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INFORM - N. 144 - 18 luglio 2001

Un articolo di Franco Narducci, Segretario generale della FUSIE

Unione Europea, coordinare le politiche per l’immigrazione

ZURIGO - La penuria di forza lavoro riscontrabile nella maggioranza degli Stati membri, in controtendenza con i tassi di disoccupazione relativamente alti, spinge la Commissione dell’Unione Europea ad aperture verso l’immigrazione proveniente dai Paesi terzi. L’improvviso risveglio dell’Unione Europea giunge dopo che quasi tutti i suoi membri - il caso emblematico più recente è la Germania - hanno avviato riflessioni approfondite sulle line portanti delle proprie politiche migratorie.

Antonio Vitorino, il responsabile della Commissione per la giustizia e affari interni ha presentato la scorsa settimana un catalogo di proposte per equiparare le procedure d’immigrazione nell’Unione Europea, semplificare la "guerra delle carte" ad esse collegate, e allo stesso tempo sviluppare criteri univoci d’ammissione per gli immigrati provenienti dagli Stati terzi.

La Commissione assegna al "sistema Greencard" (modello già sperimentato in America) una centralità preminente, proponendo che in futuro sia applicato in tutta l’Unione Europea. Secondo la Commissione, l’introduzione di detto sistema consentirebbe agli Stati membri di far fronte ai bisogni di singoli settori dell’economia, reclutando in modo mirato la forza lavoro dai Paesi non appartenenti all’UE.

L’esempio concreto è la Germania, che l’anno scorso con la Greencard ha portato in casa propria varie migliaia d’informatici e specialisti di software reclutandoli in India, dopo i tentativi falliti di ricoprire i posti vacanti con forza lavoro indigena.

500 mila clandestini ogni anno

La Commissione, tuttavia, ha delineato anche un ordine di priorità: prima che un Paese membro rilasci i permessi d’ingresso avvalendosi della predetta opportunità, si deve dimostrare l’impossibilità di occupare i posti vacanti con manodopera indigena o proveniente dagli altri Paesi dell’UE. La Commissione introduce anche un elemento relativamente nuovo in tema di politica migratoria: le imprese che assumeranno persone dai Paesi terzi, dovranno risarcire i costi sostenuti dalle Istituzioni per l’integrazione degli immigrati (ad esempio, per i corsi di lingua).

La direttiva proposta da Bruxelles adotta il principio della sussidiarietà, consentendo ad ogni Paese membro di stabilire autonomamente il contingente d’immigrati. Le nuove regole comuni, però, mirano a disciplinare l’immigrazione in modo ordinato e coerente nell’intera Unione Europea.

L’idea di una politica comune per l’immigrazione non è nuova. Fin dalla creazione dei mercati macroregionali con l’abbattimento delle barriere doganali e dell’abolizione dei controlli di confine (trattato di Schengen), è quasi impossibile per gli Stati membri sorvegliare con costanza i confini interni e controllare efficacemente la libera circolazione delle persone tra gli Stati.

Con questa consapevolezza i capi di governo dell’UE avevano deciso già nel 1999 di rafforzare il coordinamento delle politiche migratorie all’interno dell’Unione. Il tema, tuttavia, si è rivelato scottante come un ferro rovente, giacché molti Stati membri considerano la politica dell’immigrazione e del diritto d’asilo come elemento intoccabile della propria sovranità nazionale.

L’iniziativa della Commissione giunge, ad ogni modo, in una fase di ripensamento dell’intera materia, spiegabile non da ultimo con l’accresciuta pressione sprigionante dalla "materia immigrazione". Benché non siano disponibili cifre ufficiali, è radicata l’impressione che negli ultimi tempi sia aumentata soprattutto l’immigrazione clandestina. Le autorità di polizia dell’Europol, calcolano che sia stata superata la soglia di 500 mila immigrati clandestini l’anno.

Il convincimento è avvalorato anche dal risultato prodotto dall’iniziativa di sette Paesi dell’Unione (Belgio, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda e Spagna), che tempo fa offrirono agli illegali l’opportunità di regolarizzare la loro posizione e di otenere un permesso di soggiorno. L’offerta fu accolta da non meno di 1,8 milioni di persone in cerca di "regolarizzazione".

Europa, aumenta l’invecchiamento

Un ulteriore aspetto che aiuta la comprensione del ripensamento in atto, è l’invecchiamento della popolazione registrabile ovunque in Europa. Le conseguenze più marcate sono le strettoie che appesantiscono il mercato del lavoro, che non riguardano soltanto l’alta tecnologia, bensì anche l’agricoltura, l’industria alberghiera e la sanità, settori confrontati con un continuo deficit di forza lavoro.

Una politica d’immigrazione coordinata a livello dell’intera Unione Europea - la Commissione ne è fermamente convinta - alleggerirebbe quanto meno la pressione che sovrasta i mercati del lavoro.

Garantire i diritti e il rispetto delle persone

Il ritardo con cui l’Unione Europea si prefigge di impostare una politica unificante in materia d’immigrazione non deve scoraggiare il tentativo, poiché è forte la necessità di avviare un coordinamento con il fine d’introdurre regole affidabili per sconfiggere le tensioni sulla questione dei clandestini, ma anche per ribadire la dignità umana e i diritti più elementari delle persone.

Il dato certo è che l’Europa dei 15 non riesce a far fronte ai bisogni del mercato del lavoro con il semplice ricorso alla libera circolazione delle persone, che ha inciso pochissimo sulla mobilità prefigurata. Non vorremmo che l’orientamento che si coglie in Italia negli annunci dei Ministri Bossi e Maroni in tema d’immigrazione si traduca in atti concreti e faccia scuola nel resto dell’Europa Unita.

La stagionalità del lavoro in determinati settori, non solo in quello agricolo, è inevitabile, ma non si può accettare come propone l’Italia di trattare le persone alla stregua di un pacco postale. Si deve garantire il diritto al ricongiungimento familiare, ad abitazioni degne di tale nome, alla scolarizzazione dei figli degli immigrati attuando modelli pedagogici largamente sperimentati.

La forza lavoro proveniente dai Paesi terzi non può essere considerata il puro e sempre strumento dei flussi congiunturali, la valvola di sfogo dei Paesi avanzati, perché alla fine si rivelerebbe letale per il sistema stesso. Occorre invece una politica di stabilità progressiva della popolazione immigrata, che con i consumi, con i fitti, con il prelievo in oneri sociali e fiscali, costituisce essa stessa parte importante del sistema economico. L’integrazione dunque deve riempirsi di significati concreti, senza alibi alcuno, sapendo che è la migliore medicina preventiva per sconfiggere criminalità e devianze. Non vorremmo che si desse corso alle politiche che milioni d’Italiani hanno sperimentato sulla propria pelle tanti anni fa, ma anche nell’ultimo cinquantennio, alimentando l’esercito degli sfruttati, a condizioni tipiche del sottoproletariato. Abbiamo sofferto e combattuto con forza, spesso senza alcun sostegno del nostro Paese, quello statuto dello stagionale che oggi l’Italia vorrebbe imporre ai lavoratori immigrati. Non possiamo accettarlo in silenzio. (Franco Narducci-Inform)


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