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INFORM - N. 123 - 21 giugno 2001

Ampia fiducia anche dalla Camera. Il Governo Berlusconi nella pienezza dei suoi poteri. Le linee principali del programma

ROMA - Con 351 sì, 261 no e un'astensione il governo ha ottenuto - dopo quella del Senato - la fiducia della Camera ed è quindi nella pienezza dei suoi poteri. Nel suo discorso di replica nell'aula di Montecitorio, Berlusconi si è intrattenuto a lungo sul conflitto d'interessi, un tema cui aveva accennato nelle dichiarazioni programmatiche, limitandosi a dire che il relativo disegno di legge sarebbe stato presentato alle Camere nei prossimi mesi. Nel discorso di replica conclusivo, dopo aver ricordato che nella trascorsa legislatura la Camera aveva votato a larghissima maggioranza un testo di legge sui potenziali conflitti di interessi concernenti i membri del governo, ha rivolto all'opposizione l'invito a non imputare all'avversario "lo scopo sordido di avvantaggiarsi personalmente e patrimonialmente attraverso l'azione politica". Quello che va risolto con una legislazione appropriata nel dialogo tra maggioranza ed opposizione - ha poi osservato - è un problema oggettivo, un problema da leggere e discutere con animo positivo, anche perché esso nasce da norme liberali e democratiche della nostra Costituzione: le norme che tutelano la proprietà privata e che affermano l'eguale diritto di tutti i cittadini, dunque anche degli imprenditori, di eleggere ed essere eletti alle cariche pubbliche. Di questo spirito concreto e liberale abbiamo bisogno e non di un interminabile, estenuante, demagogico processo alle intenzioni".

Nelle dichiarazioni programmatiche - di cui esponiamo le linee principali - il premier ha insistito su quella che considera una vera "missione" del suo esecutivo: portare a compimento quel processo di revisione politico-istituzionale destinato a traghettare il Paese verso una forma più moderna e trasparente di democrazia. Infatti, ha aggiunto, "c’è un capitolo da chiudere definitivamente, ed è quello della vecchia politica, e c’è un capitolo tutto da scrivere, quello di un nuovo modo di fare politica".

Berlusconi si è soffermato sul piano programmatico per realizzare il suo progetto. Innanzitutto un elogio dell’alternanza inaugurata, a suo avviso, proprio dall’avvento della presente legislatura: "non era mai successo, dal 1994 […] la classica circostanza di tutte le democrazie europee: l’opposizione che si fa Governo per decisione degli elettori. […] Per noi questa alternanza rappresenta l’ossigeno della democrazia, è l’antidoto naturale alle tentazione consociative e ad una visione manovriera e cinica della politica". Di qui l’auspicio e la disponibilità a una dialettica leale con l’opposizione: "noi avremo sempre il massimo rispetto per le prerogative della minoranza e per la sua funzione di controllo costituzionale degli atti dell’Esecutivo, funzione seria, sacra, insostituibile in una democrazia", al punto che "ci mettiamo volentieri alle spalle polemiche sui cinque anni trascorsi, comprese - continua ironico Berlusconi - le riforme costituzionali per così dire solitarie e la definizione di regole ad hoc nel campo dell’informazione".

Subito dopo ha ricordato la visione "intrinsecamente europeista" della sua maggioranza, tanto che già dal vertice NATO e al Consiglio europeo "il Governo ha evidenziato la continuità della linea di politica estera, che intende rafforzare con un più incisivo impegno per la costruzione europea e per il suo futuro" (in primo luogo portando avanti "il programma di lavoro adottato a Nizza"). Tutto questo passa necessariamente, secondo il presidente del Consiglio, attraverso il rapporto di amicizia e di collaborazione con gli USA: "in quell’amicizia indistruttibile stanno, infatti, le radici della nostra libertà e quell’alleanza tra pari che è il fondamento strategico della nostra sicurezza".

Su questi presupposti, peraltro, Berlusconi ha auspicato che il prossimo vertice dei G8 a Genova sia in grado di elaborare una linea efficace "sui grandi temi della modernizzazione e della lotta alla povertà" giacché ciò significherebbe anche "espandere le frontiere della democrazia, prevenire i conflitti, attenuare i fenomeni migratori". In particolare "l’Italia andrà oltre le intese di Colonia, con la cancellazione del 100% di tutti i crediti commerciali e di aiuto ai Paesi che avranno completato il negoziato", adoperandosi - ha aggiunto Berlusconi – affinché "la globalizzazione li aiuti ad uscire dall’emarginazione e a rimuovere gli ostacoli al loro sviluppo". Preoccupato poi dei possibili disordini minacciati dal cosiddetto "popolo di Seattle", il capo del governo ha ricordato che "agli italiani e agli europei che dissentono, che si preparano a manifestare - in piena legittimità – a Genova, il Governo si rivolge con una sola voce, con una sola parola: siamo aperti al dialogo, purchè il diritto costituzionale venga rispettato", giacché "in gran parte i loro obiettivi sono anche i nostri".

Ma subito si è concentrato sui grandi temi della politica interna: "la prima questione concerne la riforma federalista dello Stato; la devoluzione di poteri effettivi di governo alle regioni e della connessa responsabilità, anche fiscale, […] in un contesto di equilibrio territoriale tra Nord e Sud e di unità nazionale", all’insegna dei "princìpi di autonomia e sussidiarietà". Ciò vuol dire che "in materia di sanità, d’istruzione e di sicurezza civile, con la necessaria gradualità ma in tempi certi e coniugando efficienza e solidarietà, intendiamo imprimere una svolta federalista alla macchina dello Stato".

