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INFORM - N. 162 - 10 agosto 2001

Raffaele Zanon (Regione Veneto): per non dimenticare Marcinelle

"Quel ricordo ci può aiutare a non abbassare la guardia nei confronti delle nuove sfide che l’immigrazione ci porta". Pubblichiamo qui di seguito l'intervento dell'assessore veneto ai flussi migratori, Raffaele Zanon, presente l'8 agosto con una delegazione della Regione Veneto - nel quadro della missione del ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Trenaglia - nella città belga dove 45 anni fa morirono in una miniera di carbone 262 lavoratori, dei quali 136 italiani

Il Veneto non dimentica. Non dimentichiamo la tragedia di Marcinelle, sciagura del lavoro e dell’emigrazione, una delle prime nel secondo dopoguerra italiano,nno dopo l’alluvione del Polesine. Non dimentichiamo l’odissea patita dai minatori veneti e italiani nel Belgio dal secondo dopoguerra a tutti gli anni sessanta del secolo scorso. L’8 agosto 1956 morirono a "Bois du Cazier", nello scoppio della locale miniera, 262 minatori, 136 dei quali italiani.

Cinque di loro, giovani ventenni e trentenni, erano veneti: Dino Dalla Vecchia di Sedico, provincia di Belluno, nato il 31 agosto 1926; Giuseppe Polese di Cimadolmo, provincia di Treviso, nato il 1 ottobre 1934; Mario Piccin di Codognè, provincia Treviso, nato il 15 ottobre 1919; Guerrino Casanova di Montebelluna, provincia di Treviso, nato il 30 agosto 1923; Giuseppe Corso di Montorio, comune di Verona, nato il 16 novembre 1920.

Erano emigrati in Belgio e lì morirono nelle viscere di una miniera di carbone per guadagnarsi una vita dignitosa e libera dall’indigenza che allora caratterizzava la nostra regione. Questi nostri "caduti" vanno ricordati e onorati assieme alle loro famiglie, ai figli e ai nipoti che hanno continuato a vivere in quel paese, contribuendo a farlo ricco e prospero. Domenica 29 luglio scorso ero a Lusiana: partecipavo alla festa dell'emigrante, organizzata dall'Associazione Vicentini nel Mondo. L'altare della chiesetta, dove si teneva la semplice ma toccante funzione religiosa, era ricavato da un carrello portacarbone proveniente proprio dalla miniera di Marcinelle.

E in questa città belga siamo qui oggi, 8 agosto 2001, per la prima volta assieme a un Ministro, il Ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, che rappresenta tutti i milioni di italiani partiti per l’estero in cerca di "pane e rose". La presenza delle autorità e delle delegazioni sulla Grand Place de Marcinelle e il raccoglimento al cimitero, di fronte al Monumento che ricorda il sacrificio dei minatori italiani, rende omaggio ai morti di "Bois du Cazier" ma, nello stesso tempo, ricorda tutte le vittime italiane nelle miniere belghe dal 1946 al 1963: ben 867 morti. Un tributo di sangue al quale si aggiunge quello di migliaia di lavoratori italiani uccisi dal killer silenzioso della silicosi, riconosciuta come malattia professionale dal governo belga solo nel 1963.

Il Veneto è a Marcinelle con una delegazione ufficiale della Giunta regionale e del Consiglio regionale e con i rappresentanti delle Associazioni provinciali degli emigrati veneti. Perché questa cittadina belga è un simbolo. E’ un luogo della storia italiana dal quale ripartire per affrontare con intelligenza e umanità la sfida che ci pone oggi, nel duemila, l'immigrazione nella nostra regione, nel nostro Paese, nel nostro continente. Ripercorrendo gli eventi di Marcinelle e il contesto sociale ed economico nel quale si sviluppò l’emigrazione italiana in Belgio, si possono constatare diversi punti di contatto - cambiata l’epoca e le condizioni storiche - con molte questioni dell'emigrazione attuale. Dal 1946 al 1957, dalle nostre campagne, ma specialmente dal Meridione, arrivarono in Belgio 140 mila uomini, 17 mila donne e 29 mila bambini. Destinazione: le miniere di carbone. I lavoratori belgi da tempo non scendevano più in luoghi così pericolosi, non ci andava nemmeno chi era disoccupato. Ma c’erano gli "italiani, povera gente" a sopperire.

Nel 1946 l'Italia e il Belgio firmarono una convenzione che prevedeva, tra l'altro, l'invio di 2500 chili di carbone al mese per ogni mille operai italiani emigrati, carbone che sarebbe servito alla ricostruzione del nostro Paese, uscito in ginocchio dalla guerra. E allora i ventenni e trentenni del Veneto, della Sicilia, dell'Abruzzo, del Molise, del Friuli, della Lucania, della Sardegna, arrivarono in Belgio e fornirono la forza delle loro braccia e il coraggio della loro anima e della loro disperazione, pagando un prezzo umano e sociale altissimo, patendo ingiustizie ed emarginazione sociale. I lavoratori italiani, i lavoratori veneti erano - come venivano chiamati per la polvere di carbone che ricopriva i loro corpi - "i musi neri" di allora; e venivano avviati ad un lavoro pericolosissimo e tossico senza preparazione alcuna al compito improbo delle miniere, e alloggiati il più delle volte in strutture fatiscenti. Era l'esempio di uno sfruttamento del lavoro che, in qualche modo, contraddistingueva l'Europa d'allora e che l'Europa d’allora tollerava. Dopo il disastro della miniera il Governo italiano decise di rivedere le regole sui flussi migratori e sospese il rinnovo del protocollo tra Italia e Belgio, bloccando di fatto l'invio di minatori, dopo aver chiesto a più riprese maggiori sicurezze per i minatori.

E’ trascorso quasi mezzo secolo. Gli italiani del Belgio - circa 270 mila - sono oggi cittadini europei che hanno ben saputo integrarsi, distinguersi, crescere socialmente ed economicamente, diventare classe dirigente. Nel frattempo è stata realizzata l'Unione Europea, stiamo arrivando alla moneta unica e le frontiere tra i paesi europei non esistono più. Sul fronte dei diritti dei lavoratori sono stati fatti notevoli passi in avanti. Oggi, la tragedia di Marcinelle sembra appartenere a un capitolo lontano e sfocato della nostra storia. Tuttavia, proprio quel ricordo ci può aiutare a non abbassare la guardia nei confronti delle nuove sfide che l’immigrazione ci porta. Esse riguardano la convivenza civile, il rispetto della legalità, l’inserimento degli stranieri in comunità diverse dalle loro, la lotta allo sfruttamento del lavoro e alle nuove forme di schiavitù dell’uomo sull’uomo.

Per questo non intendiamo dimenticare Marcinelle: perché solo nel ricordo e nel monito costante una vicenda come quella non potrà più ripetersi e perché solo in questo modo renderemo omaggio vero a quei giovani morti veneti e ai loro figli. (Raffaele Zanon)

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