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INFORM - N. 164 - 3 settembre 2001

Marco Fedi (CGIE Australia): L’isola di Tampa

MELBOURNE - È possibile che per 460 disperati in cerca di asilo, salvati dall’oceano da un mercantile norvegese, l’Australia chiuda i propri porti e si limiti ad offrire aiuti umanitari a distanza? È possibile che l’Australia con la sua storia di Paese sensibile ai temi umanitari, dell’accoglienza ai profughi, dell’immigrazione, del multiculturalismo, cerchi di approvare una legge di emergenza per "respingere" i "clandestini" con "ragionevole forza"?

Mi pongo i quesiti da residente in Australia ma anche da testimone di un lungo e positivo rapporto tra la storia dell’emigrazione, non solo italiana, il mare e le sue regole ed il tradizionale spirito d’accoglienza che ha sempre caratterizzato il popolo australiano. Le stesse domande che si pongono in molti oggi in Australia, anche coloro i quali ritengono – come larga parte dell’opinione pubblica - che l’Australia debba trovare una soluzione al problema di chi arriva clandestinamente.

Occorre agire su più fronti. Nei confronti dei Paesi limitrofi, primo tra questi l’Indonesia; lottando contro i trafficanti di persone; intervenendo sempre più nei programmi di cooperazione internazionale tesi a garantire sia gli aiuti umanitari sia il rispetto delle regole internazionali.

Quelle stesse regole internazionali rispetto alle quali l’Australia dovrebbe dimostrare maggiore sensibilità. È invece sconcertante che la campagna elettorale federale australiana si apra con un’ipotesi legislativa di "intervento di ragionevole forza" per prevenire gli sbarchi: una dimostrazione di come le idee di One Nation siano tutt’altro che seppellite.

Offrire assistenza medica e provvigioni ed assumersi l’onere di garantire la sicurezza a bordo, rappresentano un obbligo morale prima che una scelta di cui potersi vantare dinanzi al mondo intero. Consentire l’attracco al porto di Christmas Island analogamente dovrebbe essere un obbligo morale. Prima di tutto il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, non solo l’assistenza umanitaria. È giusto ed umano farlo ed è anche l’unica via possibile. La Tampa, con il suo carico umano, non può essere isolata dalle nostre coscienze.

Credo che gli eventi di questi giorni dimostrino che l’Australia non è una destinazione "facile" – sotto tutti i punti di vista. Intervenire positivamente in questo momento non apre porte agli sbarchi di massa, aiuta solo 460 persone a sentirsi nuovamente sicure, un mercantile norvegese ed il suo equipaggio a vedersi riconosciuto lo stesso rispetto per le regole del mare che loro hanno dimostrato, l’Australia ad affermare nel mondo un ruolo di leadership nel settore umanitario. (Marco Fedi*-Inform)

* CGIE Australia, componente del Comitato di Presidenza del CGIE


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