* INFORM *

INFORM - N. 103 - 28 maggio 2001

Ingressi o reingressi?

Sono anni che si parla di un’Italia diventata Paese di immigrazione, ma l’impressione è che molti italiani non se ne rendano ancora conto.

Stanno fiorendo iniziative regionali per promuovere il reingresso di connazionali emigrati all’estero. Ma è facile prevedere che i lavori considerati più umili saranno rifiutati anche da loro. E' quanto afferma Padre Gianromano Gnesotto, direttore della rivista scalabriniana "L'Emigrato", nell'editoriale che segue.

Tutti presi dalla gara che in palio aveva il governo del Paese per i prossimi cinque anni, i nostri politici si erano dimenticati del "decreto flussi". Si è trattato di una svista, di una pennichella molto grave, perché tale decreto è l’unico strumento per fare entrare regolarmente in Italia gli immigrati stranieri che qui vogliono lavorare. Inutile ed ipocrita alzare la voce contro i clandestini e gli irregolari, se è la legge inapplicata a produrli.

Il decreto era pronto a fine gennaio e avrebbe dovuto essere operativo a fine febbraio. Gli sprovveduti e gli ingenui circa le trappole burocratiche avevano azzardato alcune date, il cui unico effetto è stato quello di aver messo in agitazione con tre mesi di anticipo i diretti interessati. Doveva essere uno strumento da utilizzarsi all’inizio dell’anno, trattandosi di un decreto di programmazione dei flussi di entrata per il 2001, ed invece siamo arrivati alla fine di maggio. C’è chi dice che è andata ancora bene. Meglio senz’altro di quella volta in cui era stato pubblicato negli ultimi mesi dell’anno, con sprezzo della comune decenza.

La cosa fa riflettere. L’economia italiana ha bisogno di lavoratori stranieri: li chiedono a gran voce industriali, commercianti, agricoltori, ospedali, famiglie. Al punto che la bozza di decreto, che prevedeva 63.000 ingressi, è stata corretta con l’aggiunta di altri 20.000. La risposta è stata ancora largamente inferiore alle richieste, per cui è corretto parlare di una sfasatura tra l’Italia reale e quella valutata da certa parte politica, che rifiuta di prendere atto del cambiamento intervenuto nella nostra società. Sono anni che si parla di un’Italia diventata Paese di immigrazione, ma l’impressione è che molti italiani non se ne rendano ancora conto.

Sarà per colmare queste lacune che stanno fiorendo iniziative regionali per promuovere il reingresso di connazionali emigrati all’estero. Ad esempio, il presidente della Provincia di Palermo ha presentato un sito web mirato a facilitare il rientro dei siciliani nella loro terra di origine. Ed ha annunciato un progetto di legge per agevolare i figli degli emigrati intenzionati a rientrare in Italia.

Altro luogo, altra realtà: in Argentina, dov’è numerosa la collettività italiana, è stato inaugurato un sito internet dove imprese e uffici di collocamento italiani possono inserire i loro annunci di ricerca di personale. Il ragionamento è semplice: l’Italia richiede 83.000 lavoratori stranieri; l'Argentina si trova in una recessione che dura ormai da tre anni e ci sono 600.000 cittadini con passaporto italiano disposti a rientrare in Italia per lavoro. Allo scopo si fa notare che gli italoargentini hanno la stessa origine, cultura, religione, genetica, usanze, degli italiani d’Italia.

Ancora: la Regione Veneto ha creato una "corsia preferenziale" per favorire il rientro nella terra di origine dei giovani oriundi, dando loro la possibilità di inserirsi nel mercato lavorativo della regione e attivandosi sul piano di corsi di formazione. Sono state individuate due aree geografiche: per la Provincia di Vicenza lo Stato del Rio Grande do Sul, nel Brasile; per la Provincia di Padova l'area del Cile e dell'Argentina.

Non occorrono capacità divinatorie per prevedere che i lavori considerati più umili saranno rifiutati anche dai connazionali che ritornano dall’estero. Non credo ci sarà il sorpasso degli italiani rispetto agli immigrati stranieri.

Un curioso tentativo in tal senso è però capitato in un settore molto delicato, troppo spesso associato agli immigrati come loro prerogativa: quello dei "delitti e delle pene". L’argomento specifico riguardava la dotazione del "braccialetto" elettronico, che permette ad un detenuto di vivere fuori del carcere pur essendo costantemente controllato dai tutori dell’ordine pubblico. Il Giornale del 23 aprile riportava la notizia che il primo detenuto col controllo elettronico era un peruviano condannato a cinque anni e mezzo per spaccio di droga. A questo capostipite dei delinquenti extracomunitari, il Giornale dedicava con enfasi un’intera pagina. Per completare l’opera faceva dire all’immigrato: "Il braccialetto l’avrei messo anche al collo". Sì, come un cagnolino!

Sennonché, con un ritardo di appena due giorni, nei telegiornali passava l’intervista ad un napoletano che si diceva certo di aver ricevuto per primo il "braccialetto". Esibiva una pelosa caviglia imbraccialettata, trofeo di un primato che spetta ancora agli italiani. (Gianromano Gnesotto-L'Emigrato/Inform)


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