* INFORM *

INFORM - N. 50 - 9 marzo 2001

Le anticipazioni del "Dossier Statistico Immigrazione 2001" della Caritas. L’Italia come laboratorio avanzato di convivenza interculturale: la globalizzazione etnica

ROMA – Le anticipazioni del "Dossier Statistico Immigrazione 2001" della Caritas attestano alla fine del dicembre del 2000 la presenza in Italia di 1 milione e 338 mila soggiornanti stranieri registrati: aggiungendo i minori e i permessi ancora in corso di registrazione si arriva a sfiorare, se non a superare, 1 milione e 700 mila persone. Secondo le registrazioni finora effettuate, l’aumento dei soggiornanti intervenuto nel corso del 2000 è stato di 138.000 unità, al netto di chi era residente e ha lasciato l’Italia o di chi era venuto per rimanere solo temporaneamente. Per quanto sia più prudente attendere dal Centro Elaborazioni Dati del Ministero dell’Interno la verifica dei nuovi dati, anche perché un certo numero di permessi risulta ancora da registrare, fin da ora si può dire che l’Italia è divenuto un grande paese di immigrazione, il quarto dell’Unione Europea, specialmente in forza dell’accentuato ritmo di aumento.

L’incidenza degli immigrati sulla popolazione residente, supererà l’anno prossimo anche in Italia la soglia del 3% (ora siamo al 2,9%) e tra due anni la presenza effettiva straniera sfiorerà o supererà i due milioni di persone. Secondo l’équipe di redazione del "Dossier" è tempo, quindi, di prendere atto che siamo diventati una terra di immigrazione stabile e di tirare le conclusioni più coerenti a livello di politiche da condurre. Negli stati più industrializzati, a partire dagli Stati Uniti, il fenomeno dell’immigrazione è strettamente congiunto con quello della globalizzazione e si presenta come un segno di modernità. Perciò è fuori posto concludere che quello italiano sia un caso anomalo rispetto a quanto avviene nell’Unione Europea. Quanto a numero di immigrati siamo lontani dai 7 milioni e 300 mila della Germania (9%), dai circa 4 milioni della Francia (6%), ma non così tanto dalla Gran Bretagna (poco più del 3%), che ha una popolazione immigrata di 2 milioni e 207 mila; anche la media dell’Unione Europea (5%) è di due punti superiore rispetto all’Italia. Pur nella difficoltà di comparare dati nazionali, acquisiti attraverso diversi sistemi di rilevazione, quanto ai nuovi ingressi sembra che l’Italia abbia superato la Francia e non è così lontana dalla Gran Bretagna (più di 200.000 nuovi ingressi l’anno), mentre resta distanziata dalla Germania (più di 600.000 l’anno, in buona misura anche per lavoro temporaneo).

L’Italia, crocevia tra Europa, Asia e Africa e legata da forti rapporti con il continente americano, accoglie una presenza straniera molto diversificata quanto a provenienze nazionali. Da vari anni la composizione continentale rimane caratterizzata allo stesso modo: 40% europei, 30% africani, 20% asiatici e 10% americani. All’interno di ciascun continente, però, sono in atto delle modifiche quanto ai paesi di provenienza:

- i comunitari scendono al 10,8% sul totale delle presenze, la percentuale più bassa in tutti gli Stati membri, e i nordamericani al 3,6%;

- tra gli europei dell’Est è crescente il peso degli immigrati balcanici;

- l’Africa del Nord mantiene un ragguardevole 18,5% e l’Estremo Oriente il 10,3%, livello peraltro già raggiunto nel 1990;

- aumentano la loro incidenza l’Europa dell’Est (27,4%) e il Subcontinente Indiano (7,5%).

Se ci riferiamo all’aumento intervenuto negli ultimi anni, le percentuali più rilevanti spettano al Subcontinente Indiano, all’Europa dell’Est e all’Estremo Oriente. Rispetto all’aumento dell’ultimo anno del 10,9%, paesi come Cina, India e Bangladesh per l’Asia, e come Albania, Macedonia e Romania nell’Est per l’Europa hanno conosciuto aumenti eccezionali che vanno oltre il 20%. Marocco, Albania, Romania, Filippine e Cina sono i primi cinque paesi, che tra l’altro rafforzano la loro quota sul totale delle presenze (37,1% rispetto al 32,6% del 1998): tra di essi non vi sono più gli Stati Uniti, la Romania scalando cinque posizioni è passata al terzo posto e come quinta si è inserita la Cina, precedendo Usa e Tunisia. Continua ad essere vero l’assunto che l’Italia è un crogiolo di nazionalità, così come avviene negli Stati Uniti, mentre in altri paese il grosso delle presenze è costituito da poche nazionalità. Quando di parla delle prospettive della società interculturale è a queste differenti provenienze che bisogna pensare come base per le politiche da condurre, politiche che, se ben finalizzate, consentono di fare dell’Italia un laboratorio avanzato di convivenza, caratterizzata com’è da un grado così accentuato di "globalizzazione etnica".

