* INFORM *

INFORM - N. 162 - 10 agosto 2001

Giuseppe Piccoli (Comites Chiarleroi) a Marcinelle."Questo sì e questo no": gli italiani all'estero vogliono risposte chiare

Nel suo intervento alla cerimonia commemorativa del 45° anniversario della tragedia di Marcinelle, il presidente del Comites di Charleroi (e componente del CGIE) Giuseppe Piccoli ha esordito con un riconoscimento nei confronti del ministro Tremaglia (vedi Inform n. 161). Ha scritto il "Corriere della Sera" nel servizio pubblicato il 9 agosto: "Nel corso della commemorazione, Giuseppe Piccoli, presidente del Comitato italiani all’estero di Charleroi, ha ricordato che la miniera di Marcinelle, alla fine degli anni 80, stava per diventare un supermercato e che solo grazie all’intervento di Tremaglia al Parlamento italiano, riportato con clamore dalla stampa belga, l’operazione commerciale venne bloccata". Ma buona parte del suo intervento, che qui riportiamo, ha riguardato i problemi e le aspettative delle comunità italiane, le quali pretendono ormai di ricevere risposte chiare alle loro richieste.

Onorevole Tremaglia, non abbiamo le stesse sensibilità politiche, ma abbiamo qualche cosa che ci anima entrambi, la volontà di rendere servizio ai nostri connazionali all’estero, la volontà di fare e non solo di parlare. Al linguaggi pomposo ossia "langue de bois" come si dice in francese lei ha saputo aggiungere il linguaggio del cuore per dare ai suoi interventi anche in seno al CGIE quella dimensione umana che permette di mettersi insieme per trovare quelle proposte e risposte che portano, anche con confronto e scontro democratico, alla soluzione dei problemi che stanno a cuore agli italiani all'estero.

Al chiacchiericcio degli stati maggiori noi vogliamo in sintesi, con semplicità ricordare quelle che sono le aspettative alle quali vorremmo una volta per tutte sentir rispondere. "questo sì e questo no, e per tale momento". Le cito: l’insegnamento della lingua e la cultura (è ora di finirla con tagli successivi); l'assunzione del personale in loco (no alla privatizzazione); la possibilità i votare senza essere obbligati di spostarsi; il passaporto; trovare un sistema d’informazione permanente e centralizzato sui posti di lavoro disponibili in Italia (questo per i nostri figli o nipoti che vorrebbero ritornare); gli anziani; la riduzione dell’Ici (prima casa): il criptaggio dei programmi tv della Rai.

Aspettiamo, signor Ministro, che per la prima volta ci sia presentato un vero programma che possa spazzare via ogni incertezza, ogni perplessità ed arrivare quindi con il CGIE ed il sostegno dei presidenti dei Comites a definire impegni e scalette precise. Sono decine di anni che giacciono in Parlamento proposte di legge a favore delle comunità italiane all’estero e nonostante i nostri continui solleciti, le nostre proposte concrete e i nostri incontri tutto è fermo, siamo come suor Anna che aspetta e non vede nulla arrivare.

In questi ultimi mesi qualche cosa di concreto ci ha portato l’Europa, la partecipazione al voto comunale - reso obbligatorio in tutti i paesi dell’Unione, altrimenti qui staremmo ancora ad aspettare - e in questa occasione molti nostri connazionali si sono candidati. Questo equivale ad una dichiarata volontà di volersi occupare del bene degli altri, infatti se si vuol migliorare la società bisogna passare anche per questa tappa. Ci auguriamo però che essi vivano con passione il loro nuovo ruolo per far da contrappeso a carrieristi e opportunisti interessati solo dal potere del guadagno e da un nepotismo esasperante: e ce ne sono in tutti i partiti.

Ma accanto a questo momento particolare dobbiamo aggiungere che la comunità italiana all’estero è riuscita a darsi delle strutture, delle proprie rappresentanze istituzionali, che hanno portato e portano avanti le loro battaglie. Queste istituzioni devono essere rispettate, aiutate ed ascoltate, solo così l’Italia potrà utilizzare pienamente quel capitale umano disperso nel mondo che costituisce un’immensa ricchezza e rappresenta una delle sue migliori risorse, non da sfruttare come sono stati sfruttati i nostri padri e i nostri nonni ma da mettere in valore. Ma questo oggi non avviene: i Comites vengono ignorati, nella parte francofona del Belgio è stata negoziata una nuova charte du partenariate per l’insegnamento della lingua e cultura italiana e nessuno ne è stato informato. I Comites ed altre istituzioni come i Coascit vengono messi in difficoltà a causa di finanziamenti o contributi che arrivano con dei vergognosi ritardi.

