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INFORM - N. 164 - 3 settembre 2001

Dino -Nardi (CGIE): che fine faranno le pensioni di anzianità?

ZURIGO - Al ricorrente e sempre attuale tema delle pensioni italiane sono, ovviamente, interessati anche gli emigrati ed in particolare quelli residenti in Svizzera che, molto spesso, come noto, al raggiungimento dell’età pensionabile italiana decidono di realizzare il sogno di una vita di sacrifici e cioè quello di rientrare in Italia. Anche all’estero viene pertanto seguita con apprensione la diatriba, tutta interna all’attuale maggioranza di governo. Infatti vi abbiamo una componente ultra liberista che vorrebbe abolire subito le pensioni di anzianità fin dal 2004 accelerando la conclusione della fase transitoria prevista invece dalla riforma Dini per il 2008. In essa primeggia il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (spalleggiato autorevolmente anche dal Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio) e quello delle Attività Produttive, Antonio Marzano. Mentre la componente sociale, come quella rappresentata dal leghista Maroni, vorrebbe, invece, muoversi con più cautela prima di metter mano alla riforma Dini del 1995. Una riforma quest’ultima che, tra l’altro, già con la Finanziaria del 1998 venne modificata subendo un’accelerazione della fase di transizione.

I lavoratori italiani emigrati si sono sentiti, pertanto, risollevati dopo aver letto l’intervista del Ministro del Welfare, Roberto Maroni, al Corriere della Sera. Specie quando afferma che "occorre evitare che chi ha aspettative maturate in base alla riforma Dini se le veda cancellate bruscamente e improvvisamente", oppure che "non si deve intervenire sui diritti maturati ed acquisiti dai lavoratori".

Infatti il Ministro Maroni non deve dimenticare che hanno maturato analoghe aspettative anche molti lavoratori emigrati, peraltro già ripetutamente tartassati dall’Italia nell’ultimo decennio nei loro diritti pensionistici. Basti pensare al solo requisito dell’anno di contributi versati per attività lavorativa svolta in Italia, indispensabile per maturare il diritto all’integrazione al trattamento minimo delle pensioni INPS in regime internazionale, introdotto il 1 febbraio 1991, poi elevato a cinque anni dal 1 ottobre 1992 e quindi aumentato ancora a dieci anni dal 1 febbraio 1995. Una norma che, di fatto, ha escluso tutti gli emigrati dalla possibilità di ottenere la pensione INPS integrata al trattamento minimo, con danni economici e sociali enormi specie per tanti sfortunati emigrati italiani dell’America Latina che, nella maggioranza dei casi, proprio grazie alla pensione minima INPS, riuscivano a far sopravvivere l’intero nucleo familiare. Una norma, quindi, da ripensare, anche alla luce dell’emergenza povertà di alcuni Paesi di quell’area geografica come, per esempio, l’Argentina, o quantomeno da rimodulare, come già richiesto anche recentemente dalla Commissione sociale del CGIE, affinché ai pensionati italiani emigrati sia garantita dall’INPS l’integrazione al trattamento minimo alle stesse condizioni reddituali dei residenti in Italia se cumulando gli importi della pensione locale e del pro-rata italiano dovesse risultare un importo inferiore al minimo.

Inoltre il Ministro Maroni non deve neppure dimenticare che il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e gli stessi lavoratori italiani in Svizzera, prossimi al pensionamento, aspettano ancora una risposta, proprio da lui, per una soluzione positiva che eviti l’ormai imminente blocco dei trasferimenti contributivi dall’Ente previdenziale elvetico all’INPS che entrerà in vigore con l’Accordo bilaterale Svizzera-Unione Europea. Blocco che, altrimenti, stravolgerebbe le aspettative pensionistiche di tanti emigrati ed ex emigrati ed anche di tanti lavoratori frontalieri ed ex frontalieri. Un problema, pertanto, a cui il Ministro del Welfare dovrebbe essere, oltretutto, particolarmente interessato anche come …politico della Lega Nord, oltre che come ministro della Repubblica! (Dino Nardi*-Inform)

* Presidente Commissione Sicurezza e Tutela Sociale del CGIE


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