* INFORM *

INFORM - N. 127 - 27 giugno 2001

Da "Tribuna Italiana", Buenos Aires

Mario Basti: manca una politica dell'informazione

BUENOS AIRES - La settimana scorsa mettevamo in risalto che, come in altre precedenti occasioni, anche per l'insediamento del nuovo governo, sono mancate prese di posizione ­ favorevoli, tiepide o di condanna, non è il punto in discussione ­ da parte della comunità italiana dell'Argentina. Facevamo presente che in un mondo in cui l'informazione è la notizia, in cui è assordante il rumore delle parole e accecante la molteplicità delle immagini, il silenzio da parte della nostra comunità sul nuovo governo e, in precedenza, su altri avvenimenti, assomiglia troppo a quello dei cimiteri.

Certamente non si tratta soltanto di buttarsi nel fiume delle dichiarazioni, infatti, c'è troppa gente che parla per la smania di apparire, spesso le parole sono vuote. Si tratta, sostenevamo nel precedente editoriale, di far sentire forte e chiara la voce della nostra comunità. Non una miriade di battute piú o meno intelligenti da parte di ogni dirigente, ma una dichiarazione che rispecchiasse le opinioni (anche divergenti) degli italiani residenti in Argentina, di quella che, sosteniamo, è la piú numerosa comunità italiana residente all'estero, che ha ratificato questa sua importanza nelle occasioni in cui ci si conta in democrazia: le elezioni dei Comites.

La settimana scorsa quindi, mettevamo in risalto la mancanza da parte della nostra comunità, di una politica dell'informazione rivolta all'Italia. E purtroppo altrettanto succede per quanto riguarda lšArgentina e anche per quanto riguarda la stessa comunità.

Nel caso dell'informazione della collettività verso l'Argentina, l'assenza degli italiani qui residenti dai media locali è assai evidente. Salvo casi eccezionali, come le file davanti ai consolati, non facciamo notizia. La stessa generale ignoranza della società argentina sul decisivo contributo dato dagli italiani allo sviluppo del Paese è segno evidente del fatto che non c'è una politica dell'informazione. Purtroppo, più grave ancora è che pur proclamandoci la collettività piú numerosa e sottolineando che almeno la metà degli argentini ha sangue italiano nelle vene, non solo gli italiani che non hanno preso la cittadinanza argentina non votano, ma non contano per niente per la politica locale. Non ci conoscono, non sanno chi siamo e in genere, la nostra immagine è quella archetipica del povero italiano, un po' ignorante, bravo come esempio di lavoratore, ogni giorno di più relegato nell'angolo della memoria del tempo che fu. Più carente ancora è l'informazione sulle nuove generazioni. Per l'Argentina è un fenomeno inesistente.

Per quanto riguarda l'informazione verso la nostra stessa comunità, l'evidente mancanza di una politica al riguardo è chiara come la luce del sole. Non sappiamo quanti siamo, non abbiamo definito cosa intendiamo dire quando parliamo di comunità o di collettività italiana, non conosciamo quanti tra il mezzo milione di cittadini italiani registrati nei consolati italiani dell'Argentina hanno rapporti con noi o con l'Italia, quali sono le possibilità che offre l'Italia agli emigrati e ai loro discendenti, non prendiamo posizione sui problemi come comunità in Argentina, non dibattiamo, l'apatia è generale.

Non dimentichiamo le colpe dei successivi governi italiani. La politica italiana verso l'emigrazione - lo abbiamo sostenuto altre volte - è stata quella di tagliare i ponti con gli italiani emigrati e di relegare questa realtà ai libri di storia e facilitare la più completa integrazione nella società di accoglienza, fino all'assimilazione. Ma di fronte a quell'atteggiamento dell'establishment, siamo rimasti a guardare.

Una volta c'erano quotidiani italiani, importanti programmi radiofonici italiani, settimanali italiani di grande tiratura. Erano sostenuti dalla comunità in generale e dai loro dirigenti in modo speciale. Anche se non vivevano nell'era dellšinformazione, essi erano consci dell'importanza di avere giornali e programmi radiofonici come mezzi di collegamento tra i connazionali, per comunicarsi. Comunicarsi è farsi comuni, sentirsi parte di un tutto.

Oggi purtroppo non è così. Non mancano i casi eccezionali di dirigenti, anche di alto livello, che capiscono il ruolo dei media. Ma la norma, purtroppo, è una completa mancanza di consapevolezza e di impegno. Dicevamo prima della democrazia che serve per contarsi. Tanti dirigenti, ignorano la prima regola della democrazia, cioè il libero accesso all'informazione. Hanno una visione molto ristretta della collettività, quella che non va oltre la porta dei loro sodalizi. In molti casi le informazioni, specialmente quelle che riguardano viaggi, borse di studio, possibilità di lavoro o di viaggi in Italia, restano gelosamente custodite tra i muri della sede. O ne escono troppo tardi per essere utili a tutti.

L'informazione è vista come una minaccia al piccolo potere che hanno conquistato e che non sono disposti a condividere e allora meno si informa meglio è. Di conseguenza si evita o si limita l'appoggio alle testate giornalistiche e radiofoniche, senza capire che la forza dei media è la forza della collettività e che se un giorno non ci saranno più i mezzi d'informazione della collettività, sarà perché non esiste più collettività.

Auguriamoci quindi che la collettività e in modo speciale i suoi dirigenti (consiglieri dei Comites e del CGIE e le centinaia di presidenti e membri dei direttivi delle centinaia di associazioni, federazioni e confederazioni italiane e consultori regionali, e dirigenti giovanili) si rendano conto della necessità di una politica dell'informazione, per la quale i periodici e i programmi radiofonici sono indispensabili.(Marco Basti*-Tribuna Italiana/Inform)

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* Direttore di "Tribuna Italiana", Buenos Aires


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