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INFORM - N. 92 - 12 maggio 2001

"Contestiamo la velocità": una inchiesta del Nouvel Observateur sulla globalizzazione. Mondialismo e migrazioni

PARIGI - No! Occorre "redécouvrir la lenteur"… titola l’inchiesta sulla copertina della rivista parigina del "Nouvel Observateur". La pubblicazione di queste cento pagine cade proprio nei giorni delle aggressioni sulle strade di Quebec, al primo vertice internazionale di Bush, e delle avvisaglie di terrorismo alla conferenza del G8 per luglio prossimo a Genova, dopo Seattle, Porto Alegre e gli incontri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc).

Hanno lavorato all’inchiesta un cast di specialisti, scrittori, psicologi, teologi, scienziati, dalle rive più diverse, anche discordi e caotiche. Segnaliamo qualche punta più ardita, anche alcuni passaggi paradossali.

Tra Edouard Zarifian, titolare della cattedra di psichiatria e di psicologia all’Università di Caen, e Paul Virilio urbanista e saggista, in distonia di tesi contrapposte, siamo invitati a scoprire la consanguineità tra la tirannia della velocità, di cui siamo tutti tributari, ed il capitalismo globale che è selvaggio perché è malato di velocità. Guai se non ci muoviamo, e sempre più rapidamente! Guai se non viaggiamo e non produciamo sempre più in fretta! Guai se non emigriamo da un Paese dove si giudica di vivere male in Paesi dove si anela di poter vivere meglio! Guai se la produzione non va ai records, se il Pil arretra! Nel cuore del primo capitalismo moderno, in Inghilterra e negli Stati Uniti, il fascino della velocità unito all’imperativo dei rendimenti crescenti si esprimeva col "time is money". La conquista della velocità di cui non ci contentiamo mai – scrive George Balandier, antropologo alla Sorbona – ha rotto l’antico equilibrio tra il tempo che assicurava i legami sociali personali e la stabilità delle identità collettive in cui riposavamo, rinforzate della tradizione. Ma come? Abbiamo tanto lodato fin qui il movimento, le cifre esaltanti della industrializzazione, quindi della H.T. (l’alta fedeltà), ed ora diventiamo furiosi perché ci sentiamo sommergere dalle notizie di borsa, ricombinazioni delle multinazionali, giuochi della finanza in mano a padroni tanto potenti quanto anonimi, di cui non sappiamo e non capiamo niente? Ma Philippe Trétiack, pioniere della nuova letteratura antimondialista (autore di "Traité de l’agitation ordinaire"), ci arreca il beneficio dei paradossi, vuole accoglierci nella pace coscienziale della rivolta. E’ l’ora di opporsi alla new economy, al consumismo, al dinamismo che ti rimpingua del superfluo. Non si vuole soltanto consumare ma scegliere ed acquistare il riposo. Troppo gratuità e facilità sospette nella globalizzazione. Bisogna rompere a costei le uova nel paniere.

Siamo giunti alla saturazione, mentre un'altra grande parte dell’umanità vive alle soglie della sopravvivenza. E’ l’ingiustizia globale che si estende, e con essa le migrazioni incontrollate. Eppure la velocità è liberazione dell’uomo dai suoi limiti – scrive lo storico André Burguière – in primis dal limite del tempo in contrasto con il quale proviamo un desiderio inconscio di immortalità. La velocità della comunicazione entra nell’arcano del tempo, riduce la distanza, lo spazio-tempo che occorre per ascoltarci, e quindi ci facilita a capirci prima e sempre meglio.

Ma Dominique Wolton, autore di una teoria critica dei nuovi media "Internet et après?", rifiuta l’ottimismo della teologia per la quale basterebbe un po’ di etica nell’economia globale per riportare la velocità sui binari dell’umano. Nel mondo esclusivo dei maneggiatori dei super-media si stanno creando aristocrazie sempre più ristrette che manderanno a ramengo democrazia, fraternità e attese teologiche. Su Internet – prosegue Wolton – ci si riunisce per affinità elettive di pochissimi, ma "che cosa sarà di tutti quelli che non mi assomigliano?..." I prodigi dei media della comunicazione rendono urgente la questione del progetto e dei fini ultimi e dell’andare sempre più veloci. Ma per fare che cosa ed a che pro?

Velocità ed umanità divaricano anche nello sport. Il challanger vuol raggiungere l’estasi prima del traguardo, nelle corse automobilistiche. Tutto qui il fine della corsa? Lo sport nella globalizzazione degli stadi è sedotto dalla frenesia oltre che dal denaro e dal doping.

Dove le risposte adeguate ai fasti e nefasti della velocità globalizzante? Non sposiamo gli spaccatori di teste di Seattle ed i ragazzi di Bové lanciati contro i McDonald’s. Come scrive Pierre Dumayet (l’ultimo libro di uno scrittore affermato, "Autobiographie d’un lecteur" Ed. Pauvert, 2000), occorre ritornare a stimare il silenzio e ad amare il soliloquio; riscopriamo la lettura che non è stata scalzata dalla velocità, perché il tempo che occorre per leggere è rimasto inalterato. Essa ci facilita come in ogni tempo a ridiscendere un poco in noi stessi. La lettura per eccellenza – conclude Dumayet –, quella di Proust, ne è maestra. Proust appunto: una vita che è altresì una pausa, una saggezza "qui nous ralentit". (Alberto Marinelli-Inform)


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