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INFORM - N. 142 - 16 luglio 2001

A Treviso il Convegno FUSIE su "La stampa italiana nel mondo nel terzo Millennio"

"Il ruolo del CGIE per gli italiani all’estero". Intervento di Franco Narducci, Segretario generale del CGIE

TREVSO - Grazie al contributo della Fondazione Cassamarca di Treviso, sabato 14 luglio si è tenuto a Treviso il convegno organizzato dalla FUSIE sul tema: "La stampa italiana nel mondo nel terzo Millennio". L'incontro è stato aperto dal presidente della Fondazione Cassamarca Dino De Poli, cui è seguito il saluto dell'assessore veneto ai flussi migratori Raffaele Zanon. Sono quindi intervenuti il presidente uscente della FUSIE Gianni Tosini, il segretario generale del CGIE Franco Narducci, il presidente della commissione Informazione del CGIE Bruno Zoratto, il direttore del "Progresso Italo Australiano" Vincenzo Basile, Laura Capuzzo dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti e Giangi Cretti direttore del mensile "La Rivista" (Svizzera). Pubblichiamo qui di seguito l'intervento di Franco Narducci su "Il ruolo del CGIE per gli italiani all'estero".

Ringrazio la Presidenza della FUSIE per l’invito rivolto al CGIE, che ci offre la possibilità d’intervenire a questo convegno davanti ai rappresentanti di tanti protagonisti dell’informazione per le collettività italiane nel mondo, e di andare dunque oltre il formale indirizzo di saluto. L’opportunità è preziosa, perché ci consente di testimoniare il lavoro che sta svolgendo il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Un Consiglio che nei tre anni che ci separano dal suo insediamento ha avuto la possibilità di sperimentare il funzionamento sancito dalla Legge modificata nel 1998 e che ha davanti a se ancora due anni di lavoro prima di essere rinnovato. Un periodo che può apparire breve rispetto all’agenda delle cose da fare, ma un’eternità in una fase di vorticoso mutamento.

Nei prossimi due anni il CGIE dovrà riflettere in modo approfondito sulla propria organizzazione e strutturazione. Per due ordini di ragioni – una formale ed una sostanziale – fra loro strettamente legate e connesse alla fase di grandi trasformazioni avvenute in seno alle comunità italiane nel mondo e agli effetti già ora prevedibili che deriveranno dal riordinamento in senso federalista dello Stato nazionale. E naturalmente dalla più che probabile approvazione della legge ordinaria che consentirà l’effettività del voto all’estero, con l’elezione di una rappresentanza parlamentare degli italiani residenti all’estero.

La ragione formale è che bisogna assicurare al Consiglio un’autonomia reale e non di facciata, a partire da quella finanziaria e gestionale per arrivare alla figura di un Segretario generale a tempo pieno, che garantisca un ampio raccordo con le Istituzioni e la politica, ma anche con la grande esperienza dell’associazionismo storico, che i suoi meriti non li deve dimostrare, avendoli conquistati sul campo.

La ragione sostanziale riguarda la natura stessa del CGIE futuro:

La riflessione su questi temi è aperta ed è stata lanciata formalmente nella recente assemblea plenaria del CGIE. Ad ogni modo, passato il tempo delle analisi e delle concettualizzazioni sugli italiani all’estero, frutto di grandi convegni sull’informazione, sulla diffusione della lingua e della cultura italiana, sul ruolo della donna in emigrazione, si deve ridare vigore alle grandi battaglie per i diritti civili e politici di una comunità mondiale che, forse unico esempio nella storia, ha mantenuto saldi legami con la madrepatria, che, tuttavia, vacillano a causa dei ritardi vessatori e della loro cronicizzazione che hanno caratterizzato la politica dei Governi italiani verso i concittadini all’estero.

