* INFORM *

INFORM - N. 158 - 6 agosto 2001

Un articolo di Aldo De Matteo (PPI/CGIE)

Perché andrò a Marcinelle

ROMA - Sono trascorsi 45 anni (8 agosto 1956) da quella immane tragedia dove morirono asfissiati 262 lavoratori. Marcinelle è il luogo della memoria per tutti, cittadini e governanti: un evento da non dimenticare perché la barbarie non è mai definitivamente al tramonto. La storia degli emigrati è sempre stata vissuta con distacco dalle classi dirigenti: una sorta di "alleggerimento" per un’Italia che non aveva lavoro per tutti e poteva invece beneficiare dei sacrifici dei suoi figli, coraggiosi e imprenditivi, legati da forti sentimenti verso il proprio Paese e le famiglie, pronti a cercare fortuna seppure in condizioni di grande precarietà.

Il cruccio, di fronte alle polemiche sterili (qualche volta miserevoli) di questi giorni, è che non si raccoglie ancora una volta il senso di una grande impresa, di un "moto" di milioni di uomini e di donne che hanno scritto pagine straordinarie di autopromozione e di riscatto fuori da schemi ideologici e di partito, da divisioni che non li hanno neppure sfiorati.

Ho letto saggi ricchissimi scritti da nostri connazionali, spesso sotto forma di interviste, che ripercorrono in modo esemplare la strada delle nostre comunità ed i valori profondi che hanno vissuto senza il bisogno di esaltarli. Quando sento, purtroppo ancora oggi, che gli emigrati vengono strumentalizzati, mi domando "da chi" e trovo velleitario e ingeneroso il disegno e inconcludente il tentativo. La storia più recente qualche volta mostra nelle iniziative politiche italiane, il trasferimento delle divisioni che hanno lacerato il Paese ma è sempre prevalsa (a me sembra ancora così) negli italiani all’estero una vocazione allo "stare insieme" perché la solidarietà è vissuta nella sua essenza più profonda e non come richiamo di circostanza. Perché non ricordare, di fronte al sacrificio di tante vite umane e con la volontà di andare oltre, i primi passi dell’Europa, gli accordi tra Governi a tutela degli emigranti, il futuro dell’integrazione sociale e politica dove si incontrano ancora grandi difficoltà e, qualche volta, addirittura uno sgretolamento di posizioni che ritenevamo definitamente acquisite. E’ il terreno del lavoro di oggi, tutto in salita nonostante le dichiarazioni di europeismo che si sprecano. Lo abbiamo visto a Nizza ed a Göteborg.

Il mio richiamo ha l’obiettivo di cogliere quello che veramente conta, nella convinzione che ci possono essere spazi in cui la Politica non divide. Per questo respingo gli approcci ideologici ed invito ad uno sguardo libero, capace di cogliere i diritti ancora negati, le subalternità colpevoli, le carenze della politica, in Europa e negli altri Continenti dove le comunità italiane sono numerose. La condizione dei nostri connazionali non ha ovunque le stesse caratteristiche, è articolata e non mancano condizioni diffuse di povertà, soprattutto in America Latina.

Ci sono, poi, contraddizioni nella politica dell’attuale Governo, soprattutto in tema di immigrazione. Non possiamo ignorare, accanto alle esigenze legittime di regolamentazione e programmazione, la nostra storia e le nuove opportunità, soprattutto per i paesi del Sud impoveriti. Quando si arriva a proporre il reato di "immigrazione clandestina" si entra in un campo dove anche il buon senso si ribella soprattutto perché non si tiene conto che temi di questa portata vanno ricollocati nel contesto europeo. Diversamente dimostriamo d’invocare un principio, come quello della sussidiarietà e di applicarlo, di volta in volta, a seconda delle convenienze. Naturalmente, poi, ci sono i pareri dei "santoni" che sanno di tutto ed arrivano a proporre financo la finctio juris, cioè il clandestino non entra in Italia finché non viene ammesso e la sua presenza non ha valore giuridico anche se si trova in Italia. Altro che "buonisti, utilitaristi e ragionanti", qui siamo fuori dal mondo mentre la ricerca di soluzioni esige di tener conto di problemi diversi che nulla hanno a che fare con la "poco santa alleanza" a cui fa riferimento Giovanni Sartori. Anche il "permesso di lavoro" va considerato in tutte le sue implicazioni non trascurando gli interessi delle aziende ma soprattutto quelli della persona e della famiglia. Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si è espresso con grande chiarezza e coerenza su questo tema.

Andare a Marcinelle per me vuol dire onorare la memoria ed il sacrificio di quanti sono caduti sul lavoro; riflettere sulla vita di decine di milioni di persone e sulla durezza di condizioni inumane che hanno subito; affermare il moto di liberazione, basato sulla solidarietà che ha caratterizzato il faticoso cammino di emancipazione e di riscatto degli emigrati; perseguire con determinazione i nuovi obiettivi di civiltà, non per esaltare le potenzialità economiche, ma soprattutto quelle umane e sociali in dimensioni nuove e in una politica sempre più ispirata alla solidarietà. (Aldo De Matteo*-Il Popolo/Inform)

_____________

* Responsabile Esteri del PPI


Vai a: