* INFORM *

INFORM - N. 99 - 23 maggio 2001

RASSEGNA STAMPA

La Stampa, 23.5.2001

Il nostro ambasciatore in Pakistan e il chirurgo Gino Strada di "Emergency" vogliono garanzie dai Taleban. Missione a Kabul per riaprire l’ospedale italiano dopo il raid della polizia religiosa che accusava il personale di promiscuità

ROMA La riapertura dell’"ospedale italiano" di Kabul - chiuso "per precauzione" mercoledì scorso dopo un’irruzione armata della polizia islamica che ha picchiato il personale afghano e ha arrestato tre membri dello staff - non è ancora certa ma potrebbe avvenire entro una decina di giorni. Da ieri l’ambasciatore italiano in Pakistan, Gabriele De Ceglie, e il chirurgo Gino Strada, presidente dell’organizzazione umanitaria "Emergency" che gestisce l’ospedale, sono a Kabul in cerca di garanzie. L’obiettivo è ottenere "un impegno scritto di inviolabilità territoriale" per l’edificio da parte dei Taleban, come conferma il sottosegretario agli Esteri Ugo Intini. Evitare cioè che si ripetano aggressioni come quella della quale sono stati vittime i dipendenti dell’ospedale, colpiti dai miliziani che li accusavano di non rispettare la rigida segregazione sessuale imposta dal mullah Mohammed Omar, capo della polizia religiosa del regime. In realtà, è la replica degli infermieri e dei medici presenti, la mensa degli uomini e quella delle donne erano divise da una tenda.

Ieri il ministro per la Salute dei Taleban, mullah Abbas Akhand, ha dichiarato all’agenzia Ansa di non avere "alcuna obiezione" alla riapertura dell’ospedale. Ma né il ministero degli Esteri né quello della Sanità afghani hanno il controllo della polizia islamica - nota ufficialmente come "Dipartimento per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù" - e non sono dunque in grado di prevenire le sue spedizioni punitive. Strada insiste che la riapertura non sarà decisa se non saranno "ripristinate le condizioni di sicurezza per lo staff medico e i pazienti": una quarantina, questi ultimi, che dopo l’incursione sono stati trasferiti o dimessi se le loro condizioni lo consentivano (da giovedì i 16 dipendenti italiani e curdi sono in Pakistan).

Resta da stabilire se dietro l’azione di mercoledì scorso ci sia anche il tentativo dei Taleban di appropriarsi dell’ospedale - realizzato da "Emergency" con l’aiuto finanziario della Farnesina - e delle sue attrezzature: non tanto per ragioni sanitarie o politiche ma piuttosto con un obiettivo clientelare, come in passato è già avvenuto a danno di altre organizzazioni umanitarie. Particolarmente delicato, nella vicenda, il ruolo della diplomazia italiana: sempre con l’aiuto finanziario del nostro governo, Strada ha realizzato un altro ospedale nel Panshir, la regione nella quale sono asserragliati i tagiki che si oppongono ai Taleban. La duplice presenza potrebbe consentire l’avvio di una "diplomazia ospedaliera" nella quale l’Italia potrebbe avere un ruolo di primo piano. Molto si giocherà nelle prossime ore, e fra segnali contrastanti: l’"ospedale italiano" è noto anche come "l’ospedale del re". E il deposto sovrano Zahir Shah, in esilio a Roma, gode di un’enorme popolarità fra la popolazione afghana. Con grande dispetto dei Taleban. (Emanuele Novazio)


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