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INFORM - N. 163 - 11 agosto 2001

Gianni Farina, Vice Segretario del CGIE responsabile per l’Europa, rievoca la tragedia di Marcinelle

Un discorso sul filo dei ricordi, quello di Gianni Farina alla cerimonia di Charleroi per il 45° di Marcinelle. Con una proposta finale, che riprende quella contenuta nel documento della Prima Conferenza degli italiani nel mondo: "insegnare nelle scuole del nostro paese la storia dell'emigrazione, per recuperare quei tanti valori di cui è ricca questa lunga e spesso drammatica vicenda".

Agosto del '56. Intermezzo di un viaggio su una strada del lago di Como, le curve secche a strapiombo sul lago. Le mille insidie in una torrida giornata agostana. II tempo per un breve ristoro assieme ad un vecchio camionista che mi porta con sé. Lo aiuto a caricare e scaricare. Guadagno qualcosa. Osservo città, paesi, villaggi con l’avidità tipica del montanaro che anela a scoprire l’infinito al di 1à del monte.

In quei giorni dimentico i libri, la lezione, il vecchio istituto, quel maledetto professore dai baffetti ispidi "alla riccio spinoso", il bancaccio dell'aula cinque ove avevo inciso con la roncola dei contadini, rubata ai nonni, le maledizioni e gli aneliti di un povero ragazzo irrequieto e insoddisfatto.

Provo invidia per quell’uomo temprato dalla vita, per la sua sicurezza, per quel suo andare convinto all’incontro con la grande pianura, per la naturalezza con cui pensa e descrive il rientro alle sue, alle mie montagne.

Non vi è tempo per nostalgie e ricordi. Il vecchio mi scuote. Forza! Si risale! Non c’è tempo da perdere! Ci aspetta Chiasso, la Svizzera, il duro lavoro di scarico, il lungo ritorno. Si parte. Ti viene incontro, ti avvolge, ti stringe alla gola quell’afa, una molle mai vista materia ad accompagnare un respiro affannoso. E' già Chiasso, la frontiera. Controlli severi, si può continuare. Pochi metri. Il camion si arresta, si può scaricare.

Il mio sguardo viene attratto da qualcosa di strano. Chi sono quelli? Mah... Non sembrano del luogo. Molti di loro sono ingobbiti e curvi su enormi valigie. Uno sguardo fisso, penetrante e orgogliosamente austero. Una miriade di strani berretti. Sono tutti lì. Un’aria stanca e assieme paziente. Un’attesa. Due tre passi in avanti. Un’attesa.

E' una lunga, per me, giovanetto stupito, interminabile fila: due, trecento persone. Mi lascio attrarre dalla curiosità. M'avvicino. Cerco di capire, sapere. Scopro volti di ragazzi già vecchi. Induriti da solchi di rughe profonde, rinsecchite e bruciate dal sole. Facce da storie di vita. La terra arida, matrigna e bastarda che resiste alla cocciuta tenacia di ragazzo che, suo malgrado, la violenta dall’alba al tramonto.

Leggo rabbia, tristezza, sconfitte. Scopro dal vivo tanta parte d’Italia. Quella sconosciuta ai più, di cui non si parla mai. Mi scorrono immagini, letture, storie di lotte, apparse a me, ragazzo prigioniero delle sue montagne, astratte, irreali. L’esodo di massa racchiuso in un fazzoletto di terra. La fila e 1’attesa del turno per la visita medica. Già: occorre essere in buona salute per accedere alla terra promessa.

Svizzera, Germania, Belgio, Francia: un’Europa dai tanti arcani linguaggi a riceverti. Un lavoro sicuro, un po' di guadagno, e poi il ritorno. Compresi più tardi il perché del mancato ritorno. Storie di emigrati. La baracca, la lingua che non capisci, la freddezza, l'isolamento, il vuoto e 1’astio spesso, che ti si crea attorno. Auslander, etrangier? Si! Straniero.

E' così che inizia lo sconosciuto dramma (sconosciuto a chi?) di migliaia di giovani, uomini e donne partiti dal profondo sud, dalle zone più povere e arretrate del nord, alla ricerca di un lavoro, di una speranza per sé e per la propria famiglia. Di un avvenire migliore.

Fra di loro, tra queste facce scavate dalla fatica e dalla disperazione, braccianti, dirigenti del movimento contadino, protagonisti delle lotte per la terra, per il diritto ad una vita degna nei luoghi dei primi vagiti. Avevano lottato: prima per il riscatto del tricolore, per riconquistare l’Italia alla libertà e alla democrazia: povera Patria uscita umiliata e distrutta dalla sciagurata esperienza totalitaria e dalla terribile avventura della guerra. Lottarono poi nella nuova Italia repubblicana per conquistare il diritto alla dignità e al lavoro. Sì: uomini che avevano lottato e perduto. Sì: storie di emigrati. Assoldati perché braccia forti di lavoro. Ma dimenticando che dentro hanno un’anima, un cuore che batte, che sa amare e che soffre.

