* INFORM *

INFORM - N. 65 - 30 marzo 2001

DOCUMENTAZIONE

Commissione continentale dei Paesi anglofoni - Johannesuburg

"Nuove generazioni degli italiani all'estero". La "relazione-paese" di Delli Carpini (CGIE USA)

JOHANNESBURG - Per un'analisi più approfondita del tema centrale di questa Commissione Anglofona riunita qui a Johannesburg "nuove generazioni degli italiani all'estero", che nel nostro caso, per ovvi motivi di competenza diventa "Nuove Generazioni degli Italiani negli Stati Uniti", e in senso ancora più ristretto, New York/East Coast, è necessario fare un distinguo carAtteriale ben preciso tra i "connotati'' dei giovani di origine italiana della seconda e terza (talvolta quarta) generazione e quelli della 'generazione' più recente. Se la prima è quantitativamente maggiore, la seconda, specie quella cresciuta negli ultimi dieci anni, sia per i legami ancora solidi con l'Italia ma anche per l'identificazione e l'ancora non avvenuta integrazione è sicuramente più qualificata e rispondente al nostro tema.

In questo contesto vorrei far ricorso a due definizioni della cultura e del peso intellettuale delle rispettive generazioni, illustrate eloquentemente nei decenni scorsi da 'filone giovane' della prima diaspora italiana negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale e da quello del dopoguerra e che trova in Borgese, Vittorini e Poggioli prima e Tusiani e tanti altri poi i suoi più eminenti esponenti:

"La cultura è fedeltà alle nostre origini e alle nostre radici" e, precedendo di qualche decennio il tema della globalizzazione, "La cultura è desiderio di sentirci ovunque". La prima definizione ci rimanda infatti alle generazioni 'italiane' ormai integrate nel tessuto sociale americano, la seconda invece ci prospetta una realtà dinamica, ecumenica e indubbiamente più attraente anche dal punto di vista dell'appartenenza.

Prima di affrontare il tema sulle nuove generazioni è doveroso soffermarsi sul ruolo, spesso controverso e discutibile, comunque pivotale e costruttivo delle 'vecchie generazioni', che, cresciute in un vuoto di filiazione culturale, oggi purtroppo denotano gravi scompensi come la perdita dei legami affettivi con l'Italia e l'assenza, nel 'nuovo' nucleo familiare, della nostra lingua. A questo processo di "massima integrazione" o 'integrazione integrale', un'espressione cacofonica ma rispondente alla realtà, hanno contribuito diversi fattori. Il più importante, a mio avviso, è stato quello della corsa, spesso spasmodica, all'"American Dream", al sogno americano', che tramandato di padre in figlio per decenni ha sfaldato il concetto tradizionale di appartenenza spirituale e quindi culturale all'Italia per consolidare quello di sopravvivenza economica e quindi di dipendenza alla 'Terra Promessa", agli Stati Uniti. Una conseguenza che illustra impietosamente quali siano state le difficoltà che hanno caratterizzato la nostra emigrazione, 'numerosa e povera, ma non di spirito', dei primi decenni del secolo scorso fino agli Anni Cinquanta (e forse oltre) che, nella sua complessità e nella sua laboriosa crescita ha avuto momenti difficilissimi, spesso critici senza che il 'sistema Italia' partecipasse alle sue soluzioni. Se la storia ci insegna qualcosa allora credo sia ormai giunto il tempo per un coinvolgimento totale e non frammentario dell'Italia nel processo di sviluppo delle nuove generazioni. Ricadere gli stessi errori della 'politica della disattenzione' di qualche decennio fa sarebbe una follia i cui effetti negativi si ripercuoterebbero poi sulle giovani generazioni del futuro, che alla pari di quelle precedenti, sarebbero costrette ad 'assimilarsi' pur di non perdere l'opportunità per un inserimento reale, fattivo e produttivo nel contesto sociale del Paese in cui vivono.

Alla 'integrazione integrale' ha contribuito, forse in modo più deciso, sicuramente più drammatico, il fenomeno della 'ghettizzazione holliwoodiana' . I suoi film (il Padrino fra tutti) hanno contribuito a falciare alla base, minandola forse irrimediabilmente, l'identità di una storia emigratoria che senza queste 'calunnie di plastica' oggi, probabilmente, reciterebbe un ruolo sociale e politico ben più solido di quello attuale.

