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INFORM - N. 64 - 29 marzo 2001

Pubblicato uno studio dell’Ufficio federale di statistica

"Lavoratori poveri: l'altra faccia della ricca Svizzera"

Dopo un studio pubblicato dall'Ufficio Federale di Statistica elvetico, Dino Nardi, in questo numero nella sua rubrica ospitata dal settimanale L'Eco, interviene sul tema "Lavoratori poveri: l'altra faccia della ricca Svizzera"

ZURIGO - Una volta avevamo i poveri, poi sono arrivati gli indigenti ed infine i meno abbienti ma, a ben vedere, indipendentemente dalle disquisizioni linguistiche e dall’evoluzione delle definizioni (tutti hanno presenti gli spazzini divenuti netturbini e poi operatori ecologici, ma rimasti sempre coloro che debbono lavorare per mantenere pulite le strade ed i centri abitati), sono tutti termini che hanno un solo significato e cioè quello di indicare persone che hanno difficoltà a sbarcare il lunario e cioè persone povere.

Di pensionati svizzeri poveri, e cioè di tutti coloro che sono al beneficio di prestazioni complementari dell’Assicurazione vecchiaia, superstiti ed invalidità svizzera (AVS-AI), abbiamo già trattato diverse volte in questa rubrica. Oggi, dopo la presentazione di uno studio realizzato dall’Ufficio federale svizzero di statistica, affronteremo invece un’altra povertà: quella che colpisce nella Confederazione tanti lavoratori tra 20 e 59 anni di età. Ovvero quella che, forse per renderla meno cruda ai non anglofoni, viene definita con il termine inglese "Working Poor". Ma chi sono i così detti "lavoratori poveri" in Svizzera? Secondo la Conferenza svizzera degli Istituti di azione sociale (CSIAS) - in tedesco "Schweizerischen Konferenz für Sozialhilfe (SKOS) - la soglia di povertà è fissata in un reddito mensile di 2100 franchi, per le persone sole, e di 4000 franchi per le famiglie con due bambini.

Ebbene, dallo studio citato, risulta che in Svizzera, nel 1999, i lavoratori poveri hanno raggiunto il considerevole numero di 250'000 unità (nel 1992 erano invece 170'000) e cioè il 7,5% della popolazione attiva. Di questi sono 186'000 quelli che settimanalmente lavorano come minimo 36 ore, mentre sono 64'000 coloro che lavorano con un orario settimanale inferiore. I più colpiti sono le persone sole (tra queste le donne in particolare); le famiglie più numerose con tre o più figli; le persone che hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo. Il numero più alto di lavoratori poveri li troviamo, poi, nell’agricoltura (anche se le statistiche non tengono conto del reddito in natura presente in questo settore) e, a seguire, in quelli del tessile, della ristorazione ed alberghiero. Una statistica che evidenzia anche situazioni particolari come quella di tanti lavoratori dipendenti che, una volta perduto il lavoro durante la crisi economica degli anni novanta, si sono messi in proprio (ma senza dipendenti) e che nel 20% dei casi si sono dovuti arrangiare alla meno peggio e quindi con problemi di povertà. Altro dato che emerge dallo studio sulla povertà dei lavoratori è quello della loro grande mobilità. Infatti solo una minoranza di essi resta povera per molti anni consecutivi e solo il 43% lo è per due anni di seguito.

Commentando i risultati di questo studio, il direttore dell’Unione Svizzera degli Industriali, Peter Hasler, li ha definiti "sgradevoli per la Svizzera" per cui sollecita uno sforzo maggiore della Confederazione nel settore della formazione professionale ed una nuova e più incisiva politica a favore delle famiglie. Peter Hasler ha, altresì, respinto l’idea che si possa far fronte al problema dei lavoratori poveri attraverso l’istituzione di un "salario minimo garantito" che metterebbe in difficoltà molte ditte se non addirittura in condizione di chiudere i battenti. Una richiesta, quella del salario minimo garantito, che invece viene ripresa e rilanciata, anche in questa occasione, dal presidente dell’Unione Sindacale Svizzera, Paul Rechsteiner, per il quale lo studio dell’Ufficio federale di statistica sottovaluta le dimensioni del problema della povertà nel mondo del lavoro poiché un lavoratore dipendente su otto sarebbe rientrato nella categoria degli "Working Poor" o, più semplicemente, dei lavoratori poveri, se invece di scegliere come soglia di povertà 2100 e 4000 franchi, si fosse optato per una soglia più realistica di 3000 franchi netti al mese per un lavoro a tempo pieno.

Ma dallo studio emerge anche un altro dato che interessa, in particolare, le comunità immigrate e quindi sicuramente anche i nostri lettori: i lavoratori stranieri poveri sono il doppio (12,2%), rispetto a quelli svizzeri (6,2%) e probabilmente il loro numero sarebbe anche maggiore se tanti lavoratori emigrati, coinvolti dalla povertà, non avessero deciso (e non decidessero tuttora) di rientrare nei loro Paesi di origine. Pensiamo, per esempio, a tutti quegli emigrati italiani di età compresa tra i 54 ed i 60 anni che, una volta espulsi dal mercato del lavoro elvetico, sono rientrati in Italia durante gli anni novanta (un fenomeno, peraltro, ancora in atto), avvalendosi del pensionamento anticipato italiano e della possibilità di trasferimento dei contributi AVS all’ente pensionistico italiano! Un dato, pertanto, che deve far riflettere anche le autorità italiane sollecitate dalla comunità italiana in Svizzera e dalle loro rappresentanze istituzionali (Comites e CGIE) ad intervenire affinché venga accordata una proroga di cinque anni nel blocco del trasferimento dei contributi AVS all’INPS, previsto dagli Accordi bilaterali Svizzera–Unione Europea che entreranno in vigore nei prossimi mesi. (Dino Nardi*-l'Eco/Inform)

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* Presidente Ital-Uil Svizzera, Presidente Commissione Sicurezza e Tutela sociale del CGIE.


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