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INFORM - N. 155 - 1 agosto 2001

Gaetano Cario intervista Raffaele Vitellio, presidente del Comites di Mar del Plata. Il problema dei connazionali indigenti

BUENOS AIRES - Mar del Plata è detta la "ciudad feliz", la città felice. In realtà, lo era fino a qualche anno fa. Una città balneare che, grazie al turismo, era in perenne crescita il che comportava un esteso benessere. Le costruzioni edilizie davano lavoro a un gran numero di persone mentre si era sviluppata l’industria tessile e quella della pesca con l’indotto. La recessione di cui sta soffrendo questo Paese ha colpito in particolare questa città che ha uno degli indici più alti di disoccupazione. La collettività italiana, inserita in questo contesto favorevole, ne aveva tratto notevoli benefici. Oggi si trova di fronte a grosse difficoltà. Gli italiani oggi vedono partire i loro figli per la Penisola in cerca di un futuro migliore. Si tratta di un paradosso storico che, certamente, farà riflettere gli esperti in sociologia.

Nell’ultimo viaggio realizzato a Mar del Plata ho intervistato Raffaele Vitiello, presidente del Comites, di quella circoscrizione. Nessuno meglio di lui può fornirci un panorama sulla situazione della nostra collettività in questo particolare momento.

Quali sono le relazioni del Comites con il Consolato?

Sono ottime. Gli scambi di informazioni sono frequenti e tutti positivi. Ci sono stato alcuni giorni fa, assieme al rappresentante della nostra collettività nel CGIE, avv. Adriano Toniut. Il console mancava da quasi un mese perché aveva goduto di una licenza. Al rientro ci è sembrato opportuno visitarlo per metterlo al corrente delle ultimi novità che si sono prodotte in sua assenza ma, soprattutto, per esporgli tutti i temi che ci preoccupano, come quelli delle pratiche di cittadinanza e dei passaporti e l’applicazione della legge Bassanini. Tutti conosciamo le grandi difficoltà a cui devono far fronte tutti i consolati italiani in Argentina, specialmente per quanto riguarda la cittadinanza. Bisogna tenere in conto che Mar del Plata è una grande città con 600/700 mila abitanti dei quali la metà è di origine italiana e, quindi, le richieste di naturalizzazione sono enormi mentre l’organico del Consolato, undici persone in tutto, è assolutamente insufficiente considerando, inoltre, che due o tre sono in licenza. Bisogna riconoscere che fanno del loro meglio, ma miracoli, certamente, non ne possono fare. Quello dei passaporti è un problema quasi risolto invece quello della cittadinanza richiede la presenza di rinforzi magari contrattati in loco.

Per quanto riguarda l’assistenza, il nostro Consolato è quello che meno contributi riceve dal Ministero Affari Esteri mentre dobbiamo soccorrere molti connazionali in condizioni di indigenza, a volte estrema. Nella nostra circoscrizione che va da Necochea fino a Santa Teresita e fino a Tandil e che comprende sedici "partidos", le richieste di aiuto sono molto numerose. Stiamo facendo quanto ci permette l’esiguità dei fondi. Situazione che si va aggravando con il trascorrere del tempo. Per quanto riguarda la diffusione della lingua e della cultura italiana, le cose vanno un pò meglio perché stiamo ricevendo contributi consistenti. Nel Consolato funziona bene l’ufficio Scuola diretto dalla prof.ssa Pancini. Il Coascit riceve pure dall’Italia partite di aiuti anche se in questo terreno si vorrebbe fare sempre di più. E’ notevolmente aumentato il numero degli alunni che desiderano imparare la nostra lingua, sia nelle scuole pubbliche sia in quelle private. Ci sono anche la Dante Alighieri e altre associazioni che hanno avviato dei corsi. Non ci possiamo lamentare.

Per quanto riguarda l’attenzione in Consolato a coloro che ne hanno necessità bisogna dire che ci troviamo di fronte a gente che, soggettivamente, si lamenta. Sono davvero strani i nostri connazionali: fanno lunghe code in banca o in altri uffici amministrativi senza lamentarsi e quando le devono fare in Consolato, eccoli estremamente critici. Molti si lamentano perché non godono, in quanto cittadini italiani venuti dalla nostra Penisola, di una corsia privilegiata e devono sottomettersi agli stessi disagi di coloro che sono italiani naturalizzati o addirittura stranieri. E’ una situazione che il Consolato dovrebbe tenere in conto.