Carlos E. Cortes, professore universitario docente presso l'University of California di Riverside, nel suo saggio "Hollywood e gli italoamericani nella cultura Americana" (1977), commentando la premessa sotto forma di smentita apparsa in apertura de Il Padrino in versione tv per 'disdire il vero' (il Padrino e' un resoconto romanzato delle attivita' di un piccolo gruppo di spietati criminali. sarebbe sbagliato e scorretto sostenere che siano rappresentativi di alcun gruppo etnico) scrive: "Con queste parole, pronunciate in modo solenne milioni di telespettatori hanno assorbito la violenta saga multigenerazionale della famiglia di Corleone i cui personaggi non erano rappresentativi di 'alcun gruppo etnico' molti dialoghi erano in italiano con sottotitoli in inglese e la maggior parte dei personaggi aveva cognomi come Barzini, Clemenza, Brasi, Tattaglia. Ma perche' infastidirsi? La premessa iniziale escludeva che gli spettatori potessero identificarli come membri di uno specifico gruppo etnico".

Inutile sottolinearlo che la raccomandazione-smentita "diventò una pietra miliare nella produzione hollywoodiana riguardante gli italoamericani". Il potere dei media, prima pervasivo e graffiante nei riguardi della nostra etnicità era diventato credo sociale talmente potente da influenzare il pensiero non solo degli americani ma del mondo intero. Una finzione cinematografica della durata di poche aveva stavolto, con il rischio che venissero azzerate, le conquiste di decenni di lotta degli esponenti della nostra emigrazione. Per quanto intenso e continuo, il 'mobbing' di Hollywood sul concetto d'italianità, fortunatamente, non ha avuto negli anni effetti traumatizzanti sui valori del nucleo familiare italoamericano. Al contrario, l'immagine negativa dirompente del film (parte di un filone interminabile anche oggi sempre più di moda) ha avuto l'effetto di innescare la molla della rivalsa nei gruppi italoamericani e soprattutto nelle nuove generazioni che denigrate dalla celluloide, si sono presi la rivincita morale con il successo nel campo della cultura, del commercio, della politica, diventando esempi di correttezza civile e punto di riferimento anche per le altre etnie.

Le conquiste 'civili e civiche' hanno fatto sì che venisse rivalutata anche la tipologia del giovane americano. Non più 'brillantina' nei capelli, cervellotica superficialità culturale e modi di fare chiassosi (come una serie televisiva di enorme successo 'Happy Days" aveva per decenni 'filmato' l'italoamericano), ma preparazione culturale, senso civico e soprattutto ruolo partecipativo positivo nella società. Queste riacquisite caratteristiche, peraltro sempre presenti nel DNA delle nostre generazioni ma non sempre valorizzate, hanno finalmente cambiato non tanto I valori della nostra appartenenza quanto la percezione e il ruolo della nostra etnicità agli occhi delle altre etnie, o in senso più lato, agli occhi del mondo anglosassone americano. Oggi, salvo rare eccezioni (la percentuale di 'drop-out' nelle scuole medie superiori degli studenti italoamericani è ancora altissima rispetto alle prime quattro etnie europeee, anche se è in netta diminuzione, Hollywood continua a dipingerci come 'mafiosi', l'Italia è soltanto la Patria degli spaghetti ecc. ), l'evoluzione culturale è, fondamentalmente, alla base del successo della nuova generazione italoamericana. Questa metamorfosi qualitativa è stata facilitata dalla creazione di organizzazioni di carattere giovanili nel contesto di associazioni gia' esistenti come Sons of Italy o Niaf o nuove ma non meno importanti come FIERI.

Lo spirito 'rinascimentale' e di riscoperta delle proprie origini è da collegarsi a diversi fattori: alla politica d'intervento (non sempre generosa) dello Stato italiano, al coinvolgimento degli enti locali, all'associazionismo in tutte le sue forme, sociale, culturale, economico e soprattutto ad un rinnovato e ingentilito e quindi molto più efficace e dinamico sistema pedagogico.

Va detto che negli ultimi dieci anni l'immagine dell'Italia presso le giovani generazioni americane ed italiane residenti negli Stati Uniti ha subito una radicale innovazione tanto da indurre molti giovani americani a considerare l'Italia la nazione europea che essi sentono piu' vicina per valori umani, stile di vita e cultura.

