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INFORM - N. 154 - 31 luglio 2001

L'obiettivo su Marcinelle

Mai come oggi, almeno negli anni più recenti, l'attenzione del mondo dell'emigrazione, in un periodo in cui i pensieri sono rivolti per lo più alle sospirate vacanze, si è concentrata sulla tragedia di Marcinelle. Vogliamo almeno attribuirne il merito a Mirko Tremaglia, che per la prima volta effettua il suo consueto "pellegrinaggio" al Bois du Cazier in forma ufficiale quale ministro per gli Italiani nel mondo? E' ovvio che ciascuno interpreti l'avvenimento dal proprio punto di vista, a seconda della propria sensibilità. Sull'argomento abbiamo gà pubblicato l'editoriale di Bruno Zoratto su "Nuovo Oltreconfine" e l'articolo di Daniele Rossini del Patronato ACLI del Belgio che invita a non dimenticare i vivi, cioè i nostri minatori colpiti dalla silicosi e da altre malattie professionali i cui diritti non sono sempre sufficientemente tutelati. Su questo numero di Inform altri due articoli che invitano alla coerenza e collegano le sofferenze dei nostri emigrati di cinquant'anni fa con quelle degli immigrati stranieri in Italia: un articolo è del presidente dell'Istituto Fernando Santi Piero Puddu, l'altro - polemico nei confronti di Tremaglia - di quattro componenti del CGIE, Andrea Amaro, Elio Carozza, Norberto Lombardi, Luigi Sandirocco e Stefano Tricoli.

Pane e lavoro: questa l’identità dei morti di Marcinelle, italiani e non italiani

ROMA - Fra qualche giorno, l'otto agosto, saranno passati 46 anni dal 1956 anno della catastrofe di Marcinelle.

Sotto terra, nella miniera di carbone morirono 262 uomini dei quali più della metà, 136, italiani poveri e senza lavoro, costretti ad emigrare dal paese il cui sistema produttivo si era liquefatto nella immane fornace della guerra della quale era responsabile il regime fascista.

Dal 1946 al 1957 dalle nostre campagne e dal sud in specie, erano stati portati in Belgio 140 mila uomini, 17 mila donne e ben 29 mila bambini.

I lavoratori belgi da tempo non scendevano più in miniere così pericolose dove non andavano più neanche i disoccupati.

Furono fatti venire allora, come oggi nel nord-est d'Italia, gli immigrati.

Tra questi, gli italiani che hanno pagato a prezzi umani e sociali esorbitanti, con la morte e, nella ipotesi migliore con la silicosi, il carbone necessario al sistema industriale ed alle famiglie italiane.

L'Istituto Fernando Santi considera la ricorrenza della tragedia di Marcinelle fondamentale per la memoria storica degli italiani.

La morte dei minatori di Marcinelle costituisce altresì un elemento essenziale della identità degli italiani di ieri, di oggi e di domani, la cui vita ed il cui lavoro si svolge all'estero.

E' il ricordo dei villaggi di baracche, del disagio umano e dell'isolamento sociale e delle rimesse per far mangiare chi restava in Italia.

Negli incontri con i circoli aderenti all'Istituto Fernando Santi in Belgio lo abbiamo più volte verificato: è il ricordo di tutto ciò che rende orgogliosi gli italiani del Belgio oggi sempre più presenti, in specie, con le nuove generazioni con responsabilità e qualificazione a tutti i livelli nella società belga e nelle istituzioni.

Gli italiani del Belgio sono oggi cittadini europei che hanno ben saputo integrare la loro cultura con i valori della società che li ha accolti.

A Marcinelle non sono morti soltanto italiani e noi desideriamo ricordarli tutti i morti di quella giornata tragica.

Quando verosimilmente il martello pneumatico colpì il filone di carbone e la scintilla fece esplodere il gas stagnante in galleria, nel buio della miniera, quello che caratterizzava gli italiani era la stessa atavica volontà di vedere garantito il diritto al pane ed al lavoro degli altri morti con loro sottoterra.

La stessa parola d'ordine e lo stesso grido più volte aveva già attraversato la vecchia Europa. Ancora una volta i poveri si erano incamminati per andare altrove e si erano sparpagliati negli stessi angoli del mondo, America ed Australia dove c'era una speranza di vita migliore.

Oggi anche l'Italia ha sempre più bisogno di immigrati.

Essi non possono essere considerati come uno strumento di lavoro, usati per sei mesi e rispediti a casa.

Gli immigrati non possono essere alloggiati in falansteri-ghetto accanto ai posti di lavoro per eliminare la possibilità di contatto con le comunità prossime ai posti di lavoro.

Si vogliono forse due società separate come accadde agli italiani nel Belgio e più recentemente nel Sud Africa?

Nel ricordo di Marcinelle chiediamo al governo ed al Ministro Mirko Tremaglia che si accinge a commemorare in Belgio i fatti che avvennero quell'otto di agosto del 56 che vada garantita con leggi adeguate la certezza dei diritti umani, a partire dal diritto a lavorare in condizioni paritarie anche a quei cittadini di altri paesi che immigrati vivono e lavorano in Italia.

Piero Puddu, Presidente dell'Istituto Fernando Santi

(Inform)


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