Li riscopro, rivedo i loro stessi volti pochi giorni dopo sui giornali urlati per contrade e villaggi a portare la ferale notizia. Sono morti lassù, a Marcinelle, al Bois du Cazier. Giù, giù in quel labirinto infernale ove tutto esplode, si infiamma e uccide in una terribile spirale dantesca… Eroi del lavoro morti, ognuno di loro, per qualche chilo di carbone, per i bisogni energetici della Patria, come stabilito in quell’accordo del 20 giugno '46. Morti perché al lavoro in condizioni bestiali ove pronunciare parole come "protezione per condizioni di lavoro più sicure" sapeva spesso di bestemmia o addirittura di licenziamento.

Da quel giorno nulla fu più come prima. Altri lutti, altri eroi del lavoro da piangere e ricordare, in Belgio e altrove, tuttavia le condizioni di lavoro migliorarono lentamente ma progressivamente, sì da far dire ai pochi sopravvissuti ed a quelli che in seguito ridiscesero nelle "mine": gli eroi du Bois du Cazier sono morti per noi. Che Dio li aiuti e la madre terra gli sia sempre leggera.

L’Italia moderna ha costruito anche così il suo sviluppo. Lo ha costruito utilizzando per decenni non solo il carbone ma le rimesse di milioni di uomini e di donne. Rimesse guadagnate scavando budelli con la tenace c rabbiosa violenza di chi ha sempre versato lacrime e sudore, gallerie, strade, viadotti, muri di cemento per sbarrare la strada alla violenza delle acque, il tutto per il progresso dei popoli d’Europa e del mondo.

Ma non è tutto. Ti accorgi parlando con il compagno di lavoro, con l’amico durante il breve riposo delle pause domenicali, che hai portato dall’Italia qualcosa che non si distrugge, che ti rode nell’animo, che ti fa sentire diverso, forse, direi, sicuramente migliore. Trasmetti esperienze, momenti di vita e scopri destini comuni. Rispunta la volontà, la voglia, il desiderio di riprendere, chissà, un impegnato, interrotto cammino.

Un seme germoglia, zampilla una vita. Nascono così le associazioni degli emigrati. Nascono dalla sconfitta della rassegnazione e della dolorosa nostalgia fine a se stessa, nascono dalla voglia di continuare a lottare per sé e per gli altri, per il bene di tutti.

Sembrano semplici vicende. Sono limpide pagine scritte da lavoratrici e lavoratori nel solco della storia moderna nella terra dei Valloni, dell’Europa e del mondo. Molti di loro non sono più tra noi. Chi è rientrato, chi ci ha lasciato per sempre. Gli altri, e nel corso di un lungo e tormentato periodo storico, hanno percorso sino in fondo il cammino che li ha portati da poveri emigrati a moderni cittadini dell’Unione europea fondata sui principi della solidarietà e della democrazia.

Viviamo, tuttavia, un momento difficile e complesso, spesso contrassegnato, a me così sembra, da una grave caduta di valori. Abbiamo lottato per il diritto alla pari dignità dei diversi, lo stesso che deve essere riconosciuto agli immigrati nel nostro paese, unitamente al rispetto delle leggi che regolano la vita della nostra Repubblica. Per conquistare avanzati strumenti di partecipazione democratica: organismi elettivi della comunità nazionale che vivono un momento di grave crisi.

Vanno rinnovati sul piano legislativo, rilanciati nell’opera positiva di tutela e promozione sociale e culturale della collettività. Abbiamo lottato - il traguardo ci sembra vicino - per il diritto di voto e di eleggibilità nelle terre d’Europa e del mondo.

Noi vogliamo guardare con fiducia in avanti. Guardare in avanti, senza cancellare una parte inalienabile della nostra storia. Essa è dentro i nostri cuori. Andrebbe insegnata nelle scuole del nostro paese, per recuperare quei tanti valori di cui è ricca la lunga e spesso drammatica vicenda dell'emigrazione. Facciamola scrivere, raccontare ai nostri anziani. Essi possono rappresentare per tutti noi, per i nostri giovani e le nostre ragazze "l’avvenire della memoria", l’insegnamento per non ripetere esperienze drammatiche che stanno alle nostre spalle.

Vogliamo in definitiva partire da quel passato per costruire l’avvenire. Per costruire un sogno: i cittadini italiani che vivono a Marcinelle, in Europa e nel mondo in piena libertà, grazie al loro sapere e per una loro libera scelta. Gli eroi del lavoro italiani, belgi, di ogni provenienza e nazionalità, del Bois du Cazier dell’8 agosto 1956, ce no saranno grati. (Gianni Farina-Inform)


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