* INFORM *

INFORM - N. 145 - 19 luglio 2001

Una nota della Migrantes

Nuova legislatura, nuova legislazione sugli immigrati?

ROMA - Non deve far meraviglia, in linea di principio, se con una nuova legislatura, specialmente se esprime una nuova maggioranza parlamentare e di governo, si mette mano alla normativa precedente, anche in fatto di immigrazione, per eventuali verifiche e cambiamenti. Ciò rientra nel gioco democratico e nella natura stessa di certi problemi soggetti a continua evoluzione.

Tuttavia - rileva la Migrantes, la fondazione dei Vescovi italiani per i settori della mobilità umana - sarebbe doverosa attenzione verso la società politica e civile dire con chiarezza se si intende apportare aggiunte e modifiche anche di rilievo alla legge precedente o se si intende cambiarne l’impianto generale. Questa chiarezza si attendono in particolare quelle forze sociali che per anni si sono impegnate con passione e con un certo accanimento per dare il loro contributo ad una legge equa e praticabile, ispirata a fondamentali valori civili e cristiani, talora in posizione fortemente dialettica con chi allora teneva la maggiore responsabilità della cosa pubblica. Queste forze di solidarietà, infatti, pur mantenendo riserve su punti particolari della nuova legge e auspicandone miglioramenti, non hanno mancato di esprimere sulla medesima una valutazione globalmente positiva e si sono sempre dette disponibili a proseguire sulla via democratica della proposta e del confronto.

Per esse la disponibilità a questo tipo di collaborazione, che è estranea a particolari schieramenti politici o ideologici, non però a ispirazioni ideali, rimane intatta anche con la nuova maggioranza; è importante però stabilire se essa intende completare, correggere, migliorare, rendere più efficace quanto già esiste o intende voltare decisamente pagina. In questo secondo caso è opportuno, anzi doveroso verso tutta la società chiarire dove e perché la normativa in corso non può raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge e in che cosa pertanto la nuova dovrebbe superare e sostituire la precedente. Si è infatti convinti che oggi, mentre urge portare in porto il provvedimento legislativo sugli asilanti e i richiedenti asilo, fermatosi con la precedente legislatura sulla soglia del Senato, altrettanto è urgente partire dalla nuova legge sull’immigrazione per darle un più pieno compimento sul piano amministrativo con interventi tempestivi, coerenti e intelligenti.

Facciamo tre esempi, ma altri se ne potrebbero addurre.

  1. Si parla di introduzione del reato di clandestinità, una posizione che è variegata e non condivisa da tutta la maggioranza. In che cosa ci si vuole scostare dalla legge attuale? L’articolo 13 del T.U. dice al comma 13: "Lo straniero espulso non può rientrare nel territorio dello Stato…; in caso di trasgressione, è punito con l’arresto da due a sei mesi ed è nuovamente espulso con accompagnamento immediato". Siamo dunque di fronte ad un reato, a un provvedimento coercitivo e "punitivo" con limitazione della libertà, anche se se ne parla nel capitolo sulla "espulsione amministrativa".
  2. "Contratti di soggiorno" ossia "contratti di lavoro a termine". Già l’attuale legge prevede nelle quote annuali d’ingresso il lavoro a tempo determinato (art. 22) e stagionale (art. 26). Inoltre l’art. 27 (comma 1, g) consente, fuori delle quote, "permessi di soggiorno per lavoro subordinato" a "lavoratori alle dipendenze di organizzazioni o imprese operanti nel territorio italiano, che siano stati ammessi temporaneamente a domanda del datore di lavoro, per adempiere funzioni o compiti specifici, per un periodo limitato o determinato, tenuti a lasciare l’Italia quando tali compiti o funzioni siano terminati". Alla lettera i) del medesimo comma si dispone analogamente per il trasferimento temporaneo in Italia di lavoratori dipendenti da datori di lavoro, persone fisiche o giuridiche, residenti o aventi sede all’estero. Spetta al Governo dare piena attuazione a questo dispositivo. Ci si domanda in che cosa si scosti la nuova proposta da questo dispositivo, a meno che il contratto di lavoro a termine non costituisca d’ora in poi l’unica possibilità di lavoro in Italia, con esclusione quindi di un lavoro a tempo indeterminato.
  3. Avrebbe accesso in Italia, secondo le nuove proposte, la manodopera qualificata o altamente qualificata richiesta dal nostro mercato di lavoro. Già ora si prevede che nei decreti annuali sui flussi si debba "tenere conto delle indicazioni fornite, in modo articolato per qualifiche e mansioni, dal Ministero del lavoro". Inoltre nel citato comma 1 dell’art. 27, alla lettera a), al Governo è data facoltà di concedere il permesso di soggiorno, fuori delle quote, ai "dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sedi o filiali in Italia". Ecco la domanda: queste qualifiche e mansioni sono solo di alta specializzazione o vi può rientrare anche una manodopera abbastanza generica, ad esempio quella richiesta nel settore della ristorazione o della collaborazione familiare?

