* INFORM *

INFORM - N. 89 - 9 maggio 2001

Da "Tribuna Italiana", Buenos Aires, l'editoriale del direttore Marco Basti

Se almeno votassimo in Argentina

BUENOS AIRES - Passati quattro mesi dall'assunzione del presidente George Bush, gli Stati Uniti non hanno ancora nominato il proprio ambasciatore in Italia. Motivo di tale ritardo non è la mancanza di candidati, anzi, sono stati proposti quattro candidati. Il problema ha a che vedere anche con gli italo-americani. La comunità di origine italiana residente negli Stati Uniti, che alle elezioni ha appoggiato Bush, vuole ora dire la propria sul candidato americano alla sede di via Veneto. La famosa NIAF (Fondazione nazionale Italia-America) ha proposto un candidato di origine italiana, mentre non gradisce gli altri candidati all'Ambasciata a Roma. Il Presidente Bush si trova davanti ad un bivio. Da una parte deve coprire una sede diplomatica importante e ripagare appoggi avuti durante la campagna elettorale. D'altra parte non vuole inimicarsi la comunità italo-americana che lo ha aiutato a vincere le elezioni, specialmente se punta ad essere rieletto fra quattro anni.

Non sappiamo come andrà a finire la questione e se la comunità italo-americana, riunita tutta sotto l'ombrello della NIAF, riuscirà a convincere il Presidente degli States. Vogliamo far notare però che, al di là del risultato finale, il Presidente dell'unica superpotenza mondiale deve pesare con molta prudenza una decisione per non inimicarsi una comunità di discendenti di emigrati. Una comunità come la nostra qui in Argentina.

E noi? La risposta è superflua. Noi non contiamo. Purtroppo non contiamo per l'Italia e non contiamo in Argentina.

Infatti, negli ultimi anni abbiamo speso tante energie, tante parole, tanti sforzi e tempo, lottando per ottenere dall'Italia il diritto a esercitare il voto, a eleggere i nostri rappresentanti perché - e questa è stata la ragione principale - il voto doveva essere la chiave che avrebbe aperto le porte alla soluzione degli altri annosi problemi della nostra collettività. Domenica prossima gli italiani andranno alle urne e, ancora una volta, noi non voteremo.

Sarebbe diversa la nostra situazione se invece di disperdere tante energie a battere contro il muro di gomma della politica romana avessimo tentato la via argentina? Crediamo proprio di sí.

Gli italo-americani hanno sempre votato negli Stati Uniti. C'é da ricordare che loro sono obbligati a prendere la cittadinanza americana dopo cinque anni di residenza. In Argentina invece sono stati obbligati soltanto quegli stranieri che volevano lavorare nelle strutture dello Stato o nelle scuole. E' stato anche un sistema voluto dall'oligarchia argentina della fine del XIX secolo, per poter più facilmente governare, mantenendo fuori dal sistema delle decisioni una gran parte della popolazione. Ma quella è storia vecchia. La collettività ha commesso due errori. Una parte è rimasta a guardare sempre all'Italia. L'altra ha tagliato i ponti, ha detto ormai siamo argentini, ma non si è impegnata a partecipare, non ha preso la cittadinanza e non ha fatto valere i propri diritti come cittadini argentini. E così gli italiani qui emigrati sono rimasti come quel proverbio che diceva che "chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane".

Vogliono votare in Italia, ma il voto non glielo danno. Potrebbero votare in Argentina, ma non vogliono farlo. E tutto a danno dell'Italia, dell'Argentina e della stessa collettività.

Intendiamoci, è stato un errore basato su un sentimento di amore alla terra natia, favorito poi dal disinteresse sia dell'Italia che dell'Argentina per ottenere tale partecipazione.

Ma non serve a niente lamentarsi. Serve invece cercare di cambiare le cose. E cambiare significa, per chi è nato in Italia, di partecipare alle elezioni in Argentina. Sia iscrivendosi alle anagrafi elettorali per stranieri e votando alle elezioni nei comuni e nelle province che hanno approvato il voto degli stranieri (come la città di Buenos Aires o la provincia di Buenos Aires), sia prendendo la cittadinanza argentina e votando alle elezioni politiche, oppure chiedendo lšapprovazione della legge sul voto degli stranieri, giacente nel "Congreso Nacional".

Però oltre alla decisione personale di ognuno di partecipare (ed è inutile chiedere il voto se non si ha l'intenzione di esercitarlo), ci vuole un impegno dei dirigenti della collettività, specialmente dell'associazionismo, visto che si tratta di enti di diritto argentino, a promuovere e incentivare la partecipazione politica come comunità, perché il nostro voto possa contare. Anche in questo campo, bisogna trovare tra i diversi settori, i necessari accordi sui punti essenziali. Se si riuscirà ad impostare un'azione in questo senso, sarà un bene per tutti e per di più non sentiremo la frustrazione di stare a guardare mentre gli altri votano. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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