Bisogna ripartire, ma in fretta, magari prendendo coscienza sul serio che gli italiani all’estero sono sul serio una "risorsa strategica", una valenza economica che produce plusvalenze di grande portata da tantissimi anni. Si deve uscire rapidamente dall’improvvisazione, dalla cultura degli interventi tampone, dalla miriade incredibile di interventi polverizzati, e darsi finalmente una politica programmatica verso le comunità italiane all’estero. Occorre soprattutto sottrarsi alla subcultura che si va diffondendo da vari anni, che ha relegato in un cono d’ombra la storia di milioni di cittadini italiani espatriati.

Lo testimonia l’attenzione zero che godiamo negli organi di stampa nazionali e nei mezzi radio-televisivi di larga diffusione che costituiscono il servizio pubblico. Ne abbiamo avuto la riprova anche nella recente 1° Conferenza degli italiani nel mondo, snobbata pesantemente dagli organi d’informazione, come del resto era avvenuto con la Conferenza dei Parlamentari di origine italiana, un evento di altissimo significato che però ha avuto scarsissimo eco nei media italiani.

Il CGIE in questa fase deve puntare soprattutto a risultati concreti. Che non vuol dire ripiegare a strumento di un pragmatismo fine a se stesso. L’ordine del giorno è zeppo di tante e tale questioni che hanno infoltito la lista d’attesa, che i connazionali emigrati non sono più disponibili a continuare nel gioco delle analisi.

Ne abbiamo avuto riprova in questi ultimi mesi con le notizie drammatiche provenienti dall’America del Sud, dove i nostri numerosissimi connazionali vivono ancora una volta il dramma di una economia impazzita e di una risposta del tutto inadeguata del nostro Stato sul versante di servizi primari come quelli consolari.

Statistiche alla mano, un cittadino italiano deve attendere 5 anni prima di poter accedere a servizi essenziali come il disbrigo della ricostruzione di cittadinanza, un dato che in qualunque comune italiano darebbe il via a forme di protesta anche violente.

L’attenzione dell’Italia politica è concentrata sull’evento più atteso e temuto dell’anno: l’incontro del G8. L’assemblea del CGIE ha dedicato alla globalizzazione – parola che, come direbbe Enzo Biagi, "senza irriverenza, è di moda" – una riflessione confluita in un ordine del giorno approvato all’unanimità. Abbiamo comunità italiane in ogni parte del mondo ed esse vivono la mondializzazione in ogni sua sfaccettatura economica e culturale. E c’è tanta Italia nella solidarietà testimoniata nel silenzio con opere concrete in varie zone dell’emisfero, giorno dopo giorno, da nostri concittadini.

Per dirla con Touraine "i processi di globalizzazione stanno portando alla desocializzazione delle comunità locali e nazionali, alla destrutturazione degli stati storici". Contano le grandi reti mondiali finanziarie, informatiche, tecnologiche e le élites che la gestiscono e ne costituiscono, in un certo senso, "i cittadino mondiali". Globale la solidarietà è un termine diffuso, oltre che azzeccato. Perché finche al tavolo dei potenti non siederanno anche i rappresentanti degli Stati poveri e sfruttati per la produzione manifatturiera, sarà impossibile introdurre quegli elementi di giustizia che dovrebbero produrre un’inversione di tendenza.

Da più di un decennio ogni Paese ad economia avanzata è confrontato con il difficile compito di traghettare il vecchio sistema produttivo in un nuovo modello di sviluppo economico e sociale.

È il modello che – in ambito sociologico – è stato definito con il termine di società postindustriale, che pone l’accento sul superamento della precedente fase di organizzazione della società attorno alle attività e ai modelli operativi della grande industria. In campo economico, le etichettature offerte hanno oscillato dapprima tra la service economy, la information economy e la learning economy, per approdare poi sotto i colpi degli indici di borsa ad una fuorviante semplificazione tra old economy e new economy.

