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INFORM - N. 55 - 16 marzo 2001

Una nota del Segretario generale del CGIE Franco Narducci

Rete consolare, segnali contrastanti

ZURIGO - Negli incontri con le comunità italiane del Sud America il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha potuto constatare ancora una volta quanto sia grande il legame che unisce gli italiani all’estero con la madre patria. Ed anche l’affetto incondizionato che gli italiani emigrati nutrono per il Capo dello Stato, un sentimento derivante dall’impegno genuino del Presidente per ricostruire il senso si appartenenza alla Nazione senza "nazionalismo", dalla sua grande fedeltà ai valori della Repubblica e dai risultati conseguiti in ogni carica che ha ricoperto.

Il Presidente ha però toccato con mano anche gli innumerevoli problemi che pesano sulla vita dei nostri connazionali nell’America latina, che non possono essere affrontati con una rete consolare inadeguata, insufficiente e sotto organico, perché gli uffici consolari rappresentano il naturale punto di riferimento delle nostre comunità.

La notizia che il Ministro degli Esteri Lamberto Dini, a seguito dell’incontro con il CGIE, aveva accolto la richiesta di una moratoria triennale riguardante sette sedi consolari minacciate di chiusura, Bedford, Durban, Mulhouse e Newark, più Coira, Neuchâtel e Sion in Svizzera, è stata accolta con comprensibile soddisfazione dalle comunità italiane.

Eppure non si possono dormire sonni tranquilli e si dovranno individuare in fretta le soluzioni possibili, il tipo di servizi sostitutivi, insistere per l’approvazione della legge che prolunga a 10 anni la validità dei passaporti, per l’abolizione dell’assenso dei genitori e la migliore applicazione dei provvedimenti della Bassanini. Occorre anche un impegno forte per far crescere nelle comunità un’attitudine organizzativa di cooperazione per individuare soluzioni economiche più vantaggiose.

Perché tanta fretta? Le preoccupazioni, come si dice, nascono dai fatti e nel nostro caso dall’audizione del sottosegretario di Stato, Franco Danieli, chiamato dalla Commissione III "Affari esteri e comunitari" il 6 marzo scorso a riferire sulla ristrutturazione della rete consolare.

Scorrendo il resoconto dei lavori, tra le tante dichiarazioni dei Parlamentari si colgono affermazioni favorevoli alle posizioni espresse dagli italiani all’estero tramite il CGIE e i COMITES, ma anche affermazioni che destano allarme come quelle dell’onorevole Dario Rivolta (FI) che dopo aver ascoltato il Sottosegretario Danieli confessa "di essere stupito dall’elevato numero di sedi consolari funzionanti in Germania e Svizzera"… e che "bisogna avere il coraggio di spiegare che i conti vanno fatti all’interno di una scelta geopolitica. In Germania sarà indispensabile mantenere le sedi consolari ma non nel numero previsto, perché la realtà è profondamente cambiata". L’onorevole Rivolta prosegue poi affermando che "non possiamo basarci sul passato, anzi al contrario bisogna spaziare sul futuro e, dunque, l’organizzazione prevista per la Svizzera e la Germania deve essere rivisitata alla luce dei rapporti esistenti all’interno dell’Unione Europea".

Sorvoliamo sul fatto ignorato dall’onorevole Rivolta che la Svizzera non è nell’Unione Europea, ma non sull’esposizione successiva, allorché si prodiga per protestare contro la chiusura del Consolato di Salonicco, dove vivono 4 mila connazionali, di cui 1'400 iscritti all’AIRE. Abbiamo grande rispetto per i connazionali di Salonicco, ma dobbiamo rimarcare che la moratoria triennale riguarda comunità di ben altra consistenza. Il problema di Salonicco, dunque, non si risolve chiudendo altre sedi.

Non è accettabile, infatti, l’impostazione data al problema da parte di molti parlamentari, secondo cui si tratterebbe di "scegliere in base a considerazioni di natura economica quali consolati siano indispensabili e quali invece possano essere ristrutturati o addirittura soppressi". A parte il fatto che la 1° e la 2° fase della ristrutturazione hanno ridimensionato pesantemente la rete consolare, si deve insistere sul concetto di servizio per i cittadini, considerando che il consolato assolve ad una vastissima gamma di bisogni, dal passaporto al pagamento dell’ICE, fino ad una lunga serie di atti notarili.

In Svizzera, inoltre, lo Stato incassa somme rilevanti per i visti rilasciati ai cittadini extra UE che devono attraversare l’Italia. E poi cosa significa assumere il dato economico a criterio per decidere la chiusura di una sede consolare? Senza entrare nel merito dell’effetto sulle esportazioni, basta ricordare che la comunità italiana in Svizzera per il solo turismo di ritorno produce un apporto per l’Italia superiore a 2000 miliardi annui.

Il problema dei nuovi bisogni, che è reale, non si risolve destrutturando i servizi per gli emigrati bensì con l’aumento del bilancio del MAE, prendendo magari a riferimento quello di paesi come la Francia e l’Inghilterra. (Franco Narducci-Inform)


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