Ma "una riforma federalista - ha continuato Berlusconi - implica una ridefinizione dei poteri e della stessa procedura di legittimazione dell’autorità centrale; implica cioè un rafforzamento netto del potere dell’Esecutivo e del suo vertice. Pensiamo, in definitiva, al federalismo per valorizzare le energie locali e al tempo stesso ad un moderno presidenzialismo per garantire l’unità della Nazione", in base alla convinzione che la società contemporanea "richiede come esigenza primaria uno Stato che non sia più l’arcigno controllore dei doveri del cittadino, bensì il difensore autorevole e forte delle sue libertà e dei suoi diritti inalienabili".

In questo contesto, ritiene il presidente del Consiglio, si impone l’esigenza di mettere mano al complesso delle leggi: "oggi in Italia esiste un numero incalcolabile di leggi che non garantisce certezza del diritto. Si tratta di rivisitare il codice civile, il codice penale […]; si tratta di abrogare molte leggi, di riunire le normative delle varie materie in testi unici".

"Inoltre è nostra intenzione ridurre la pressione fiscale, esentando i redditi marginali e fermando gradualmente l’aliquota dell’imposta personale al di sopra di una certa soglia, a un terzo del reddito. E’ nostra intenzione aumentare rapidamente le pensioni più basse fino al livello minimo di un milione di lire"

In materia di politica economica, poi, Berlusconi ha assicurato che "il Governo farà la sua parte per favorire soluzioni che estendano la logica del mercato e dello sviluppo, dunque della creazione di lavoro qualificato, soprattutto nel Mezzogiorno", nell’ottica di un "recupero di competitività del nostro sistema sui mercati internazionali", atteso che "occorre attirare in Italia una quota maggiore di investimenti esteri ed affermare una politica dei redditi che ci salvaguardi dal rischio dell’inflazione". Soprattutto, ha asserito, in considerazione del fatto che "la situazione dell’economia italiana e dei conti pubblici è, per usare un eufemismo gentile, una situazione molto complicata".

Quanto poi ai temi scottanti della giustizia e della sicurezza, senza le quali "non può esistere alcuno Stato degno di questo nome", un passaggio particolarmente significativo ha riguardato la connessione col tema dell’immigrazione in Italia: "abbiamo sempre evitato di identificare erroneamente la questione della sicurezza interna con il problema dell’accoglienza e dell’integrazione di quote crescenti di immigrati nei confini del Paese. Lo faremo con una politica dell’immigrazione che soddisfi le esigenze dello sviluppo economico e sociale del Paese, disciplinando i flussi e combattendo gli ingressi clandestini nell’osservanza dei criteri del Trattato di Schengen e nel quadro di una forte politica della sicurezza in ambito europeo".

Il discorso si è quindi avviato alla fine riservando toni appassionati ai problemi cruciali della scuola e della sanità, vedendo ancora una volta nel principio della sussidiarietà la via per un risanamento strutturale di questi ambiti: "un Paese dove esistono lunghe liste di attesa per prestazioni specialistiche, dove si rischia di non trovare posto in rianimazione o in unità coronariche, dove non di rado i letti dei malati occupano i corridoi, non è un Paese civile. […] Non abbiamo nascosto le nostre critiche alla riforma della Sanità approvata dai precedenti governi[…]. Noi riteniamo che si debba applicare anche nel campo della Sanità il principio di sussidiarietà come criterio fondamentale per migliorare i servizi e avvicinarli ai bisogni dei cittadini, abbandonando la strada della centralizzazione e della burocratizzazione". E ancora, sulla scuola, il neo leader non ne ha nascosto la connessione con le esigenze sempre più pressanti della nuova economia, per cui "non c’è più tempo da perdere. Se l’Italia vuole davvero contare nel mondo integrato dell’economia dovrà investire molto nel campo della formazione, dell’università, della ricerca […]. Per queste ragioni intendiamo fare della scuola un tema preminente della nostra politica di Governo, procedendo anche in questo campo nella direzione della sussidiarietà, perché siamo convinti che dove c’è più autonomia della società civile, delle istituzioni, dei privati c’è anche maggiore qualità e maggiore efficienza".

E alla conclusione, un pensiero importante alle comunità di italiani all’estero: "pochi altri Paesi possono vantare il patrimonio di cultura dell’Italia e la straordinaria vitalità delle nostre comunità all’estero. Abbiamo dunque il dovere di valorizzare queste ricchezze. Intendiamo rilanciare la nostra presenza culturale, diffondere la conoscenza e l’insegnamento dell’italiano, favorire l’internazionalizzazione delle nostre università, sostenere la cooperazione in campo scientifico e tecnologico. A questo scopo, il Governo si impegna a rivedere la legge sulla promozione della cultura italiana nel mondo. Con gli italiani che lavorano e vivono in altri Paesi l’Italia ha contratto un debito antico. La nomina del Ministro per gli italiani nel mondo è una testimonianza della volontà del Governo di attuare, nel più breve tempo possibile, la legge sul voto degli italiani all’estero". (Luca Di Sciullo-Inform)


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