A pensarci bene le definizioni summenzionate esprimono l’arduo sforzo di trovare un appellativo che parli del presente e del futuro anziché del passato – e di ciò che è anziché di ciò che non è più – e che, tuttavia, sottolineano aspetti diversi del mutamento strutturale dei sistemi economici avanzati. Indipendentemente dalla lettura sintetica che è possibile darne, il nuovo modello di sviluppo risulta caratterizzato da molteplici aspetti di novità rispetto al precedente.

Alle profonde trasformazioni dei sistemi avanzati si sono accompagnate con un ben definito mutamento strutturale, consistente nel progressivo indebolimento, in termini relativi, del peso del settore industriale - in particolare della manifattura - sul totale dei settori economici, a cui ha corrisposto un declino in termini assoluti dell’occupazione industriale, a sua volta collegato alla crescita della produttività, coerentemente con le previsioni del modello di "crescita sbilanciata".

Lungi dall’essere un fenomeno neutrale, il ridimensionamento del settore manifatturiero ha comportato rilevanti implicazioni di carattere sia sociale che economico. Implicazioni che, nonostante gli sforzi per darvi risposta, presentano ancora un ampio margine di incertezza, sino ad attribuire al nuovo modello di sviluppo i lineamenti di una concreta incertezza, non ancora sciolta malgrado il superamento di varie crisi congiunturali.

L’occupazione industriale ha costituito per decenni un vero e proprio modello paradigmatico di regolazione del rapporto di lavoro (definito "paradigma fordista"), che non ha mancato di riprodursi e di estendersi alla quasi totalità del lavoro dipendente (se non all’intera economia), influenzando atteggiamenti, comportamenti, norme sociali ed istituzioni.

I processi di deindustrializzazione hanno messo in crisi il modello fordista e accelerato il fenomeno della mondializzazione. La risposta del sistema è stata una maggiore spinta per la transizione ad una economia fortemente terziarizzata, nonostante le rigidità strutturali connesse ad un tale passaggio. Ma anche la delocalizzazione massiccia della produzione manifatturiera nei Paesi poveri, con l’attrazione dei bassi salari e poco è stato fatto per migliorare le condizioni di lavoro di quelle popolazioni o per evitare lo scandaloso ricorso al lavoro minorile.

In questo passaggio si saldano le difficoltà che incontrano molti Paesi poveri a favorire i miglioramenti sociali grazie ad una più larga e accresciuta ridistribuzione dei redditi e a non accrescere il gap tecnologico che già oggi li separa pesantemente dai Paesi avanzati.

Cari amici della stampa italiana all’estero, i problemi delle nostre comunità, soprattutto se osservati nella loro globalità, sono veramente tanti. Il vostro ruolo è di diffonderne la portata parlandone al Paese di origine. Sappiamo che è un compito ingrato e difficile.

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero non perde occasione per mettere l’accento sull’importanza che riveste l’informazione, con qualsiasi mezzo, per le nostre comunità all’estero. Ma anche per denunciare le storture, la mancanza di risorse finanziarie, l’imperizia e la mancanza di un piano strategico complessivo che dovrebbe favorire notevolmente la diffusione e il livello qualitativo di detta informazione.

Vogliamo augurare che la prossima opportunità, quella della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-CGIE, meno celebrativa e più vincolata alle direttive sancite dalla legge, sia il laboratorio giusto per mettere finalmente mano ad una politica programmatica che raccolga le tantissime esperienze maturate ad ogni livello e ne faccia uno strumento valido e serio per raccordare tutte le forme d’intervento per gli italiani all’estero.

Intanto però dobbiamo fare i conti, come sempre, con le emergenze solite: la rete consolare e il caos in cui si troveranno le scuole italiane all’estero e i corsi di lingua e cultura italiana fra poco più di un mese, all’inizio dell’anno scolastico 2001-2002. La causa? Il taglio annunciato alcune settimane fa di ben 82 insegnati di ruolo. (Inform)


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