Ma una critica "di ritorno" l’ha formulata il console ai connazionali perché, quando si sposano o hanno dei figli, non informano di questi eventi che modificano la loro situazione familiare, il Consolato. Ciò eviterebbe che, quando si tratta di svolgere delle pratiche, gli iter si dilunghino. Il console è fortemente impegnato a rendere le pratiche più agevoli e più rapide, se non ce la fa è perché mancano le strutture adeguate. I funzionari e gli impiegati, come ho già spiegato, danno il meglio di loro stessi. Lo so perché frequento giornalmente il Consolato. La sede non regge più, ma anche le prassi sono inadeguate. Per una richiesta di cittadinanza, a volte, l’impiegato deve esaminare, registrare e inviare in Italia un fascicolo contenente fino a quattordici certificati - se si tratta di un ascendente di quarta generazione - che gli fa perdere una giornata. Ci sono varie cose che sono suscettibili di miglioramento.

Perché aumentano le richieste di cittadinanza?

Perché la crisi economica spinge molta gente a cercare nuovi orizzonti. E’ veramente inconcepibile che un Paese ricco di risorse come l’Argentina, dove c’è tutto da fare, con una popolazione acculturata, che in passato diede ospitalità e lavoro a milioni di immigrati, non riesca a risolvere i suoi problemi. Qualche giorno fa è venuto da me un ingegnere di sessantun anni con due figli di ventuno e ventitré anni. Voleva un consiglio per emigrare in Italia. Chi lo avrebbe immaginato solo pochi anni fa?

Qual è la situazione economica, oggi, della nostra collettività?

In verità, non tutti gli italiani qui residenti hanno "fatto l’America", ma qualche decennio fa, tutti vivevano un’esistenza dignitosa e decorosa. Oggi molti, che cambiavano l’auto tutti gli anni e li vedevi cenare in ristoranti con la famiglia, vengono a chiedere aiuto. Le loro risorse sono diminuite e appena sopravvivono grazie agli aiuti del Consolato e di altri enti assistenziali.

Per questa gente ci vorrebbe il famoso "assegno sociale". Forse l’aumento delle pensioni minime promesso dall’attuale governo, che verrebbe esteso anche ai pensionati all’estero potrebbe costituire un sollievo.

Certamente. Ma qui sorge un grosso problema. Queste provvidenze dovrebbero essere limitate agli italiani che mezzo secolo fa lasciarono la loro terra. Se le estendiamo a tutti coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana e risiedono all’estero, allora diventa un caso impossibile perché il nostro Paese non è un pozzo senza fondo o un rubinetto inesauribile. E’ la stessa questione del voto. Perché tardano tanto a concederci il voto? semplicemente perché, se questo diritto viene riconosciuto anche a coloro che sono discendenti di terza e quarta generazione, sarebbero più gli elettori all’estero che quelli in Italia. Si dice: ma gli spagnoli, i tedeschi, ecc. votano. Essi però non mandano emigrati come loro rappresentanti in Parlamento.

E’ vero l’ho scritto sul mio settimanale. Fra cinque o sei anni la nostra collettività sarà praticamente estinta e allora potrebbe succedere che in Parlamento ci siano dei cittadini naturalizzati che parlano lo spagnolo o il portoghese.

E’ una questione molto delicata.

Interviene nella conversazione il sig. Rocco La Rosa, presidente dell’Eniamez, un ente per l’assistenza ai connazionali e ne approfitto per soddisfare qualche curiosità su questa questione.

Lei che presiede questo ente assistenziale, mi dica, sono in aumento le domande di aiuto?

Certamente. Attualmente gli indigenti assistiti sono 500, in generale persone anziane.

Da che regione provengono?

La maggior parte sono del Sud, calabresi, siciliani, campani.

Le regioni fanno qualcosa per venire incontro alle necessità dei loro corregionali? So che la Calabria invia centinaia di milioni di lire per l’assistenza dei suoi emigrati.

Sì, anche la Toscana e la Basilicata. Noi stiamo sensibilizzando tutte le regioni.

Quali sono, in generale, le cause di queste situazioni di precarietà?

Sono moltissime. Ci sono, per esempio, coloro che durante la loro vita di lavoro non hanno fatto i versamenti previdenziali o non li ha fatti l’azienda della quale erano dipendenti, ed oggi non fanno copertura sociale alcuna. Molti hanno figli che, però, sono disoccupati e non possono aiutarli. Molti, poi, sono quelli che riscuotono le pensioni minime argentine che non servono per vivere. Negli ospedali abbiamo ottantacinque malati indigenti senza mutale che ne paghi il ricovero e le cure. Essi vengono aiutati dal Consolato. A questo proposito va detto che il contributo del ministero Affari Esteri dovrebbe essere per lo meno triplicato. Noi evitiamo di dare a questi indigenti degli aiuti in denaro perché magari lo regalano ai propri nipotini. Consegniamo loro gli alimenti e paghiamo noi le bollette della luce, del gas e dell’acqua. Ci sono anche dei connazionali che, per ragioni di lavoro, presero la cittadinanza argentina e non si accorsero che potevano riacquistare quella italiana. Costoro in quanto "stranieri", non possono ricevere aiuti dallo Stato italiano. (Gaetano Cario-L'Eco d'Italia/Inform)


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