* INFORM *

INFORM - N. 53 - 14 marzo 2001

Da "Tribuna Italiana", 14.3.2001 - Buenos Aires

La Finestra di Mario Basti - Presidente, pensi ai nostri figli!

BUENOS AIRES - Caro Presidente, anche questa volta, invece di scrivere ai lettori, mi rivolgo direttamente a Lei sperando che, non si sa mai, i suoi collaboratori, non oggi, ma magari al Suo ritorno al Quirinale, trovino posto nella rassegna stampa, anche di quel che sul Suo viaggio in Argentina scrive la modesta stampa italiana della locale comunità, che, glielo assicuro, interpreta veramente sentimenti e desideri di questi italiani che a 13.000 chilometri del nostro Belpaese, Le dicono il sincero affetto per questa visita, ma non soltanto l'affetto.

Dalla "Finestra" della settimana scorsa (Caro Presidente, Cčera una volta..) guardavo con tristezza e Le mostravo il passato e il presente di questa nostra comunità e La invitavo a considerare che, senza un urgente e molto impegnativo intervento di Roma, l'Italia perderà a breve scadenza, per esaurimento, la sua più numerosa comunità di italiani che vivono il mondo, perderà così un patrimonio inestimabile.

Oggi, invece dalla "Finestra" guardo e La invito a guardare il futuro di questa comunità. cioè i nostri figli nati in Argentina. Sono italiani anch'essi, sebbene per decenni sia mancata e manchi ancora una illuminata azione dell'Italia perché si sentano tali, oltre che argentini; sono italiani anch'essi e dovrebbero essere gli eredi dell'inestimabile patrimonio, messo su con passione dai loro genitori, dai loro avi. Ma proprio per la mancanza di quella illuminata azione, non si sono preparati, in maggioranza, a raccogliere questa eredità e, d'altra parte i più hanno ben altre preoccupazioni.

Le stesse preoccupazioni che avevamo noi, cinquant'anni fa, tra le macerie e le altre rovine dellčItalia e l'unica prospettiva, lacerante per il cuore, era la diaspora, era l'esilio. LčArgentina ci accolse allora fraternamente. Oggi l'Italia è disposta ad accogliere anchčessa fraternamente i nostri figli, i nostri discendenti che per la difficile situazione locale, qui non trovano lavoro e sarebbero anch'essi disposti, con la morte nel cuore, ad emigrare, se l'Italia, che è anche per essi una Patria, fosse disposta ad accoglierli, almeno come accoglie albanesi, curdi, cinesi ed altri ancora?

Non sarebbe preferibile, per lčItalia, che i lavoratori di cui ha bisogno, avessero lo stesso sangue, la stessa cultura, la stessa civiltà, le stesse tradizioni, la stessa religione, cioè tutti i valori che, dalla metà dell'Ottocento, i nostri emigrati hanno portato in Argentina e qui trasmesso, non soltanto ai loro figli, ma a tutta la società argentina?

Alcuni mesi fa il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan si pose il nostro stesso interrogativo quando disse che l'Italia come prima cosa dovrebbe offrire agli italiani la possibilità di trovare lavoro a casa. Non credo che questo sia razzismo. In secondo luogo vi sono all'estero molti nostri connazionali che, dopo essere stati costretti in passato ad emigrare tornerebbero volentieri in Italia: perché non offrire anche a loro una speranza?

E qualche settimana dopo scrisse nel mensile "Veneti nel Mondo" che è opportuno favorire lčassunzione di oriundi veneti presso le aziende della Regione, costantemente alla ricerca di manodopera e personale qualificato... Sarebbe un motivo di orgoglio e un modo di assolvere ad un grande debito di riconoscenza che tutti noi abbiamo nei confronti di chi alla nostra terra ha dato molto ricevendo in cambio ben poco.

Non so se sia soltanto Galan a pensarla così, so invece, perché lo mettono con frequenza in rilievo i giornali italiani, che "due italiani su tre temono albanesi e slavi" (Corriere della Sera, 24 febbraio); li temono perché sono una minaccia per lčoccupazione, minacciano l'čordine pubblico e la sicurezza, sono un pericolo per la cultura e l'identità, come indica la Fondazione Nord Est di Venezia.

Credo che questa paura scomparirebbe se arrivassero i nostri figli che, per la comune cultura e identità, si inserirebbero più facilmente dagli extracomunitari attuali nella società italiana, specialmente nelle piccole città senza provocare spiacevoli reazioni. Naturalmente anche in questo caso ci vuole e subito una politica in cui si impegnino il governo nazionale e le Regioni per mettere su una banca dati per far incrociare domanda e offerta, perché qui i nostri figli sappiano quale e quanta manodopera è richiesta, nonché le condizioni, le agevolazioni, il trattamento economico e in Italia sappiano quanti sono i nostri figli disposti ad emigrare in Italia e i tipi di lavoro per cui sono disponibili e preparati.

Non dev'essere una idea peregrina, se il console generale di Buenos Aires ha pensato a sperimentare qualcosa del genere; ma occorrerebbe qualcosa molto bene organizzato per sensibilizzare appunto governo nazionale, governi regionali e le organizzazioni imprenditoriali italiane e, qui in Argentina, oltre ai consolati, le federazioni e associazioni regionali e i patronati. E che, oltre tutto, si accantonasse, per questo, la politica della lesina, fra l'altro aumentando subito il personale dei consolati. Sarà possibile o questo è soltanto un bel sogno d'estate?

Non me ne voglia, caro Presidente, se aggiungo questa, alle altre richieste che certamente Le sono state e Le saranno presentate in questi giorni. Sappiamo che la soluzione non dipende da Lei, ma sappiamo anche che Ella può dare un contributo determinante, convincendo i governanti a fare quel che dovrebbero.

Con affetto Le affidiamo noi italiani d'Argentina, le nostre speranze. (Mario Basti)


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