* INFORM *

INFORM - N. 51 - 12 marzo 2001

CIAMPI IN URUGUAY - RASSEGNA STAMPA

La Repubblica, 12.3.2001

Ciampi agli italiani in Uruguay. "Siete quasi in Parlamento"

MONTEVIDEO - Ha sperato fino all'ultimo. Niente da fare. Comincia così dalla delusione per l'occasione mancata, questo viaggio di Carlo Azeglio Ciampi in America Latina.

Subito nell'Uruguay, rifugio di italiani in esilio già a partire dai primi decenni dell'Ottocento, esuli ai quali si unirono dal 1841 al ‘48 Giuseppe Garibaldi (il presidente ha visitato la casa), e un secolo più tardi anche gli antifascisti del conte Sforza. Poi, da martedì, in Argentina. Rimpianto che diventa imbarazzo p er la "delusione" della comunità nazionale che vive qui, arrivata a salutarlo nella casa degli italiani di Montevideo.

Comunità vistosamente combattuta fra il calore dell'ospitalità e l'irritazione per una legge (quella sul voto dei connazionali all'estero) che c'è ma non si vede. È fatta, ma non è applicabile. Dunque non serve per la prossima tornata elettorale. Rischia d'essere proprio questa la "colonna sonora" della visita di Ciampi in terra sudamericana. Musica che promette di farsi più intensa ancora in Argentina, ma che già qui a Montevideo ha costretto ieri l'ambasciatore italiano a incontrare un'ora prima dell'arrivo di Ciampi, per calmarli, esponenti della comunità nazionale che avevano intenzione di "farsi sentire" dal presidente.

Sono le prime avvisaglie della protesta annunciata e profetizzata nelle settimane scorse da Mirko Tremaglia (uno dei padri politici e spirituali della legge) anche come strumento di pressione verso il Parlamento? Si vedrà. Deve essere anche per questo, tuttavia, che già nel suo primo discorso appena atterrato in terra uruguayana, il presidente italiano ha sentito il bisogno di parlare subito della legge che c'è e di quello che ancora manca. "Contavo di portarvi l'attesa notizia del completamento delle procedure per l'esercizio del diritto di voto alle prossime elezioni italiane" ha detto subito, ma "la ristrettezza dei tempi necessari", aggiunta ai "numerosi e complessi adempimenti organizzativi" non l'hanno consentito. Ciampi dice di comprendere la "giustificata delusione" degli italiani in terra straniera. Anche se essa "nulla toglie al grande risultato ottenuto: la vostra partecipazione alla vita politica italiana con rappresentanti da voi eletti è un diritto ormai iscritto nella Costituzione della Repubblica". Adesso, e in modo definitivo, gli italiani all'estero sono "parte definitiva del Parlamento italiano, con una presenza che nei modi prescelti non ha uguale in nessun altro Stato".

Non lesina riconoscimenti, il presidente. Decenni di lavoro "non sono passati invano", dunque ecco il "salto di qualità" nell'impegno dell'Italia verso la propria comunità all'estero.

Un dovere morale, ma anche (questo Ciampi non lo dice) un business che allarga e globalizza il mercato mondiale dell'azienda Italia. Espandendo l'immagine nazionale di una lingua e di una cultura che diventano battistrada per la produzione industriale e nazionale. Attenzione però, "non illudiamoci: l'aspetta tiva diffusa per l'italiano come lingua di cultura è reale. Ma non attende: se non verrà soddisfatta sarà attratta da altri modelli culturali".

Qui, in uno "dei paesi più italiani del mondo" (metà del Parlamento locale è di origine italiana) il presidente italiano è arrivato ieri mattina da Roma, dopo sedici ore filate di viaggio spezzate solo sa una sosta tecnica a Capoverde. Trasvolata lunga, accorciata dal vento favorevole in coda. Allungata però dall'arrivo concordato per le nove di mattina per le cerimonie locali dell'accoglienza. Risultato? Per quasi un'ora l'aereo presidenziale ha volato a vuoto sui cieli di Montevideo, in attesa dell'appuntamento fissato a terra. (Giorgio Battistini)

Corriere della Sera, 12.3.2001

Voto agli emigrati, l’amarezza di Ciampi

Il presidente della Repubblica incontra la comunità: capisco la vostra delusione, ma il diritto è ormai scritto nella Costituzione. "Speravo di portarvi la buona notizia". Gli italiani in Uruguay: perché salta sempre la nostra legge?

