* INFORM *

INFORM - N. 117 - 14 giugno 2001

Lo sbarco dei profughi albanesi a Trani

TRANI – Ho imparato a nuotare, su quel molo che si inoltra nel mare; avevo cinque anni e come nel rito delle genti di mare un pescatore mi gettò in quelle acque profonde e mi disse "ti costringerà a tenerti a galla la tua forza di volontà". Così imparai a nuotare, così imparai che il mare sarebbe stato il mio luogo. Oggi in quello stesso luogo, sirene, lampeggianti elicotteri e mezzi di soccorso annunciano l’ennesima tragedia: uno sbarco, ancora da comprendere nelle sue dinamiche, ha provocato la morte di alcuni profughi di origine albanese. Cinque corpi sono già stati ritrovati dai sommozzatori dei vigili urbani, ma altri il mare rilascerà domani quando le ricerche potranno proseguire.

L’ennesimo dramma provocato da questo mercato di schiavi in chiave moderna a cui ormai siamo abituati, e spesso senza neanche farci caso. I superstiti (ventidue su un carico complessivo di trentaquattro uomini), raccontano di un gommone affondato a circa duecento metri dalla costa; raccontano di aver raggiunto a nuoto la punta del molo, raccontano mentre hanno freddo, bagnati ed umiliati dalla salsedine, sotto riflettori e telecamere affamate, raccontano di essere uomini d’Albania, provenienti dalle montagne confinanti con il Kosovo, raccontano di essere stremati e chiedono asilo politico. Hanno raccontato per due giorni dei loro compagni di viaggio dati per dispersi; sono stati mostrati dai media come poco credibili clandestini, che prima ancora di essere uomini sono apparsi oggetto di spettacolo, di paura o comunque di diffidenza. Erano semplicemente uomini. Come lo erano i loro compagni sui cui resti drammaticamente restituiti dal mare, ora il clamore dei giorni scorsi si è placato per lasciare spazio alla più umana pietà.

Le ricerche continuano,, si cerca il gommone che nel racconto dei superstiti sarebbe affondato costringendoli a cercare a nuoto un approdo. L’interprete si dimena tra i dialetti del nord dell’Albania, ma tutto è poco chiaro. Potrebbero essere stati abbandonati da un mercantile transitato al largo e solo quelli che avevano dimestichezza sono riusciti a salvarsi; questa l’ipotesi di chi a cercato il relitto del gommone senza successo. Ma la verità sembra emergere solo dalla tragedia dei corpi ritrovati dai sommozzatori e dalla triste conta che conferma i racconti confusi dei superstiti nella notte della scorsa domenica. Il responsabile della protezione civile, mi guarda afflitto.

Sono le prime esperienze di una città pugliese che finora aveva visto solo in televisione il dramma che affligge la propria regione. Mentre le operazioni di soccorso si svolgevano durante la notte, i numerosi turisti che frequentano il porto della bella città continuavano a passeggiare senza capire cosa stesse succedendo.. Io avevo da poco visto in tivù un servizio di Deaglio nel quale un signore intervistato nel Nord Italia, a proposito degli immigrati diceva: "per loro ci vorrebbe una gabbia di ferro su quel palo della luce, come nel medioevo, per farli morire lentamente". Ovviamente parlava di quelli che delinquono, dei criminali clandestini, ma la veemenza delle considerazioni la dice lunga su come l’immigrazione nell’immaginario collettivo venga vissuta , finché non ti capita sotto casa un episodio come quello di questi giorni a Trani. Finché non ti capita di porgere una coperta militare ad un profugo piangente ed infreddolito, che in una lingua incomprensibile ripete il nome di quell’amico che solo pochi minuti prima era con lui e non sapendo nuotare ora giace in fondo al mare.

Il mio amico della protezione civile, nel passato è stato emigrato in Germania, è di origini salentine, e ci ha messo un attimo per capire che in quella notte di Trani la tragedia incalzava. Quanti mari dovremo attraversare ancora lasciando le nostre case, le nostre terre; a quanti viaggi privi di futuro dovremo abituarci; quel che ieri è toccato a noi italiani oggi riguarda altri, dovremmo capirlo. Siamo un popolo di migranti, dobbiamo essere più che severi con i mercanti di schiavi verso i quali nessuna tolleranza è ammissibile, ma dobbiamo essere uomini con quegli uomini, che un giorno qualsiasi, una domenica qualsiasi incontreremo scalzi sugli scogli della nostra infanzia; umili porgiamo loro una coperta ed un giaciglio per la notte, avremo fatto il nostro dovere. (Massimo Pillera-Inform)


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