* INFORM *

INFORM - N. 66 - 2 aprile 2001

Un articolo di Franco Narducci

Povertà in Svizzera, segnale preoccupante

ZURIGO - Hanno destato grande scalpore i dati sulla povertà in Svizzera, emersi da uno studio congiunto dell’Ufficio federale di statistica e del pari ufficio del cantone di Zurigo. E così, anche il Paese con il reddito procapite tra i più alti al mondo non è risparmiato dal triste fenomeno dei working poor, le persone che pur avendo un lavoro dispongono di entrate inferiori alla soglia minima esistenziale, in barba alle promesse e alle illusioni destate all’inizio degli anni 90 dalla nuova frontiera del neoliberalismo.

Sorprende tuttavia "la sorpresa", poiché uno studio della Caritas sul fenomeno dei working poor aveva lanciato già anni fa il grido d’allarme sugli effetti del nuovo capitalismo in Svizzera. Secondo la Caritas la nuova povertà andava ben oltre i risultati a cui è pervenuto il più recente studio dell’Ente pubblico, oscillando da 250 mila a 400 mila persone. Dimostrava anche che i redditi imposti dal mercato sono insufficienti soprattutto quando devono alimentare una famiglia con bambini. In una simile situazione, dunque, i bambini rappresentano un "rischio povertà".

Si sapeva, inoltre, che negli anni novanta il numero delle persone sostenute dall’assistenza sociale era più che raddoppiato, passando da 130 a oltre 300 mila casi. Nello stesso periodo le uscite nette dei cantoni e dei comuni sul versante dell’assistenza sociale erano passate da 450 a oltre 900 milioni di franchi.

Negli stessi anni ci hanno ripetuto fino alla nausea che le risorse umane sono il capitale più innovativo per il futuro. Non avevamo capito (allora) che con tale accezione si prefiguravano due categorie ben distinte, visto che le imprese hanno elargito aumenti salariali da prefissi telefonici alle loro ridottissime maestranze, mentre gonfiavano a dismisura i compensi per il top-management. Non sempre con risultati accettabili, come dimostrano i clamori che hanno accompagnato i tonfi di alcune società eccellenti come SuisseAir e Sulzer (l’elenco sarebbe ben più lungo).

E abbiamo ancora in mente gli slogan che animavano i nostri capitani d’industria: "se vuoi guadagnare soldi punta al mercato finanziario e non a quello del lavoro". In questo modo si è attentato a due punti di forza della piazza Svizzera, vale a dire pace sociale ed elevata motivazione al lavoro, congiunta con un forte senso di responsabilità verso lo standard di qualità.

Demolire lo stato sociale

Nella corsa alle speculazioni in borsa abbiamo assistito in questi anni ad una lunga serie di licenziamenti a tre e quattro cifre. Le imprese hanno limitato l’occupazione ad un nucleo fisso e, come nei vecchi tempi, hanno mantenuto in vita una rete di contatti, cioè di persone che lavorano di volta in volta su chiamata. I costi di questa politica imprenditoriale, licenziamenti e "working poors", sono stati scaricati sulla società, finanziandoli con crescenti trattenute sui salari e maggiore prelievo fiscale.

Gli stessi attori che detengono le leve di comando dell’economia, quelli che non si stancano mai di chiedere meno stato e più libertà d’azione, sono ora confrontati con una situazione paradossale: essi sono la causa dell’aumento dei costi sociali che hanno sempre condannato. Resta allora una sola scelta per sfuggire alla spirale negativa di tasse più elevate e prelievi percentuali sui salari sempre più alti: attaccare le prestazioni dello stato sociale e chiederne una drastica riduzione. Ci sarà così ancora spazio per la massimizzazione dei profitti in campo finanziario. Costi quel che costa. (Franco Narducci* Corriere degli Italiani/Inform)

* Segretario Generale del CGIE.


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