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INFORM - N. 51 - 12 marzo 2001

A colloquio con P. Isaia Birollo, nuovo Superiore Generale dei missionari scalabriniani: Il cuore dei migranti

ROMA - Sulla cattedra del suo studio c’è una pila di telegrammi giunti subito dopo la nomina a Superiore Generale della Congregazione Scalabriniana. Padre Isaia Birollo è il quindicesimo successore di Scalabrini alla guida dei 738 missionari che in 27 nazioni lavorano per coloro che "più acutamente vivono il dramma delle migrazioni".

Nato in provincia di Padova 59 anni fa, è stato missionario negli Stati Uniti, a Porto Rico, ad Haiti e in Sudafrica. Oltre all’italiano, parla l’inglese, lo spagnolo e il creolo. Ed ha esperienza di governo: è stato Superiore Provinciale negli Stati Uniti e Vicario Generale della Congregazione Scalabriniana.

Padre Isaia, qual è lo stato d’animo di un nuovo Superiore Generale?

Sono contento di mettermi al servizio della Congregazione in questo modo particolare e so di potere contare sulla ricchezza dei confratelli. Poi i sentimenti sono diversi, legati ad un nuovo inizio, a questa che sento come una nuova destinazione missionaria. Sono sempre sensazioni diverse, anche se se di cambiamenti ne ho fatti tanti.

Parlaci delle tue esperienze missionarie.

Sono sacerdote da 35 anni, tre dei quali come Superiore Provinciale a New York e sei come Vicario Generale a Roma. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in luoghi lontani, a contatto con la gente, con popolazioni nuove.

All’inizio della mia esperienza ci sono stati i sei anni trascorsi in Portorico. Lì ho potuto assimilare aspetti fondamentali della cultura latinoamericana, che hanno costituito un bagaglio importante per il lavoro pastorale che ho svolto poi negli Stati Uniti.

Dove negli Stati Uniti?

A Newark, nello Stato del New Jersey. La nostra parrocchia era nel ghetto, nella parte più povera della città, rifugio degli immigrati latinoamericani e dei poveri della città. Quando ci sono andato, nel 1980, le strade e le case portavano ancora i segni dei tumulti razziali che per dieci giorni, nel ’67, avevano messo a ferro e fuoco il ghetto. Sono stati anni duri, ma il nostro posto era proprio lì, tra gli ultimi e i poveri. Anche Madre Teresa di Calcutta, chiamata dall’arcivescovo di Newark, scelse il territorio della nostra parrocchia per aprire una casa della carità.

Più tardi mi trasferii in Florida, tra i lavoratori stagionali, per la maggior parte messicani ed haitiani. Arrivavano alla fine di settembre e si fermavano fino a maggio per la raccolta di agrumi e di ortaggi. Succedeva che tranquille cittadine di 15.000 abitanti improvvisamente raddoppiavano.

Ero là nel tempo in cui agli immigrati irregolari era stata data la possibilità di regolarizzare la loro posizione: la nostra parrocchia fece un notevole lavoro anche in quella occasione.

Quella degli scalabriniani è una missione di frontiera. Sappiamo che le frontiere dividono, ma possono anche diventare occasioni di incontro.

Mi sono sempre trovato tra popolazioni "mischiate". Anche a Cape Town, in Sudafrica, dove mi trovavo appena un mese fa, incontravo italiani, portoghesi, latinoamericani, haitiani, e naturalmente sudafricani. L’esperienza mi dice che quando gruppi etnici non comunicano, e anzi sono tenuti separati, nascono divisioni, diffidenze, pregiudizi e, spesso, rifiuto. Invece, quando si fa circolare l’idea che ci si può incontrare e conoscere, quando si costruiscono occasioni in cui appare che la diversità può rivelarsi una ricchezza, allora si costruiscono ponti che superano le frontiere. E questo è proprio quanto stanno facendo, e devono continuare a fare, gli scalabriniani.