Ci si domanda dunque se obiettivi come questi richiedano un impianto legislativo del tutto nuovo o se possano essere raggiunti anche in base alla legge esistente, eventualmente completata e corretta. Così formulati, sono quesiti di carattere piuttosto formale e tecnico, non propriamente di competenza di organismi ecclesiali; essi però possono presupporre una "forma mentis", ad esempio sull’uomo migrante, sui diritti della persona, sull’economia, che interpellano la sfera etica e, di conseguenza, il sentire cristiano, com’è soprattutto formulato nella Dottrina sociale della Chiesa.

Ritorniamo con brevi accenni sugli esempi citati.

  1. Quanto all’ipotizzato reato di clandestinità, sia sufficiente citare la dichiarazione dei Vescovi della Comece (Commissione degli Episcopati dell’U.E.) in fatto di migrazioni del 30 marzo scorso: "Siamo fortemente preoccupati della situazione delle persone in posizione irregolare, spesso vittime di sfruttamenti che negano la loro dignità… La Chiesa nella sua attività pastorale cerca di tenere costantemente presenti questi gravi problemi. In ogni caso, chiunque eserciti in forma legittima il diritto di cercare migliori condizioni di vita non dovrebbe essere considerato come criminale solo per questo".
  2. Quanto ai contratti a termine, se diventassero l’unica possibilità di accesso per motivi di lavoro, risulterebbe chiaro che in tal caso l’unico criterio di valutazione sarebbe quello economico. Non vorremmo che diventasse pesante accusa anche per noi italiani quanto Max Frisch, rimproverava ai suoi connazionali nei confronti degli italiani emigrati nella confederazione elvetica: "Cercavate forza-lavoro e sono arrivate persone". Nel caso di contratto a termine non avrebbe più senso la carta di soggiorno, il ricongiungimento familiare, la legittimità di un progetto di vita in emigrazione, la prospettiva di una società multietnica così splendidamente illustrata dal Papa nell’ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.
  3. Quanto all’impiego di manodopera solo qualificata, a parte che così non si risponde adeguatamente alle attuali richieste del mercato di lavoro, verrebbero evidenziati in tale politica migratoria solo i "fattori di attrazione" e di convenienza economica, ignorando e rimuovendo i "fattori di espulsione", quelli che nel linguaggio anche recente del S. Padre identificano l’emigrazione con "l’esodo della disperazione". Con ciò non si vuole incoraggiare l’ingresso di manovalanza generica, avendo sott’occhio un cumulo di testimonianze sulla possibilità di una sufficiente e piuttosto rapida preparazione professionale, per iniziativa prevalentemente privata, condotta in Italia, cui si possono aggiungere interessanti esperienze che si stanno realizzando nei Paesi di partenza.

Non si vorrebbe infine tanto insistere sul diritto dello Stato di gestire le proprie frontiere e la sua politica migratoria da veder vanificato, come espressamente in questi giorni qualcuno ha tentato, il diritto naturale di migrare. Il Papa l’ha così formulato nel suo ultimo messaggio per la Giornata Mondiale delle Migrazioni: "La conoscenza dell’uomo, che la Chiesa ha acquisito nel Cristo, la spinge ad annunziare i diritti umani fondamentali ed a fare sentire la sua voce quando essi sono conculcati… E’ in questo contesto che va considerato il diritto ad emigrare. La Chiesa lo riconosce ad ogni uomo nel duplice aspetto di possibilità di uscire dal proprio Paese e possibilità di entrare in un altro alla ricerca di migliori condizioni di vita. Certo, l’esercizio di tale diritto va regolamentato, perché una sua applicazione indiscriminata arrecherebbe danno e pregiudizio al bene comune delle comunità che accolgono il migrante. Di fronte all’intrecciarsi di molti interessi accanto alle leggi dei singoli Paesi, occorrono norme internazionali capaci di regolare i diritti di ciascuno, sì da impedire decisioni unilaterali a danno dei più deboli".

In un momento così decisivo come il presente, in cui l’Unione Europea sta per darsi norme orientative o vincolanti per i singoli Stati, sarebbe penoso - conclude la Migrantes - che l’Italia si assumesse una funzione frenante o facesse da fanalino di coda. (Inform)


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