MONTEVIDEO (Uruguay) - Quella questione gli stava così a cuore che l’aveva inserita nel discorso di insediamento al Quirinale. Sperava davvero, Ciampi, che si potesse garantire in tempi brevi il diritto di voto per gli italiani all’estero: tutti i partiti giuravano di volerlo.

E adesso, presentarsi a mani vuote davanti alle nostre comunità di Uruguay e Argentina senza annunciare una legge attesa da anni, lo obbliga a rendere espliciti il rimpianto e l’amarezza. "Capisco la vostra giustificata delusione", dice, e resta sottinteso che è anche la sua. Ma questo sentimento "nulla toglie al grande risultato ottenuto".

Infatti, spiega, "la vostra partecipazione alla vita politica nazionale, con rappresentanti da voi eletti, è un diritto ormai iscritto nella Costituzione della Repubblica".

Hai voglia a spiegare che i modi e i tempi con cui si è arrivati allo scioglimento delle Camere hanno costretto a sacrificare proprio le norme attuative di quella riforma. I cinquecento emigrati che affollano la Casa degli italiani di Montevideo interrogano i cronisti ("perché salta sempre la nostra legge?"), però non riescono ad appassionarsi alle alchimie della politica romana: educatamente rassegnati, ascoltano spiegazioni che non comprendono. Come Armando Pizzuti, presidente dei Comites, che recrimina: "Siamo dispiaciuti, finirà che andranno alle urne solo gli emigrati della terza generazione... per tanti sarà troppo tardi". Si sentono "abbandonati dall’Europa" e a rischio di un nuovo "colonialismo commerciale", e chiedono a Roma di "fare di più", "non con elemosine" ma almeno contrastando "una globalizzazione che schiaccia anche questa nostra seconda patria".

Sono umori che il capo dello Stato percepisce, tanto da indurlo quasi a scusarsi. "Contavo di portarvi l’attesa notizia del completamento delle procedure per l’esercizio del diritto di voto fin dalle prossime consultazioni", ma "la ristrettezza dei tempi necessari per i numerosi e complessi adempimenti amministrativi" (cioè la stesura dell’anagrafe e degli aventi diritto, la bonifica delle liste, ecc.) "non ha permesso che il vostro, il mio desiderio si attuasse da subito". Fin qui l’autocritica per conto terzi, nel senso che responsabile del lavoro lasciato a metà è il Parlamento. Un’autocritica alla quale Ciampi aggiunge una certificazione sul valore del percorso comunque compiuto: quel diritto è già inserito nella carta costituzionale, "gli italiani all’estero sono parte attiva del Parlamento italiano, con una presenza che nei modi prescelti non ha l’uguale in nessun altro Stato". Non esagera, il presidente: alle nostre comunità è riconosciuta una "costituency" assolutamente unica, con la possibilità di eleggere e mandare a Roma candidati propri, cosa che non avviene con gli emigrati di altri Paesi.

Ci vuole un altro po’ di pazienza. E del resto ne hanno avuta tanta, gli italiani del Sudamerica. Quelli che sbarcarono sul Rio de la Plata agli inizi del ’700, essendo tra i fondatori di Montevideo. Quelli che nell’800 cercarono qui "un avvenire migliore", e si sono poi moltiplicati con approdi successivi, arrivando a mettere insieme un’anagrafe di un milione e mezzo di cognomi di origine italiana, e novantamila tengono nel comò il passaporto con lo stellone. A loro, il capo dello Stato racconta un progetto per "mettere a frutto questa italianità" dispersa ma ancora viva, rinnovando "un patto di fiducia e di impegno" che partirà dalla salvaguardia dei "valori fondamentali che ci uniscono", di qua e di là dell’Atlantico: "La famiglia, la cultura, la lingua, i caratteri dell’identità". È un intreccio di rapporti da irrorare e irrobustire, e Ciampi lo dice subito dopo aver visitato la povera casa museo di Garibaldi, l’eroe dei due mondi che giusto 140 anni fa scrisse "L’atto di nascita dell’Italia unita e indipendente". (Marzio Breda)


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