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INFORM - N. 96 - 17 maggio 2001

"l'Altra Sicilia": Quando gli italiani votano come i siciliani. Nasce il partito della fatale insularità che fa e disfa l’Italia

BRUXELLES - Nasce il partito della fatale insularità che fa e disfa l’Italia Roma. Ci vuole il vento in chiesa. Ma non fino al punto di astutare (spegnere) tutte le candele. No, nonzi. Ed è accaduto che in Sicilia, il Polo ha fatto cappotto nel frattempo che tutti pensavano che al nord si facesse il soprabito. Tutto un micci qua micci là da andarlo a fare ministro, il Gianfranco, come niente. Micci che? Il fratello Gaetano che ha fatto tutta una carriera di manager non sapeva di avere uno statista in famiglia. Neppure il papà Gerlando lo immaginava, ma siccome ci fu il vento in chiesa, finì che diventa ministro ed è giusto che vada così. Con tanto di Enrico La Loggia al seguito, già noto a Roma come "colui che farà rimpiangere Nicola Mancino". Ci fu dunque tanto vento in chiesa. Tutto merito di zio Filippino Mancuso e di una delicata desistenza con Luigi Caruso (Fiamma). E tutto lo scassamento di sacchette del dover dare candidati a Umberto Bossi fu inutile, senza sapere che questo aveva perso tutte le vertole (bisacce) dello scecco (asino) andando a cercare capestri (canestri).

E appunto niente: niente più Lega, pallida Padania con tot deputati e tot senatori, niente federalismo, devolution, pellagra, gozzo, palanche, polenta o chissà che cosa, ma un intero esercito di siciliani – tutte candele spente in chiesa – arrivati in quei parlamenti di serie B (non valgono Palazzo dei Normanni) che sono Montecitorio e Palazzo Madama, tutti vestiti con l’unica casacca della Casa delle libertà. Fanno quasi un partito, sono il più numeroso gruppo etnico presente nelle due assemblee continentali, sono l’inaudita promessa di non essere più quello che per lungo tempo sono stati i politici siciliani a Roma nel Dopoguerra: mai più ascari. Mai più. Mai più perché la controversia contro lo Stato è eterna. Intanto sono tanti.

Sono già sessantuno i parlamentari eletti a prima botta. Poi ci sono quelli aggiunti con il recupero e siccome la Sicilia è la terra di tutti i trasversalismi, c’è da dire che anche quelli eletti in quota Ulivo e tutti gli altri votati all’estero come Marcello Dell’Utri e Gnazio La Russa a Milano, Adolfo Urso a Padova e gli altri, fanno tutt’insieme l’esercito di siciliani buttati in politica. Sono più numerosi degli amici di casa Agnelli. Sono tanti e sono tutti ’sperti. Tutti ’ntisi per acume, onestà e rettitudine. Certo, abbondiamo in complimenti perché ci vuole la propaganda dopo tutto il vento in chiesa, e se in camera caritatis si dirà che sono tutti voti appizzati, si dirà anche che tra i tanti c’è qualcheduno che è passato dall’analfabetismo al Parlamento senza pagare dazio, però sono stati eletti tutti col cappotto, tutti insieme per fare bella figura. Perfino Bobo Craxi che è milanese, c’è andato da Trapani in quota tunisina per diventare deputato. E a parte poi qualche cartaginese, sono saliti deputati tutti gli altri: i portaborse, i democristiani, i magnacci, i guardaportoni, gli imputati, i riclicati, i cani da caccia, i cognati e pure seguaci di Giancarlo Caselli, come Carlo Vizzini, e anche quello del collegio di Canicattì messo in lista all’ultimo minuto, Vincenzo Miglioto.

Miglioto, per dire, ha vinto facendo fuori Giuseppe Scozzari, quello a forma di pupetto. Totò Cuffaro che dovrebbe essere candidato alla presidenza della Regione per la Cdl, ha perso nel proporzionale, però non significa. Tanto, tra un mese, la Sicilia interà andrà a votare per Leoluca Orlando, collocato in casa Ulivo perché infine, altro che vento, altro che candele, ci vuole sempre una chiesa. E comunque chiariamo subito una cosa: a differenza degli Agnelli che si fanno spuntare le antenne se solo arrivano i marziani al governo, non si può dire che i siciliani stanno sempre con la maggioranza, piuttosto l’anticipano.

Ergo, se ne deduce che è la maggioranza che sta sempre con i siciliani, giammai il contrario. Con la scusa di essere il laboratorio della politica, infatti, in Sicilia accade tutto quello che dopo, in Continente, si replica come farsa. Lo sdoganamento della destra per esempio avvenne in anticipo a Catania, con il boom elettorale del ’71, con tanto di fiamme da far stare allegro l’Etna con tutta la lava. Il compromesso storico, non lo fe-cero Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, ma perfetto, accadde molto tempo prima con Silvio Milazzo ed Emanule Macaluso a Palazzo D’Orleans. I cosiddetti sindaci d’Italia furono innanzitutto sindaci siciliani. Ora nessuno si deve permettere più di sconcicare Enzo Bianco, ma prima di mettere un passo fuori dalla porta Uzeda il nostro Enzo fece di Catania il capolavoro e l’esempio della perfetta amministrazione. Solo quando si tratta di cornuti e sbirri la Sicilia non si perita tanto, però quella cosa continentale che fu Mani pulite ebbe la primogenitura con La Rete, a Palermo, e lo stesso ribaltone infine, Clemente Mastella potè avviarlo a Roma per averlo sperimentato in Sicilia. Tutto ha l’avvio in Sicilia: il federalismo è stato separatismo, le camice verdi sono state l’Evis, cioè l’esercito volontari indipendentisi siciliani, la cara Vincenza Bono Parrino è stata anni luce avanti alla stessa Giovanna Melandri.

Vogliamo immaginare dunque cosa faranno questi soldati dei due rami del Parlamento quando arriveranno tutti a Roma? Certamente non faranno come fecero nel ’94 i leghisti che se ne stavano con il troller in Transatlantico in attesa di tornarsene a Lambrate. A occhio e croce faranno riaprire tutti i night e la stessa Via Veneto. Altro che celodurismo, ci sarà la calata degli ingravidabalconi. Ora come ora sono sessanta masculi e una sola femmina (per giunta incinta, auguri).

Ma perfino nel peggio la Sicilia anticipa Claudio Fava che è stato capace di fare perdere le elezioni a Mirello Crisafulli e a tutta la gloriosa tradizione migliorista dei comunisti siciliani, non è solo "quello che ha fatto cento passi e si è fermato", è un tipico siciliano del malpancismo, sempre meglio però di Sergio D’Antoni, che dopo tanto micci qua e micci là, s’imbriacò come neanche Mario Segni ai tempi dei tempi, manco fosse un sardegnolo qualsiasi. (P. Butt.-"L'Altra Sicilia")


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