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INFORM - N. 62 - 27 marzo 2001

Un articolo di Franco Narducci sul Messaggero di Sant'Antonio

Diritto di voto. Nuova delusione per gli italiani all’estero. Due passi avanti e un salto indietro

"Con la legislatura agli sgoccioli e le elezioni in vista, il partito trasversale non ha voluto sottrarre a se stesso 18 seggi appartenenti agli italiani emigrati".

Ancora una volta i cittadini italiani residenti all’estero hanno vissuto una cocente delusione sulla questione dell’esercizio del voto all’estero. Dopo due storiche riforme della Costituzione italiana, quella dell’articolo 48 che ha dato corpo alla Circoscrizione estero, e quella degli articoli 56 e 57, che fissa in 18 seggi (6 senatori e 12 deputati), la rappresentanza degli italiani residenti all’estero nel Parlamento della Repubblica, sottraendoli alla quota proporzionale dei collegi italiani, si dava quasi per scontata la possibilità di votare fin dalla prossima tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento.

Una sensazione che traeva forza dalle dichiarazioni rilasciate dalle maggiori forze politiche e dai pronunciamenti solenni dei rappresentanti di dette forze, non solo a Roma durante i lavori conclusivi della Prima Conferenza degli Italiani nel mondo, bensì lungo l’intero percorso delle preconferenze continentali.

Invece, nonostante gli appelli continui, le pressioni e gli incontri organizzati dal Cgie, il Consiglio generale degli italiani all’estero, con le più alte cariche istituzionali (l’ultimo con il presidente della Repubblica Ciampi, alla vigilia della sua partenza per la visita di Stato in Uruguay e Argentina), il Parlamento non ha approvato il Testo unico della legge attuativa che disciplina l’esercizio del voto all’estero, condizione indispensabile per votare fin dal prossimo appuntamento.

Cosa si può aggiungere su questa vicenda? Poco sul piano contestuale, ma molto per denunciare la meschinità di politici che ignorano la nostra storia e che hanno dato vita al partito trasversale per impedire che le riforme costituzionali divenissero operanti. Di volta in volta la legge ordinaria per il "nostro voto" è stata utilizzata per sfondare le resistenze su altri provvedimenti legislativi (collegandola alla riforma della legge elettorale nazionale), o per calcoli politici (i 18 parlamentari da eleggere nella circoscrizione estero sarebbero sottratti alla quota proporzionale delle cinque regioni più grandi per cittadini votanti), o per giustificare le manchevolezze di chi aveva la responsabilità di organizzare l’unificazione delle due anagrafi: quella costruita dalla rete diplomatico-consolare e quella degli italiani residenti all’estero (Aire) che fa capo ai comuni italiani, di concerto con il ministero degli Interni, non da ora bensì dal momento in cui è divenuta operante la legge sulla doppia cittadinanza.

Al riguardo, è inspiegabile che il Parlamento non abbia approvato la "leggina" per l’assunzione di 250 contrattisti che avrebbero dovuto materialmente realizzare l’unificazione delle anagrafi, o che il Governo non abbia proceduto per decreto. E così gli italiani all’estero sono stati "scippati" della propria rappresentanza perché questa è la ragione vera: con la legislatura agli sgoccioli e le elezioni in vista, il partito trasversale non ha voluto sottrarre a se stesso 18 seggi appartenenti agli italiani emigrati!

L’introduzione nella legge attuativa di una norma transitoria che in prima applicazione avrebbe permesso il voto per corrispondenza ai soli iscritti all’Aire, ha vanificato gli sforzi di chi ha profuso le proprie energie per permettere il voto in loco agli aventi diritto, e ha messo le forze politiche di fronte alle proprie responsabilità. Non crediamo, infatti, che si possa spiegare l’inattesa approvazione della legge in sede di Commissione Affari Costituzionali al Senato, salvo poi calendarizzare il dibattito in aula nelle ore precedenti lo scioglimento delle Camere.

Politiche attive per l’emigrazione

La mancata approvazione della legge ordinaria ha amplificato ancor più le gravi responsabilità e le omissioni dello Stato italiano nei confronti dei cittadini espatriati, ciò che si compendia in una verità incontestabile: la mancanza di un vero progetto politico per gli italiani residenti fuori d’Italia.

