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INFORM - N. 144 - 18 luglio 2001

Un articolo di Rodolfo Ricci, Segretario generale della FIEI

I 40 milioni di italiani fuori dal G8

ROMA - Non so se la notizia possa destare interesse, ma tentiamo comunque di suscitarlo: al G-8 di Genova, come in tutti gli altri appuntamenti succedutisi da Seattle in poi, le condizioni e i bisogni di oltre 40 milioni di italiani non saranno rappresentati. Di quali italiani si tratta? Si tratta di nipoti e bisnipoti delle decine di milioni di nostri nonni che dalla fine dell‘800 in poi, partendo proprio dai grandi porti italiani, come Genova, sono fuggiti dalla miseria e dalla desolazione di vaste aree del nostro Paese, alla volta dell‘America, non solo quella del nord, ma anche di quella centrale e del sud, alla ricerca di condizioni di vita dignitose e di un futuro per i loro figli.

Anzi, più che per gli Stati Uniti e per il Canada, piú che per l‘Australia e per il Nord Europa, in centocinquanta anni, gli italiani sono emigrati verso i Paesi dell‘America Latina, Brasile, Argentina, Venezuela, Uruguay.

Mentre i circa 15 milioni di oriundi che vivono negli USA, insieme ai due milioni che vivono in Canada, ai due milioni che vivono in Australia e agli altri quattro o cinque che vivono nell‘Europa del Nord sono stati relativamente fortunati, gli altri 40 milioni che vivono nei paesi latinoamericani condividono con i discendenti di spagnoli, tedeschi, portoghesi, polacchi e delle altre etnie autoctone, le amare condizioni di vita di questo continente; essi costituiscono circa il 10% della popolazione dell‘intero continente.

Le favelas di San Paolo, quelle di Caracas, quelle di Buenos Aires e Montevideo, annoverano tra i loro abitanti, centinaia di migliaia di nostri cugini di secondo e terzo grado.

A San Paolo del Brasile vivono oltre 4,5 milioni di discendenti di italiani, cosa che fece dire al Presidente Ciampi nella sua visita dello scorso anno, che quella era la più grande città „italiana" del mondo. A Buenos Aires, nelle favelas che si insinuano nel centro fino a poche centinaia di metri dalla Recoleta e dal Café de la Paix, vivono, in proporzione di uno su due, oriundi discendenti di piemontesi, calabresi, liguri, veneti e campani, che sono arrivati qui tra la fine dell‘ottocento fino ai primi anni ’60.

Analogamente accade a Montevideo, capitale dell‘Uruguay, e a tutte le altre città del bacino del Rio de la Plata, le cui strade sono ricolme di insegne italiane.

Risalendo lungo la costa atlantica incontriamo gli stati brasiliani di Rio Grande do Sul, Santa Caterina e Paranà, dove i discendenti di friulani, veneti, lombardi e piemontesi, e successivamente di calabresi, campani e siciliani, sono arrivati sulle orme di esponenti libertari, carbonari, massoni e anarcosindacalisti, e che, oltre che dalla povertà, fuggivano anche dalle repressioni dello Stato unitario. Essi fondarono città che si chiamano Garibaldi, Nuova Treviso, Nuova Trento e una miriade di piccoli paesi che ripetono toponimi di tutte le regioni italiane; furono decisivi nella edificazione delle grandi metropoli sudamericane, da Caracas, a San Paolo, da Porto Alegre, a Montevideo a Buenos Aires, a Rosario.

Ma furono insostituibili soprattutto nella colonizzazione agricola delle immense distese di terre di questo continente: quasi tutta la produzione vinicola ed ortofrutticola di queste terre è frutto dei contadini italiani che al loro arrivo ottennero in proprietà qualche ettaro di terra, spesso non la migliore, visto che prima di loro erano arrivati i tedeschi e i polacchi della Slesia.

Furono questi contadini e questi proletari delle città a fare la fortuna, fino agli anni ’60, di questi Paesi. Poi, con la meccanizzazione dell‘agricoltura e la conseguente crisi dei prezzi agricoli, il grande latifondo, mai seriamente messo in discussione dai timidi tentativi di riforma agraria, tornò ad imperare; i contadini dovettero cedere le proprie terre per sopravvivere e si spostarono a centinaia di migliaia nelle metropoli, ad infoltire i quartieri periferici e le favelas, alla ricerca di lavoro ed occasioni di sopravvivenza.

E‘ di questo periodo, fine degli anni settanta, la rinascita di movimenti di resistenza di massa contro la dittatura e per l‘occupazione delle terre come il movimento dei Sem Terra, che oggi annovera circa cinque milioni di aderenti in Brasile e le cui origini vengono dal Rio Grande do Sul, e il cui gruppo dirigente è in gran parte di origini italiane.

Tuttavia la crisi in questa parte del globo è integrale: i processi di globalizzazione, assieme alle sconsiderate politiche di „modernizzazione" e stabilizzazione monetaria imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale, -che trova nella attuale crisi argentina l‘esempio più sconcertante, trattandosi di un Paese che fino a trenta anni or sono vantava redditi pro-capite superiori a quelli medi europei- stanno sconvolgendo la struttura sociale e di welfare di tutto il cono sud dell‘America Latina

Le interminabili file di migliaia di connazionali in attesa di ottenere la cittadinanza italiana di fronte ai consolati di tutte le grandi città sudamericane costituiscono un fatto senza precedenti: l‘emigrazione di un secolo torna a reimmigrare in Europa, ad infoltire le schiere provenienti dall‘Africa, dai Paesi dell‘est europeo e da quelli del medio ed estremo oriente.

Sono già molti, esponenti leghisti o integralisti cattolici, a sostenere che questa immigrazione è preferibile a quella proveniente dai più vicini Paesi islamici, la cui cultura è più problematicamente assimilabile alla nostra, o pericolosamente concorrenziale sul piano confessionale.

Le dichiarazioni di Bossi e Maroni sul contratto di soggiorno, le nuove disposizioni della Regione Veneto sugli interventi per gli immigrati ne sono esempi chiari e preoccupanti.

L‘istituzione del Ministero degli italiani nel mondo, con a capo Tremaglia, un potenziale corollario.

Sarebbe invece significativo che al G-8 di Genova, il Ministro Ruggiero e il nostro Governo ricordassero le condizioni di questi 40 milioni di oriundi italiani che, accanto a tutte le altre etnie, condividono condizioni di vita difficilissime in Paesi che rischiano di diventare succursali delle multinazionali del transgenico, della chimica, della farmaceutica e delle loro banche.

Sarebbe apprezzabile che qualcuno, dalle valli bergamasche, o dalle aree tardoindustriali della Brianza o del Veneto, o da quella ampia Padania madre di tanti migranti, si alzasse per dire che vantiamo milioni di parenti in questo sud del mondo che insistiamo a ignorare e a non rappresentare. (Rodolfo Ricci-Emigrazione notizie/Inform)


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