* INFORM *

INFORM - N. 97 - 21 maggio 2001

Norberto Lombardi (CGIE/DS) interviene sul "caso Priotto"

ROMA - Con una lettera diretta al Presidente e al Segretario generale del CGIE, il rappresentante dei DS nel Consiglio Generale, Norberto Lombardi, interviene sul "Caso Priotto"

"La richiesta di Bruno Zoratto di iscrivere al "question time" la valutazione della censura comminata al prof. Graziano Priotto dal Console di Friburgo in Brisgovia - scrive Lombardi -, richiama un problema di ordine generale, che forse non è opportuno annegare nelle convulse battute finali della prossima assemblea generale. Il problema, come è noto, riguarda l'esercizio da parte del personale diplomatico-consolare e, per estensione, degli insegnanti che operano all'estero, di un delicato ed essenziale diritto di cittadinanza, qual è quello di libertà di opinione e di espressione, sancito solennemente dall'art. 21 della Costituzione italiana.

Vorrei cercare di esprimere qualche idea sulla sostanza della questione, prescindendo dal tentativo, che pure compare nella richiesta di Zoratto, di additare altri possibili casi di richiamo e di censura, finora scampati all'attenzione delle autorità vigilanti, che venendo all'indomani della consultazione elettorale e del cambio di maggioranza parlamentare hanno il sapore molto sgradevole di rastrellamento degli avversari politici e di indicazione delle purghe da ammannire.

Non sembra dubbio che sull'art.148 del D.P.R. n.18/196, che condiziona la libertà di stampa e di espressione da parte del personale addetto a funzioni diplomatico-consolari a preventiva autorizzazione, pesi una forte alea di illegittimità. E' evidente non solo la collisione con l'art. 21 della Carta Costituzionale, che riconosce la libertà di espressione, ma anche la contraddizione con le altre norme che regolano lo status dei dipendenti della Pubblica Amministrazione (di tutti e non solo della maggioranza, dovunque esercitino le loro funzioni), come lo Statuto dei lavoratori e il T.U.sugli impiegati civili dello Stato.

Solo per i diplomatici che esercitino una responsabilità politica a nome dello Stato italiano nei confronti di uno stato estero si può pensare ad una ovvia cautela e limitazione, giustificate dal fatto che essi debbono rappresentare, a prescindere dalle loro convinzioni, le posizioni del nostro paese in un determinato momento, posizioni che sono ovviamente ispirate da una maggioranza di governo, qualunque sia la sua connotazione politica. Ma che c'entrano con questa situazione i dipendenti che svolgano una funzione squisitamente amministrativa, del tutto analoga a quella che tanti loro colleghi esercitano in Italia con ogni garanzia di autonomia e di piena responsabilità ? E, meno che mai, come si può pensare di mettere il bavaglio ad insegnanti che, sia pure all'estero. svolgano la loro funzione docente, quando dalla caduta del Fascismo in poi si è considerata la libertà di insegnamento come il perno di una scuola aperta e democratica ? Si sfiora, poi, l'aberrazione se si pensa che qualcuno possa concepire la limitazione non solo durante il formale svolgimento delle proprie funzioni, ma addirittura in occasione di riunioni politiche, sindacali o culturali, quando ognuno si esprime come privato cittadino, assumendosi la diretta e completa responsabilità delle proprie affermazioni.

Non mi sembra dubbio, dunque, che ci troviamo di fronte alla lesione di un fondamentale diritto di cittadinanza, che se non viene prontamente ed esplicitamente rimossa può costituire un pericoloso caglio involutivo e una stridente contraddizione con l'appello allo sviluppo della democrazia e della partecipazione che da alcuni anni stiamo rivolgendo ai cittadini italiani all'estero e alle comunità alle quali appartengono. Chi ci difenderà da una mondiale ilarità se di qui a breve ci troveremo di

fronte a milioni di cittadini italiani che, vivendo all'estero anche da molti decenni, si daranno, in una libera competizione politica e culturale, i loro rappresentanti e concorreranno a formare le maggioranze di governo nel nostro Paese, e a nostri concittadini che vivono con loro a diretto contatto per fornire servizi essenziali, anzi che sono parte integrante di quelle comunità, e che hanno, invece, una condizione di libertà vigilata o che sono civilmente imbavagliati ?

Per questo credo opportuno che una questione come questa, che attiene alla sfera delle libertà personali e dei diritti fondamentali, debba essere affrontata nella Commissione Diritti del CGIE e portata in Assemblea sulla base di una risoluzione, preparata nella stessa Commissione, con la quale l'intero Consiglio Generale chieda l'abolizione dell'art. 148 del D.P.R. n. 18/1967 e l'immediata modifica della circolare ministeriale che ne concretizza perniciosamente gli effetti.

Spero che i tempi siano utili - conclude Lombardi - per valutare l'operatività di questa richiesta"". (Inform)


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