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INFORM - N. 67 - 3 aprile 2001

Dalle recenti visite del Presidente Ciampi in Argentina ed Uruguay

Emigrazione e latinità

ROMA - Davanti ai Parlamenti di Montevideo e di Buenos Aires, e più volte nelle sue visite nel cuore dei due Paesi latino-americani, il Presidente Ciampi è tornato sui vincoli della latinità. A Buenos Aires nel Palazzo del Congresso, il 15 marzo, indirizzandosi ai deputati argentini ha parlato di relazioni speciali tra l’Italia Argentina, come quelle che si indicano solitamente tra gli Stati Unti e la Gran Bretagna. Si è avvalso con ciò di una espressione desunta della cosidetta cuspide anglosassone, cioè la consultazione rapida ed esclusiva nei momenti cruciali della vita internazionale, e l’unione decisionale al più alto livello, dei due Paesi anglosassoni: una obbligazione reciproca non formalizzata da alcun trattato ma più puntuale e più forte, esecutoriamente, delle clausole di un accordo scritto. Uno degli ultimi test è stato l’intervento NATO in Kosovo.

In verità non è proprio così tra Argentina ed Italia. Difatti il Presidente Ciampi ha precisato subito dopo che la relazione speciale tra i due Paesi è fondata sull’emigrazione che ha contribuito a costruire la Repubblica del Plata sui vincoli di sangue e di cultura, vincoli che costituiscono la Latinità, "la quale non è né una razza né una ideologia, ma un legame di civiltà".

In effetti la Latinità rischia di confondersi con la Romanità e quest’ultima con una specie di nostalgia imperiale, (alcune sequenze del film "Il Gladiatore"?), le cui fonti storiografiche sono piuttosto anglosassoni-germaniche che neolatine, a partire da Edward Gibbon (1734-1794) e Theodor Mommsen (1817-1904) contemporanei del pieno dispiegarsi dell’imperialismo inglese e tedesco. In quello stesso giro di anni si andava affermando il nome di America Latina, per indicare il Sud-Centro America, dalle masse di emigranti, soprattutto italiani, spagnoli, portoghesi (in Uruguay molti francesi) che andavano sovrapponendosi ai criollos, i discendenti degli immigrati iberici dell’epoca coloniale.

A nord del Rio Grande, il confine yankee-messicano, l’essere "latin" andava assumendo un suono piuttosto deteriore se non spregiativo. Né la legge delle quote introdotta negli USA tra le due guerre mondiali favoriva l’immigrazione non-britannica, non-irlandese, non-tedesca, non-scandinava. Certo, tutt o ciò non ha impedito che la grande Confederazione Nordamericana diventasse un crogiolo di etnie e di lingue diverse in via di rapida assimilazione. L’efficienza, il vigore dell’economia statunitense hanno offerto condizioni ed occasioni di emancipazione e di benessere inconcepibili all’inizio della indipendenza americana.

Non dimeno la latinità americana sia nel Sud che nel Nord del continente lascia il contenuto di un ricordo proletario che avvalora un interpretazione tutt’altro che quiritaria, legionaria, romano-imperiale delle affinità neolatine. Non una ideologia ma certamente una visione coerente, suggestiva e suadente di esse ci viene invece da Federico Mistral e dal movimento provenzale del Félibrige, a cavallo del ‘900: la Provenza, Regione prima ed esemplare delle spontanee, consentanee, umane assimilazioni e fusioni etno-linguistiche, dall’antichità allo sbocciare del Rinascimento (il primo volgare volto in lingua neolatina anteriore allo stesso italiano fu il provenzale) e dal Rinascimento alle migrazioni moderne di cui la Francia come la Gallia romana era ritornata ad essere terra di ricezione e di accoglienza.

Mistral morì poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale. L’antichità romana chiamava la Provenza "Provincia Nostra" per eccellenza, proprio perché si era crogiolata dei flussi più intensi di immigrazione da tutti i punti cardinali.

Cos’è oggi la Neolatinità? Ci poniamo davanti ad una identità etnica e sovra-etnica insieme, che muta e supera incessantemente se stessa, a vocazione universale, ma non perciò volatile, una nebulosa inafferrabile, come talvolta viene abbordato il mondo neolatino: una configurazione attuale cui è pervenuto quel complesso di popolazioni, di nazioni, di Stati, di istituzioni e culture, modi di essere e di esprimersi, declinabili tutti e tutte sul dato preciso e fondamentale della lingua. Giacché tutti parliamo pur sempre il latino, sia pure evoluto nei diversi contesti regionali e nazionali. (Alberto Marinelli-Inform)


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