Essere "uomini-ponte" come lo era Scalabrini…

Essere uomini che lavorano in frontiera significa essere capaci di fare incontrare le persone, nel rispetto reciproco, nella comune dignità e nella valorizzazione delle diverse ricchezze culturali e religiose. Prima, però, bisogna uscire dai propri schemi, muoversi, cercare il modo di incontrare veramente gli altri. E significa avere la capacità di commuoversi, di lasciarsi toccare dai migranti; significa essere capaci di aprire quando bussano alla porta del tuo cuore e della tua casa.

Il centro della missione scalabriniana è dunque la testimonianza.

Nel documento che è stato consegnato a tutti gli scalabriniani al termine di questo Capitolo Generale si sottolinea in maniera forte il valore della testimonianza. Si dice che le nostre comunità, formate da religiosi di diverse culture, lingue ed etnie, sono già di per se stesse un segno efficace di cambiamento, soprattutto in regioni dove la diversità provoca conflitti e coesistenze difficili. La forza della missione nasce da qui, prima ancora che da posizioni importanti; l’efficacia nasce dall’essere con i migranti, e non dall’occupare la cima di una piramide ideologica.

I migranti sono 150 milioni, 200 milioni se si aggiungono i profughi e gli sfollati, mentre gli scalabriniani sono 670. E’ una sproporzione enorme. Come si fa?

Anzitutto è importante scegliere le posizioni in base alle possibilità che si hanno. Con fiducia e disponibilità, perché ci sono già segni confortanti: in alcune aree della Congregazione scalabriniana si sta vivendo una rinnovata primavera vocazionale. Inoltre stanno crescendo un po’ ovunque gruppi di "laici scalabriniani" che con creatività si dedicano al servizio dei migranti.

Non vanno inoltre dimenticate le tante associazioni e organizzazioni che si stanno impegnando per i diritti dei migranti e per la loro difesa. Uno dei progetti dei prossimi sei anni è di promuovere una rete di Organizzazioni Non Governative (ONG) dirette, animate o ispirate dagli scalabriniani.

Ci sono nuove realtà, nuove dimensioni e aperture. E’ giusto parlare di "rifondazione" della Congregazione scalabriniana?

Il termine "rifondazione" non mi entusiasma molto. Quando vent’anni fa, negli Stati Uniti, alcune congregazioni religiose lanciarono il progetto di "rifondarsi", ad essere interessata di solito era una cerchia ristretta di individui, una specie di elite distinta da tutto il resto.

Ora, noi scalabriniani riconfermiamo l’unità e la continuità di un cammino iniziato dal Beato Scalabrini. Nonostante difetti e difficoltà, riconosciamo le cose positive che il Signore opera attraverso di noi ed insistiamo su questa via. Il compito che abbiamo è di vivere con creatività l’originario carisma di Scalabrini.

Parliamo di questo originario carisma di Scalabrini…

Scalabrini ha incarnato la dimensione profetica della denuncia e, nello stesso tempo, ha intravisto e annunciato nelle migrazioni una funzione provvidenziale. Da qui, la missionarietà scalabriniana consiste nel testimoniare ed annunciare la buona notizia del Regno ai migranti che più acutamente vivono il dramma delle migrazioni. Significa evangelizzare e valorizzare la cultura del migrante, e costruire continuamente il dialogo e la comunione tra le diverse culture.

Nel documento consegnato a tutti gli scalabriniani si legge a questo proposito: "Il migrante ci interpella e ci sfida a vivere i valori dell’apertura, dell’accoglienza, della comunione della diversità, leggendo, come Scalabrini, la realtà migratoria in una prospettiva provvidenziale e profetica. Questo ci porta a guardare le migrazioni con gli occhi di Dio e ad ascoltare la parola di Dio con il cuore del migrante". Qui c’è, in sintesi, tutto il carisma scalabriniano.

Le società odierne, segnate dall’individualismo, dalla paura e dall’odio, sapranno ascoltare questo messaggio?

Le nostre società sono un terreno che deve essere coltivato, e noi siamo una piccola Congregazione che cerca di gettare buone sementi. Sappiamo che nasceranno buoni frutti, ma sappiamo anche che ci vuole tempo e fatica. Non ci sono formule magiche per continuare nella costruzione di società integrate, in cui nessuno è escluso, emarginato e sfruttato. (Gianromano Gnesotto-L'Emigrato /Inform)


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