La legge di modifica dei Comites dorme in Parlamento da più di quattro anni e come per la legge 205 temiamo stia subendo bagni di detergenti più o meno forti per cui, quando poi finalmente sarà approvata, cadrà in un campo di cittadini delusi, di cittadini che avevano, nel 1986, accolto con entusiasmo la prima occasione data loro di partecipare direttamente alla scelta dei loro rappresentanti ma che, man mano, con un assenteismo sempre più vasto rinunciano al loro ruolo. Ridare dinamismo ai Comites vuol dire dar loro anche dei poteri che siano vincolanti. Questo non per diminuire i poteri dei Consoli, o degli Ambasciatori o per entrare in conflitto con loro, ma per cercare occasioni di dialogo costruttivo, di scelte fatte in comune, di partecipazione democratica a tutto ciò che porta l’impronta Italia.

I Comites non vogliono usurpare nulla ai rappresentanti dello Stato all’estero, ma vogliono essere riconosciuti come i rappresentanti di quella parte d’Italia fuori d’Italia, con poteri reali, non solo di consigliare o di coordinare, ma anche con poteri decisionali e di operatività organizzativa sussidiaria alle attività già svolte e con competenza dalle associazioni, siano esse nazionali, regionali o provinciali.

C’è poi il CGIE, dimensione fondamentale e indispensabile alla realizzazione delle politiche che rispondono ai desideri degli italiani; è il cordone ombelicale tra i cittadini fuori d’Italia e quelli che a nome loro gestiscono il presente e il futuro dello Stato. Il CGIE dovrebbe avere gli stessi poteri del CNEL, invece sta diventando una cassa di risonanza dove si ripetono sempre le stese cose, dove dei tribuni parlano per il piacere di sentirsi parlare ed intanto i problemi reali rimangono irrisolti.

Uno dei modi per rendere il CGIE più dinamico e più responsabile verso i cittadini è, secondo me, quello di modificare la maniera di scelta dei suoi componenti. Questi non dovrebbero più essere eletti con elezioni di secondo grado ma eletti direttamente dai cittadini, per esempio contemporaneamente all’elezione dei membri dei Comites.

Ci sono altri aspetti di partecipazione attiva alla vita del nostro paese che non possiamo lasciare da parte, come la partecipazione alla vita politica, sociale, economica e culturale delle nostre regioni. Prima di tutto credo che anche qui ci sia bisogno di una maggiore trasparenza, di un maggiore coinvolgimento dei corregionali all’estero. Si assiste, infatti, alla creazione di consulte regionali dell’emigrazione composte da consiglieri che rappresentano i corregionali all’estero ma che sono scelti non si sa come, che rappresentano non si sa chi e che non devono rendere conto a nessuno. L’organizzazione di una consultazione popolare dovrebbe poter essere realizzata affidando, perché no, ai Comites che sono una enorme coalizione a cui partecipano tutte le associazioni, un ruolo in materia, così i Comites potranno essere conosciuti, apprezzati e considerati anche dalle regioni, dalle provincie, dai comuni.

Non posso poi ignorare le leggi regionali che creano differenze tra i cittadini italiani all’estero; necessità quindi di un coordinamento Stato-Regioni-Cgie che serva da strumento regolatore. Le comunità all’estero, ed in particolare in Belgio, si trovano oggi in un momento in cui due mondi vengono a confronto; una fascia importante di cittadini con la loro storia, le loro tradizioni, i loro problemi irrisolti e un altro tipo di italianità, composta da giovani che cercano di farsi strada all’estero, ma che non rifiuterebbero di realizzarsi anche in Italia sul piano produttivo, sul piano della ricerca scientifica, di attività imprenditoriali. Aiutiamoli offendo loro delle vere borse di studio da valorizzare in qualsiasi parte del territorio nazionale.

Ci sono poi dei giovani della terza, della quarta generazione, comunque discendenti di emigrati italiani che vogliono scoprire le loro origini, annaffiare le loro radici, sono una dimensione importante della nostra comunità ma che si trovano a disagio nelle istituzioni come noi le conosciamo oggi, e che li rende quindi poveri istituzionalmente: una povertà nuova che può derivare dal cattivo funzionamento dei punti di aggregazione aperti nei diversi paesi di inserimento. Come cambiare rotta, come scoprire il nuovo da realizzare? La prima Conferenza nazionale dei giovani italiani nel mondo dovrebbe portare delle piste, alimentare delle riflessioni e delle proposte, stiamo attenti però che questo grande incontro non si riduca solo ad imbiancare la facciata, ma porti a delle soluzioni concrete e realizzabili a breve scadenza.

Sappiamo Signor Ministro che nemmeno lei possiede le ricette miracolose che possono risolvere tutte le nostre attese - ha concluso Piccoli - ma l’assicuriamo che, nel rispetto del confronto democratico, siamo in maggior parte disponibili per convergenze, collaborazioni, anche momentanee, anche parziali, purché in un orizzonte non troppo lontano si vedano chiare risposte alle nostre richieste. (Inform)


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