* INFORM *

INFORM - N. 66 - 2 aprile 2001

Da "Tribuna Italiana, Buenos Aires

Intervista al Presidente della Feditalia e del Comites di Buenos Aires. Luigi Pallaro: "Una visita presidenziale chiusa alla collettività"

BUENOS AIRES - "Non è stato sufficiente il contatto con la collettività" - dice Pallaro - e sostiene che "tanti che hanno fatto tanto per mantenere vivi i legami con l'Italia avrebbero meritato almeno una stretta di mano". "Ambasciatori e consoli non sono parte della collettività - sottolinea - sono parte dello Stato che deve risolvere i nostri problemi". E sulle future elezioni dice: "Vogliono farci a pezzi; non dobbiamo farci ubriacare". E propone: "Dobbiamo ripensarci, ristabilire quei rapporti di unità che aveva la comunità italiana in Argentina, che si è rotta e spezzettata con l'avvento dei Comites. Dobbiamo evitare che questi Comites si trasformino in nuclei separatisti, al servizio del funzionario di turno…"

Dopo gli applausi e l'emozione, le promesse e gli incontri, dopo la visita del Presidente della Repubblica, è quasi dčobbligo interrogarsi sul bilancio della visita. Secondo Luigi Pallaro presidente della Feditalia e del Comites di Buenos Aires, per certi aspetti la delusione è d'obbligo.

"La visita è stata interessante. Abbiamo accolto bene il Presidente. Gli abbiamo detto e dimostrato lčassurdità della posizione del Parlamento sul voto. Gli abbiamo spiegato le ragioni per cui consideriamo che il voto è importante non solo per noi, ma anche e forse più per l'Italia. Gli abbiamo parlato di quanto abbiamo fatto in Argentina. Su questo punto ­ dice Pallaro ­ sono rimasto perplesso".

- Quale il motivo della perplessità?

- "Abbiamo spiegato al Presidente che in oltre 150 anni di emigrazione, abbiamo contribuito a formare la popolazione di questo paese, della quale oltre il 50 per cento ha origini italiane. Gli abbiamo ricordato che gli italiani hanno creato l'agricoltura in Argentina, che prima di noi non esisteva, che poi abbiamo creato le industrie di appoggio allo sviluppo agricolo e poi le altre industrie, le banche, le associazioni, le scuole, gli ospedali. Tutto quello di cui la società aveva bisogno e che lo Stato Italiano non dava (anzi, in certe epoche siamo stati considerati solo merce di scambio) e che lo Stato argentino non faceva." "Allora ­ continua Pallaro ­ se il Presidente della Repubblica viene qui e non presta attenzione a queste cose, sia per ragioni di protocollo o di tempo, uno sente che tutto questo sforzo fatto nel nome dell'Italia, per promuovere l'italianità, non ha avuto senso, che quanto abbiamo fatto è solo opera di bravaccioni, ma che non trova riscontro da parte dell'Italia".

- Ma il Presidente si è riunito con i rappresentanti della collettività in albergo e poi c'è stato un incontro aperto a tutti al Coliseo...

- "Non è stato sufficiente l'incontro allo Sheraton con un piccolo gruppo di rappresentanti della collettività. Non ha visitato le scuole, non ha visitato le associazioni, non ha visitato altre città dellčArgentina, al di fuori di Buenos Aires e Rosario, mentre possiamo dire con orgoglio che siamo presenti su tutto il territorio. Tutta questa gente meritava una riconoscenza, che non c'è stata, almeno con una stretta di mano di colui che rappresenta lčItalia".

"Cioè, abbiamo avuto una visita presidenziale che è stata chiusa alla collettività, attraverso meccanismi di protocollo che, a mio avviso, come di tanti altri coi quali ho parlato, non trova giustificazione".

- Secondo Lei quale è il motivo di questa decisione?

- "Non lo so, perché non siamo stati ascoltati. Io ad esempio non sono stato invitato allčincontro con gli Ex Combattenti sulla nave, come è successo a te, come se fosse stato un segreto militare. Questa è un'assurdità. Sono cose che ho fatto sapere a gente del protocollo, facendo notare che rischiavamo una brutta figura con i nostri discendenti, che hanno visto che siamo stati trattati come italiani di terza categoria. Questa è stata la caratteristica di questa visita e purtroppo non è un fatto isolato. Lo si è visto anche alla Conferenza Nazionale degli Italiani nel Mondo".

- Ma come si spiega questo atteggiamento?

- "E' chiaro che il governo italiano, le autorità o il Parlamento, vogliono chiudere il rapporto con noi. C'è un rapporto - a nostro avviso - che noi con sincerità e ingenuità, abbiamo lavorato perché l'Italia onorasse il nostro sforzo e che ci tenesse in considerazione, uguali ai cittadini d'Italia e non come se fossimo cittadini delle ex colonie italiane. I nostri discendenti che vanno al Consolato a fare la pratica per la cittadinanza italiana, in molti casi subiscono un trattamento duro, peggio che se fossero negli uffici argentini e questo è un altro fatto molto grave."

