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INFORM - N. 175 - 18 settembre 2001

Silvana Mangione: New York una settimana dopo

NEW YORK - Una settimana non basta a farsi ragione dei fatti dell’11 settembre. A caldo si sono usate parole come "orrore", "barbarie", "guerra". Si sono citati i sette stadi del dolore: trauma, incredulità, diniego, paura, rabbia, impotenza, accettazione. Si è vissuta la solidarietà vera dei piccoli, grandi eroismi.

La ferita non rimarginabile al mondo delle nostre democrazie e della nostra maniera di pensare si è aperta a Manhattan, l’isola simbolo – nel bene e nel male – del modus vivendi "made in the USA".

Manhattan è molto silenziosa. Stiamo rimpiangendo il coro dei clacson che rabbiosamente lamentavano i rallentamenti al ritmo furioso del quotidiano. Per strada, chi non tiene lo sguardo basso sorride, con gli occhi lucidi, e saluta perfetti sconosciuti. Il silenzio dentro di noi è assordante.

L’appello ad ognuno di noi, martellato in tutti i microfoni dal sindaco italoamericano di New York, è quello alla resilienza, la capacità dei corpi di tornare alla forma originaria, dopo aver subito una grave deformazione.

Rudy Giuliani, che si è dimostrato eccezionale nel momento della crisi ed ha tenuto insieme il tessuto psicologico sfilacciato della città, ci ha traghettati fin qui, con l’altro italoamericano, Richard Grasso, Presidente della Borsa di New York e l’italoamericano al 50%, George Pataki, Governatore dello Stato di New York e Peter Vallone, speaker del Consiglio Comunale. Con loro e per rispetto a loro l’impegno è stato il ritorno ad una normalità quanto meno esteriore, fatta della riscoperta di piccoli atti di tutti i giorni: alzarsi, portare i bimbi a scuola, andare a lavorare, fare la spesa, leggere, parlare, e – perché no? – andare a teatro o a vedere una partita di baseball, dormire. Chi vive in paesi sconvolti dalla violenza ci insegna che dopo una tragedia la cosa più importante è il ritorno alla normalità.

Questo per quanto riguarda i lentissimi minuti che si sono assommati in giorni e ci hanno portato fin qui, al presente.

Altro discorso è il futuro, l’arrivare a comprendere che la guerra al terrorismo si vince anche e soprattutto con l’instaurazione della cultura della pace, con l’eliminazione dei focolai di guerra fomentati da differenze etniche, razziali, religiose, politiche, amministrative; in poche parole: dalla lotta al "diverso".

La guerra tradizionale non può che condannare il mondo ad un costante stato di assedio. L’orrore chiede vendetta, si sa, ma la vendetta uccide altri innocenti e giustifica altre violenze in una spirale senza fine.

Il dibattito sul futuro si sta facendo serrato in USA, con i motivi della moderazione e della cautela sostenuti da autorevoli voci. In questo il mondo può e deve aiutarci e aiutare il popolo degli Stati Uniti.

Silvana Mangione


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