Sono stati fatti innegabili passi avanti che hanno affievolito il deplorevole disinteresse manifestato per decenni dall’Italia verso i propri cittadini emigrati, un’indifferenza che chiarisce in gran parte la mancata valorizzazione di una ricchezza inestimabile, che oltre a garantire un prezioso flusso di rimesse verso l’Italia, si prodigava con tenacia e sacrificio nella costruzione di ospedali, scuole e circoli culturali italiani, alimentando così l’orgoglio delle proprie radici e vivificando il legame con la Patria lontana. Il sistema faticosamente costruito vacilla oramai per due motivi: l’invecchiamento delle generazioni che con passione e grande spirito di servizio hanno mantenuto saldi i valori dell’italicità e del patrimonio culturale italiano, nonostante le più svariate difficoltà; la disattenzione del Governo italiano e la lentezza con cui si risponde ai problemi più impellenti e avvertiti dalle comunità italiane all’estero.

La questione dei servizi consolari è sintomatica del malessere che si registra. Negli ultimi anni la rete consolare ha occupato uno spazio centrale nei lavori del Cgie e nelle riunioni dei Comites in ogni parte del mondo. Le proteste delle comunità italiane sono salite di tono con un’intensità direttamente proporzionale alle cosiddette misure di razionalizzazione della rete. Le chiusure e la riduzione degli organici non si sono tradotte in nuove aperture per le comunità italiane più numerose, residenti in grandi aree geografiche come l’America Latina, bensì, in numero limitato, nei Paesi nati con l’implosione dell’impero sovietico, con finalità puramente commerciali.

L’aver ottenuto una moratoria di tre anni che congela i provvedimenti di chiusura relativi ai consolati di Bedford, Coira, Durban, Mulhouse, Neuchâtel, Newark e Sion è stato salutato come un successo del Cgie e dei Comites, ma attenzione, la moratoria è soltanto una sospensione dei provvedimenti in attesa che si studino soluzioni adeguate relativamente ai servizi sostitutivi o razionalizzazioni di processo che non comportino necessariamente la chiusura.

La già evocata disattenzione si manifesta, per esempio, nell’incapacità di approvare una legge che giace da tempo in Parlamento: quella che prolungherebbe a 10 anni la validità dei passaporti, oppure nel disattendere la richiesta avanzata dal Cgie dell’abolizione dell’assenso dei genitori. Così come si mette in conto che l’applicazione dei provvedimenti Bassanini non si diffonde ovunque con rapidità, poiché spesso manca la "cultura dell’autocertificazione".

La moratoria, inoltre, non affronta il problema vero, cioè il diritto dei cittadini ai servizi, che notoriamente vanno dal passaporto agli atti notarili, fino al pagamento dell’Ici, l’Imposta comunale sugli immobili. È come dire che i cittadini di un comune italiano di 20.000 abitanti (l’equivalente delle anagrafi di Bedford o Newark), devono recarsi a 300 chilometri e oltre per avere accesso ai servizi di cui hanno bisogno. Accanto alla moratoria, dunque, occorre affrontare con estrema urgenza le situazioni di visibile inadeguatezza di molte strutture consolari, con particolare attenzione all’America del Sud.

Più cultura, meno improvvisazione

Le immagini ancora fresche della Prima Conferenza degli Italiani nel mondo sollecitano il Governo ad avviare una politica in campo culturale che assuma sempre più carattere programmatico, e sempre meno quello dell’improvvisazione e della tradizione assistenziale. Occorre recuperare la cultura della memoria per dare visibilità alla storia dell’emigrazione, ma anche approfondire la relazione che intercorre tra la cultura e la riscoperta delle radici, soprattutto in un contesto di globalizzazione che coinvolge anzitutto le terze e quarte generazioni.

Occorre investire sulla lingua e sulla cultura per costruire una politica d’intervento adeguata al nostro grande patrimonio culturale e alla forte domanda che emerge ovunque all’estero, in particolare tra le giovani generazioni. È in gioco la credibilità dello Stato italiano e la possibilità di garantire la transizione generazionale e di salvaguardare una straordinaria rete associazionistica che ha dimostrato ampiamente la capacità di aggregare le comunità italiane nel mondo.

Tutto questo c’invita a non disperdere i frutti buoni emersi dalla Prima Conferenza degli Italiani nel mondo, anzitutto per quanto riguarda i giovani e le donne in emigrazione. L’anno corrente è un anno decisivo per la costruzione delle politiche illustrate, perché è l’anno della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-Cgie, un appuntamento fondamentale per fissare le linee strategiche delle politiche rivolte agli italiani all’estero e per creare gli strumenti dell’azione concertata e coordinata tra Stato e Regioni. Nel rispetto delle radici regionali, certo, ma anche con la consapevolezza che su determinate questioni occorre un’efficace convergenza di sforzi e investimenti. (Franco Narducci*-Messaggero di sant'Antonio/Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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