Quasi 3 ogni 10 soggiornanti hanno il permesso di soggiorno per motivi familiari e altri 6 per motivi di lavoro: in altre parole si tratta di una immigrazione fortemente stabile. Le donne (il 46% del totale) sono maggiormente rappresentante tra i 355.000 soggiornanti per motivi familiari (8 su 10), gli uomini tra gli 851.000 soggiornanti per motivi di lavoro (7 su 10). Rispetto allo scorso anno si riscontrano 47.000 persone in più per motivi familiari (ma sarebbero di più tenendo conto dei minori non registrati a titolo personale) e di 94.000 unità in più per motivi di lavoro. Se si tiene conto che anche le persone presenti per ricongiungimento familiare possono esercitare un’attività lavorativa, la forza di lavoro immigrata supera potenzialmente il milione di unità (oscillando tra il 3,7 e il 4,3% della forza lavoro totale: 23,3 milioni di unità). Appare così con evidenza come l’impatto sul mondo del lavoro sia ben più consistente dell’impatto sulla popolazione residente (2,9%) e come la presenza immigrata sia innanzitutto una questione lavorativa.

Anche i nuovi dati confermano la tendenza all’insediamento territoriale, per cui le due aree del Nord svolgono una funzione di calamita per le forti potenzialità occupazionali, fino ad arrivare alla quota del 55% della presenza totale alla fine del 2000. Il Centro Italia conserva il 30% delle presenze ed esercita una forte attrazione culturale e di inserimento nei servizi nell’area romano-laziale, mentre la Toscana offre ulteriori spazi di inserimento in vari settori produttivi. Il Meridione perde, invece, alcuni punti percentuali, acquisiti in occasione dell’ultima regolarizzazione. Sono 35 (cinque in più dell’anno scorso) le province italiane con più di 10.000 immigrati adulti. La provincia di Roma resta la capitale dell’immigrazione (223.000 soggiorni registrati), ma quella di Milano è meno distante (174.000), mentre il Lazio (246.000) viene staccato sempre più dalla Lombardia (308.000). Si rinviene una dimensione radicata dell’immigrazione in tutte le aree del paese, seppure con una diversa incidenza sulla popolazione: uno ogni cento abitanti nel Meridione, tre volte di più nel Nord Ovest e quattro volte di più nel Centro e nel Nord Est. L’area di più forte attrazione dell’immigrazione si colloca al di sopra di Roma, in direzione Nord, e coinvolge anche alcune Regioni del Centro. Lo sbocco più intenso si concentra in un quadrilatero, costituito da un certo numero di province del Triveneto, della Lombardia, dell’Emilia Romagna, della Toscana e delle Marche, e cioè da quelle aree nelle quali la realtà produttiva e occupazionale è più forte.

Il Nord-Est è dunque un’area che riesce ad assorbire i regolarizzati e ad aprirsi ai nuovi flussi e rivela altresì una potenzialità omogenea di accoglienza quanto all’insediamento familiare, alla stabilità di residenza e all’inserimento lavorativo, mentre la debole capacità di risparmio sembra indicare gli alti costi di tale insediamento. Nel Nord-Ovest, dove l’insediamento migratorio è di più vecchia data, è palese la dimensione familiare e, salvo in Liguria, è soddisfacente anche l’inserimento lavorativo. Nel Centro l’insediamento familiare non è così accentuato, così come non lo sono alcuni indici del processo di integrazione (casi di cittadinanza e matrimoni misti) e le possibilità del mercato occupazionale, mentre è più soddisfacente l’invio delle rimesse forse a seguito di una maggiore propensione all’imprenditorialità etnica. L’area romano-laziale è, comunque, ben diversa da quella toscana, perché quest’ultima è più assimilabile al Nord. Il Meridione funge da polo di attrazione per le regolarizzazioni e per gli sbarchi di emergenza e successivamente da polo di smistamento, sia perché la gente lascia queste regioni dopo aver fatto il proprio progetto migratorio, sia perché è rimpatriata una quota delle persone prima presente per motivi umanitari. Le Isole, rispetto alle altre Regioni del Sud, si trovano meglio caratterizzate quanto a stabilità di residenza e inserimento lavorativo, anche nel lavoro autonomo. Le differenze di area trovano composizione all’interno di una comune tendenza dell’immigrazione a una maggiore stabilità e ciò sottolinea l’urgente necessità di potenziare le politiche di integrazione, cosicché una situazione di fatto possa diventare formalmente assunta dalla società italiana: "L’immigrazione in Italia non può più essere considerata un temporale di passaggio, ma un vero fenomeno sociale".(Antonio Ricci – Inform)


Vai a: