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INFORM - N. 76 - 18 aprile 2001

L'editoriale del direttore di "Tribuna Italiana", Buenos Aires

Le associazioni e la collettività

BUENOS AIRES - Nelle ultime settimane, specialmente dopo la mancata approvazione della legge ordinaria sul voto degli italiani all'estero e dopo la visita del Presidente della Repubblica, è cominciato, piano piano, il dibattito sul ruolo della collettività, un ripensamento, un guardarci dentro come collettività, per capire dove siamo e dove vogliamo andare.

Un punto centrale, nel quadro di tale dibattito, è l'associazionismo. Le associazioni italiane, infatti, sono sempre state il nocciolo della vita della collettività. La presenza italiana in Argentina si è manifestata in tutti i campi dell'attività. Fondamentale è stato il ruolo degli italiani nell'agricoltura, nell'industria, nelle costruzioni, nell'arte, nello spettacolo, nellšinfrastruttura, nella cultura dell'Argentina. La mostra "Tesoros de la memoria" allestita al Palais de Glace, offre solo una pallida e squallida raccolta di oggetti che, salve poche eccezioni, si è limitata a confermare l'immagine tradizionale dellšemigrante italiano, solo come grande lavoratore, e il manifesto propagandistico "Qué sería de este país sin la fuerza de los tanos" parla chiaramente di questa impostazione.

Ma oltre al determinante contributo dato all'Argentina, gli italiani hanno fondato centinaia di associazioni per avere un luogo di ritrovo, dove stare assieme, parlare e insegnare l'italiano e trasmettere e diffondere la cultura italiana. Hanno costruito centinaia di sedi, molte delle quali di un grandissimo valore materiale e architettonico.

Molti di tali sodalizi oggi sopravvivono a malapena, perché non c'è stato un travaso generazionale, perché la società è cambiata e le associazioni non sono più come una volta luoghi di ritrovo e di socialità, perché è mancato l'impegno da parte dei dirigenti della collettività che portasse i discendenti nelle associazioni, perché l'Italia non ha conosciuto e non conosce il valore della presenza italiana all'estero e quindi neanche delle sue associazioni.

In questo contesto, la domanda centrale, in una discussione sul futuro della collettività, è quale ruolo avranno le associazioni, ammesso che debbano e possano averne uno.

I punti di vista al riguardo si trovano tra due estremi. Da una parte si trovano quanti sostengono che un'associazione italiana rimane tale fino a che c'è qualche socio italiano, nato in Italia. L'altro raggruppa quanti sostengono che non è più il caso di parlare di collettività, che bisogna integrarsi pienamente all'Argentina e non ghettizzarsi, che le associazioni italiane devono aprirsi senza preclusioni a tutti gli argentini, senza prendere in considerazione la loro origine. In altre parole, l'importante è che continuino a funzionare come associazioni, pur se di italiano conserveranno solo il nome.

Seguendo i difensori della prima posizione, non ci sarà nessuna speranza per la collettività, perché italiani nati in Italia ci saranno sempre meno. A seguire gli altri, la prospettiva è che le associazioni italiane diventeranno circoli sociali, culturali o sportivi del quartiere o della località ove si trovano, poco interessati a difendere e o diffondere l'italianità, come vollero i fondatori dei sodalizi. Anche perché mai l'Italia ha fatto una politica per appoggiare tale diffusione.

Quindi se della discussione sul futuro delle associazioni dovrà scaturire una risposta alla crisi della collettività, essa dovrà svilupparsi sulla via di mezzo, sulla ricerca del punto di non ritorno, a partire dal quale una associazione originariamente italiana, non lo è più, come avviene, purtroppo, in molte occasioni.

In definitiva dal dibattito che, ci auguriamo, si svilupperà d'ora in poi, dovremmo poter capire cosa rimarrà della collettività italiana e della sua opera, quando in Argentina non ci saranno più italiani nati in Italia. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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