiani). Anche i minori (278.000 e 19% dei residenti) ormai hanno superato in percentuale quelli italiani.

Metà degli immigrati è in Italia da più di 5 anni e un quinto da più di 10 anni. La cittadinanza non va di pari passo con l’anzianità di residenza: nel 2000 i casi di acquisizione della cittadinanza italiana sono stati 9.545, mentre superarono le 12.000 unità nel 1998: il tasso di naturalizzazione risulta essere, così, tre volte inferiore a quello medio europeo. Per giunta l’accesso più facile alla cittadinanza è il matrimonio con persone italiane (80% dei casi), contratto in prevalenza da europei e americani.

Uno dei problemi principali della famiglia degli immigrati è quello della scuola, dove le mamme immigrate trovano delle difficoltà spesso da noi non avvertite, perché alla cultura di origine era sconosciuta la concezione della famiglia e della donna: il contatto con gli insegnanti e con i genitori dei bambini italiani potrebbe essere funzionale a favorire cambiamenti graduali e condivisi. Gli studenti figli di immigrati erano 25.756 nell’anno scolastico 1991-92 e sono diventati cinque volte di più nell’anno scolastico 2000-2001 (147.406), con 28.000 unità in più rispetto all’anno precedente. Nelle regioni del Nord si riscontra una loro più alta concentrazione: circa i due terzi del totale e un’incidenza del 3% sulla popolazione scolastica complessiva.

La casa è per gli immigrati il problema più grave incontrato nel processo di integrazione. I posti letto, dei quali l’Italia dispone per la prima accoglienza degli immigrati, sono 20.000 ripartiti in 980 strutture, per i tre quarti ubicate nel Nord. Questa forma di accoglienza permette di risolvere le emergenze, mentre una politica sociale per la casa consentirebbe di affrontare il problema alle radici: non si tratta, infatti, di ospitare dei senzatetto, bensì di facilitare le condizioni a favore di questa categoria come di altre categorie di italiani. E’ difficile stimare l’esatto numero degli immigrati senza casa: nel Secondo Rapporto sull’Integrazione della Commissione Nazionale per l’Integrazione si ipotizza che il 3% sia in condizione di estrema precarietà (tra le 40 e le 50.000 persone) e ciò fa pensare a coabitazioni costrette, a sovraffollamento (5 persone in una o due stanze), ad abitazioni malsane. E’ anche vero che un numero crescente di immigrati inizia ad acquistare un appartamento.

Nel 2000 per i lavoratori extracomunitari sono stati creati 110.575 nuovi posti di lavoro, risultanti dal saldo tra 512.580 assunzioni e 402.005 cessazioni con un saldo positivo del 28%, un valore più consistente rispetto a quanto si è verificato per gli italiani. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, registrati al momento del rilascio o del rinnovo del permesso di lavoro, in cerca di nuovo posto o del primo posto di lavoro al 31 dicembre 2000 sono stati 91.040 immigrati, pari al 10,7% delle persone soggiornanti per motivi di lavoro. Gli immigrati sono, quindi, all’incirca il 3,6% di tutti i disoccupati presenti in Italia, una percentuale in linea con la loro incidenza sulla forza lavoro. La quota programmata per il 2000 è stata di 63.000 nuovi lavoratori immigrati. Nel 2000 sono state concesse 58.038 autorizzazioni a persone provenienti dall’estero, nel 58% dei casi per lavori a tempo determinato, così ripartite per settori: agricoltura 46,6%, industria 18,4% e terziario 35%. Circa 15.000 persone sono venute a seguito di prestazione di garanzia e 3.568 attraverso le liste di prenotazione presso le ambasciate.

Infine, per quanto riguarda le differenze religiose, non è corretto parlare di "invasione islamica" innanzitutto per motivi statistici: secondo la stima della Fondazione Migrantes i cristiani sono il 48% (814.000), i musulmani il 37% (621.000), i seguaci di religioni orientali il 7% (115.000). Ogni 10 cristiani, all’incirca 5 sono cattolici, 3 ortodossi e 2 protestanti. La questione della coabitazione delle diverse religioni, se correttamente inquadrata, può assumere un significato positivo tanto per gli italiani che i nuovi venuti, richiamando l’attenzione innanzitutto al dialogo con gli ortodossi e con i protestanti, e quindi a una migliore comprensione delle religioni orientali e di quella islamica, e rafforzando in tutti l’impegno per vivere la propria fede in un contesto pluralistico, caratterizzato dall’accettazione dell’altro. (Antonio Ricci – Inform)


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