Questo lento e duraturo fenomeno è avvenuto grazie all'azione sinergica di tre componenti "italiane" che ognuna, per proprio conto, ha lavorato negli Stati Uniti raccogliendo considerevoli successi.

La prima di queste componenti è la culinaria. Ormai nella sola New York i ristoranti italiani 'stracciano' i francesi, notoriamente la ristorazione estera più rappresentata a New York di circa un terzo, vale a dire per ogni ristorante francese ve ne sono tre italiani. Questa massiccia presenza di ristoranti, di ristoratori ma soprattutto di cibi italiani ha permesso una estensione della conoscenza del "Paese Italia" come non mai si era verificato. Ad usufruirne di questa consistente presenza di ristoranti italiani a New York e negli Stati Uniti sono state tutte le fasce sociali americane. Questa positiva realtà ha permesso di estendere l'immagine dell'Italia attraverso tutte le classi sociali e di reddito degli Stati Uniti.

La seconda realtà italiana che con la sua presenza ha mutato in positivo l'immagine dell'Italia è l'industria della moda. Ormai Madison Avenue in Manhattan è un'estensione di via Monte Napoleone di Milano o Via Frattina a Roma. Seppure la moda italiana tende a rivolgersi ad una fascia sociale appartenente ad un reddito medio-alta, essa ha definitivamente caratterizzato l'eleganza di New York degli ultimi anni, contribuendo a creare una immagine dell'Italia che pochi altri settori possono vantare.

Infine il terzo settore in cui si è verificata una consistente variazione nella presentazione della cultura: Stile di vita ed imagine del paese e l'insegnamento della lingua sia a livello di scuola media e superiore che a livello accademico.

Le ragioni di tale variazione rispetto all'oscuro passato di qualche anno fa sono sostanzialmente due: la prima è di natura amministrativa; i dipartimenti accademici e i provveditorati si sono accorti della mutata immagine sociale dell'Italia ed hanno concesso più spazio che si è tramutato in più corsi alla lingua italiana. In questo 'idilliaco' panorama didattico è ovvio che a volte si registrino anche delle eccezioni con provveditorati che in alcuni distretti scolastici mettono dei paletti ostruzionistici per la creazione di curricula di lingua italiana nonostante la presenza di studenti di origine italiana sia particolarmente numerosa. Sono, fortunatamente, soltanto dei casi sporadici e spesso proprio questi casi prima portano alla creazione in quel distretto di attività scolastiche fuori orario poi all'eventuale inserimento del programma nel curriculum locale.

La seconda ragione è la costituzione ancora in embrione, ma pur sempre in crescita, di una maggiore attenzione dei legislatori italoamericani all'insegnamento della lingua e cultura italiana almeno nella scuola d'obbligo. Questa azione estremamente positiva a mio avviso va continuata e rafforzata integrandola con rappresentanti delle aziende italiane presenti negli Stati Uniti in maniera tale da poter creare una sinergia tra le forze economiche italiane e quelle socio-politiche presenti negli Stati Uniti. A questo proposito bisogna rafforzare il peso politico degli italoamericani, oggi "limitato in rapporto alla consistenza numerica" (quinto gruppo etnico a livello nazionale) con iniziative mirate che devono fare da collante con quelle su citate.

Va detto, con tutta onestà, che l'attenzione dei politici italoamericani alle nostre necessità è stata (e in qualche caso continua ad essere) carente. Infatti negli anni scorsi spesso essi si sono dissociati dalle loro promesse e soprattutto dalle loro 'origini' per concedersi poi ad altri gruppi etnici.

Io amo dire che si dichiarano di origine 'italiana' invocando la precisa origine calabrese, campana, siciliana, pugliese, ecc. di mamme, nonne e pronipoti prima delle elezioni poi, convenientemente di dissociano dalla loro etnia e dimenticano di essere italoamericani appena dopo le elezioni. Un 'voltafaccia' che non si registra con gli esponenti politici di altre etnie, ma che, purtroppo, è ancora comune con i 'nostri'. Il mio augurio, come accennavo prima, è che questo 'andazzo', cambi (i primi sintomi sono gia' nell'aria) e che l'uomo politico italoamericano, una volta eletto, non dimentichi le sue origini ma che su di esse poi costruisca la piattaforma politica per la fase realizzativa delle idee e dei progetti che gli vengono proposti.