"Parlando al Presidente della Repubblica, gli ho detto che è una cosa inaccettabile che i nostri figli o nipoti si presentino a un ufficio consolare dellčItalia in Argentina e si sentano dire: prenda questo biglietto e torni fra uno, due o tre anni. Il governo italiano deve risolvere strutturalmente questo problema, perché i consolati diano le risposte nei tempi e nelle forme di uno Stato civile. Questi sono i lavori che devono fare i nostri ambasciatori, i nostri consoli, dato che essi rappresentano lo Stato italiano. Loro sono lo Stato italiano e allora non possono unirsi a noi come se fossero parte del nostro problema. Loro sono un'altra cosa, quella cosa cui i Comites e le associazioni portano i reclami, segnalano i casi che stiamo menzionando e che essi devono impegnarsi come Stato italiano a risolvere. A tutti quei cittadini che in buona fede ma disinformati, dicono o qualcuno gli fa dire, che le nostre strutture non servono, che non fanno niente, possiamo dire che invece queste strutture lavorano intensamente, segnalano tutti questi casi, tutte queste deficienze, e quindi invece di farsi usare come strumenti utili, devono pensare che chi deve risolvere i problemi non sono i Comites o le associazioni ma lo Stato italiano, di cui ambasciatori e consoli sono parte".

- Dopo la delusione per la questione del voto, quale atteggiamento deve assumere la collettività? Dobbiamo continuare come prima ad attendere lčapprovazione o ci vuole un cambiamento?

- "La tua domanda se dopo il non voto si deve continuare nel ritmo attuale dei rapporti della collettività italiana, direi di no. Direi che bisogna ripensarci, ristabilire quei rapporti di unità che aveva la comunità italiana in Argentina, che si è rotta e spezzettata con l'avvento dei Comites. Dobbiamo evitare che questi Comites si trasformino in nuclei separatisti, al servizio del funzionario di turno, a danno della collettività, in generale. Bisogna riprendere, tutti assieme, il lavoro del congresso dei giovani, una delle nostre poche possibilità di continuità dopo di noi, rivedere fortemente i rapporti fra tutto l'associazionismo in tutta l'Argentina, come era nel passato e che ci ha dato ottimi risultati".

"Se il voto ci sarà, concordare fra tutti noi, (evitando che ci facciano a pezzi e che ci mettano gli uni contro gli altri) chi saranno i rappresentanti politici che ci possano rappresentare nel Parlamento a Roma, non scartando di fare una consultazione interna."

"Qualunque sia il meccanismo, non dobbiamo ubriacarci o farci ubriacare per andare a Roma. Dobbiamo cercare di rappresentare l'emigrazione italiana in Argentina nella miglior forma possibile. "

- In questa prospettiva di ripensarci, a quali iniziative pensa?

- "Come presidente del Comites di Buenos Aires e di Feditalia mi impegnerò a stabilire contatti con gli altri Comites e con tutte le strutture, a fare riunioni per cominciare a stabilire degli accordi in tempo e con le forme dovute, a consolidare lčunità della collettività italiana nell'Argentina per affrontare con consapevolezza questi aneli."

- Anche i consiglieri del CGIE sono compresi nell'operazione di ripensarci?

- "Il CGIE è una conseguenza della base, è stato eletto dai Comites e dalle associazioni. Pertanto, prima di eleggere il CGIE devono scaturire questi accordi. Io sostengo, ho sostenuto e continuo a sostenere che il CGIE è una emanazione della nostra base, per portare il nostro messaggio a Roma. Hanno un ruolo a Roma, non hanno un ruolo in Argentina. In Argentina il ruolo ce l'ha chi è stato eletto a suffragio universale, sono le basi della collettività. Se qualche volta non è stato fatto così, è perché è stato snaturato il principio basico della collettività. Dico di più. La sensazione che ho è che il CGIE è diventato uno strumento del ministero degli Esteri. Che è molto facile identificare nella misura che questo si stacca dalla base. Sia chiaro che non faccio una critica ai consiglieri del CGIE, ma alla legge. Ti faccio un esempio. LčAmbasciatore, quando è qui in Argentina, rappresenta l'Italia, mentre quando ritorna a Roma non la rappresenta piú. Lo stesso si può dire del CGIE. Quando si riunisce a Roma, rappresenta le collettività dei diversi paesi. Quando i consiglieri ritornano nei rispettivi paesi, non sono più rappresentanti della collettività".

-Passata lčopportunità di partecipare a queste elezioni, cosa farà Luigi Pallaro?

- "Non andrò al Parlamento di Roma nel futuro, ma continuerò a fare le nostre battaglie, le battaglie della nostra collettività". (Marco Basti*-Tribuna Italiana/Inform)


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