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INFORM - N. 135 - 8 luglio 2001

Una nuova forma di schiavitù: ne sono vittime alcune componenti della popolazione straniera presente in Italia

ROMA - "La condizione servile e quella paraschiavistica esistono come situazioni de facto, e trovano spazio in ambiti marginali dell’organizzazione sociale"; situazioni dunque che cercano di occultarsi, ma che sono purtroppo presenti nella società italiana . Ed è all’analisi di questo fenomeno che si è indirizzata la ricerca, commissionata alla Fondazione Elio Basso dalla Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati, dal titolo "Il lavoro servile e le forme di sfruttamento paraschiavistico" (alla ricerca ha partecipato la Tavola Valdese,e il Parsec; la direzione della ricerca è stata affidata a Francesco Carchedi, la supervisione scientifica a Enrico Pugliese).

I risultati dell’indagine, durata più di un anno, sono stati presentati, presso la Fondazione Elio Basso, il 3 luglio .

L’obiettivo principale della ricerca non voleva essere quello di dare una quantificazione del fenomeno, bensì quello di definire "un quadro conoscitivo di sfondo" delle forme di sfruttamento violente e paraschiavistiche, di cui sono vittime alcune componenti della popolazione straniera presente in Italia.

L’aspetto più significativo dell’indagine è il tentativo di stabilire quale sia la linea di cesura tra condizione servile e condizione paraschiavistica: se nel primo caso chi esercita il dominio non utilizza, generalmente, la violenza, ma l’arma della persuasione (che il più delle volte sfocia nel ricatto), e la vittima conserva un minimo di potere decisionale, di libertà di scelta, nel secondo caso ci troviamo di fronte ad una situazione di totale coercizione. L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che la condizione servile "si produca e si sviluppi all’interno di forme socio-economiche di produzione dove vige la cultura dei rapporti familiari". Nella condizione paraschiavistica, invece, le relazioni rimangono asimettriche: tra lo sfruttatore e lo sfruttato deve sussistere una distanza non colmabile; diversamente infatti potrebbe vacillare la coercizione coatta delle vittime. Questa tipologia di relazioni ha come conseguenza "un continuo ricambio delle vittime", considerate dunque alla stregua di "beni di consumo". Siamo in presenza di una vera e propria forma di schiavitù, che si distingue dalla schiavitù del passato, perché nell’antichità era prevista dagli stessi ordinamenti giuridici, ed era accettata anche dalla cultura che veniva sottomessa. Lo schiavo di oggi invece "non è contemplato come tale dalle leggi, la sua condizione è considerata illegale", e questo provoca conseguenze su cui varrebbe la pena riflettere a lungo.

La ricerca si è concentrata su quelle forme di sfruttamento paraschiavistico indicate dalla Convenzione di Ginevra del '56 : la cosiddetta "servitù da debito", e cioè tutte le forme di lavoro servile private; la tratta delle donne e dei bambini a scopo di sfruttamento sessuale; lo sfruttamento dei minori ad opera degli adulti (attraverso ad esempio le forme organizzate di accattonaggio); "la prostituzione mascherata da attività di intrattenimento", una tipologia di sfruttamento che si sta diffondendo in modo considerevole negli ultimi anni.

Un altro aspetto interessante dell’indagine è la metodologia con cui è stata condotta: i ricercatori sono infatti partiti prima con il cercare di analizzare e definire il concetto di lavoro servile e quello paraschiavistico; la ricerca empirica, attuata attraverso una lunga serie di interviste, è stata solo la tappa successiva. Ma, essendo quella dello sfruttamento lavorativo una problematica non ancora esplorata in modo sistematico, la principale difficoltà in cui si è imbattuta l’equipe è stata di non riuscire a reperire dati significativi, informazioni pertinenti. Al tempo stesso questo ha permesso alla ricerca di andare oltre l’analisi dei casi-limite a disposizione, per evitare il rischio di pericolose generalizzazioni o distorsioni del fenomeno.

In conclusione, la ricerca potrà forse avere alcuni punti lacunosi, ma è di fondamentale importanza l’aver intrapreso un percorso di indagine volto ad approfondire un capitolo così drammatico dell’immigrazione in Italia. (Irene Ortolano-Inform)


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