Infine, e concludo, gli studenti che hanno deciso di studiare l'italiano quasi sempre lo hanno scelto a detrimento di altre lingue europee come il francese e il tedesco. Le ragioni di questa scelta vanno fatte risalire ai motivi poc'anzi citati ad essi vanno aggiunti i numerosissimi italoamericani di seconda e terza generazione che hanno deciso di studiare l'italiano per accostarsi alla lingua ed alla cultura dei loro nonni. Dopo decenni di imperdonabile trascurataggine culturale dei loro genitori, i figli, le nuove generazioni, costituiscono il reale serbatoio al quale la scuola dell'obbligo e la accademia debbono attingere per aumentare maggiormente il numero degli iscritti ai corsi d'italiano negli Stati Uniti.

Tuttavia ritengo che questa politica debba seguire due direttive ben precise: la prima di un maggiore accostamento dell'Italia a questi giovani, molti dei quali non sono mai stati in Italia, pur nutrendo un grande desiderio di visitarla. E' necessario avvicinare l'Italia a questi giovani attraverso la creazione di programmi d i sc ambi culturali tra istituzioni americane ed italiane e laddove esistono (e ce ne sono tante) potenziarle. Un ruolo fondamentale in questa "riscoperta dell'Italia" possono giocarlo i piccoli e medi comuni italiani e quindi le regioni ospitando giovani in loco attraverso la frequenza a programmi e corsi di studio creati ad hoc per far conoscere gli aspetti intimi di un Paese che molti di essi sentono pur senza conoscerlo a fondo, la loro seconda Patria.

La seconda iniziativa deve mirare a dare una maggiore diffusione dell'informazione italiana negli Stati Stati Uniti, attraverso la proiezione di film, documentari e programmi culturali che aiutino a far comprendere meglio ai giovani italoamericani l'attuale realta' politica e sociale italiana troppo spesso distorta da una scarsa disponibilità d'informazione (fa eccezione il quotidiano America Oggi che distribuisce nei sette Stati della Costa Atlantica e in Florida e per abbonamento negli altri Stati USA). A questa iniziativa ritengo possa legarsi una maggiore diffusione di testi in italiano per lo studio della lingua e della cultura. Ritengo inoltre che le case editrici fornendo del materiale a volte in esubero potrebbero fornire un validissimo contributo che quando richiesto alle istituzioni italiane non sempre e' fornito nella misura necessaria.

Sulla base di quanto su esposto io credo che il livello di crescita culturale, economico, imprenditoriale e politico delle nuove generazioni abbia raggiunto oggi la fase ottimale ma perche' diventi ancora più solido, è fondamentale che esso abbia continuità e soprattutto visione. Le premesse ci sono. Sta a noi realizzarle. (Domenico Delli Carpini)

Commissione continentale dei Paesi anglofoni - Johannesuburg

"Nuove generazioni degli italiani all'estero". Silvana Mangione e Domenico Mancini si dissociano dalla "relazione-paese" di Delli Carpini

Al Vice Segretario Generale per i Paesi Anglofoni Extraeuropei, e, per opportuna conoscenza, al Segretario del CGIE, Ministro Sorace Maresca

New York, 24 marzo 2001

Pr ego voler mettere a verbale ed agli atti della riunione della Commissione Continentale Anglofona (Johannesburg, 26-28 marzo) la seguente dichiarazione:

"Mi dissocio totalmente dalla relazione predisposta per gli USA dal Consigliere Domenico Delli Carpini, componente del Comitato di Presidenza in rappresentanza degli Stati Uniti, fra le altre ragioni perché essa non è stata concordata con tutti i Consiglieri eletti in rappresentanza degli USA e perché si riferisce soltanto alla Costa dell’Est/New York, mentre avrebbe dovuto prendere in considerazione tutti gli Stati Uniti.

Chiedo quindi che essa venga allegata agli atti come relazione di maggioranza e mi riservo il diritto di presentare una relazione di minoranza, concordata con quei colleghi che desiderino approfondire davvero un tema importante quale quello del rapporto con le nuove generazioni, in vista della Conferenza mondiale dei Giovani prevista per il 2002." (Consigliere Domenico Mancini; Consigliere Silvana Mangione)


Vai a: