* INFORM *

INFORM - N. 46 - 5 marzo 2001

Mondializzazione ed emigrazione. Riflessioni più pacate dopo i Forum di Davos e di Porto Alegre

L'appuntamento dei magnati dell'economia mondiale a Davos a fine gennaio scorso, nella bella stazione innevata nel cuore dell'inverno svizzero, e quello della socialità mondiale di Porto Alegre, nel cuore ridente dell'estate sud-brasiliana del Rio Grande do Sul, concomitanti ed antagonisti, sono già alle nostre spalle.

La stampa internazionale continua a parlarne ampiamente. Nondimeno l'eco tende a mitigarsi. Più moderate suonano ora le valutazioni di alcuni dei protagonisti ritornati a casa loro, del nordamericano John Sweeny, Presidente dell'AFL-CIO, la più importante centrale sindacale statunitense, di Thabo Mbeki, Presidente del Sud Africa, di Vandana Shiva, Direttrice della "Fondazione indiana per la scienza, la tecnologia e l'ecologia".

Sono soprattutto i flussi migratori provocati dal bisogno ed insieme dai conflitti e dalle catastrofi naturali, che inducano ad un recupero di oggettività e ad una presa di distanza dai fatti in se stessi. Nessuna delle due assise, né Davos né Porto Alegre, ha affermato di dover ripiegare su noi stessi, di doverci circondare di barriere doganali, di fare diga agli investimenti della multinazionali, per quanto invise esse siano, di revocare in dubbio la libertà di movimento della gente. D'altronde, per quanto concerne quest'ultima libertà la circolazione delle forze-lavoro è meno destabilizzante, in taluni periodi di crisi, della circolazione dei capitali.

A Porto Alegre le decisioni dell'OMC (l'Organizzazione mondiale del Commercio), uno dei protagonisti di Davos, sono state giudicate forme di protezionismo mascherato. Da Davos è stata reiterata la promessa, che tarda ad essere onorata, di aprire i mercati occidentali (Europa ed Usa) alle esportazioni del Sud del pianeta. E di solo commercio si tratta. Da Porto Alegre si è risposto che il capitalismo mondiale si ostina a non prendere in conto gli aspetti e valori non-commerciali dell'agricoltura, cioè l'adeguamento e la cura del territorio e dell'ambiante, la qualità del vivere su di esso, il mantenimento dell'equilibrio tra l'uomo e la natura. Vale più collocare un milione di piccoli coloni e coltivatori diretti, che bastano a se stessi e sono contenti di se stessi, in America Latina, in Indonesia ed in India, che un milione di ettari messi a a cultura intensiva di soia da una multinazionale di azionisti satolli.

La caduta momentanea del Nasdaq, il gruppo della borsa tecnologica, nell'andamento spasmodico di alti e bassi della new economy, o l'annuncio che la crescita mondiale sarà quest'anno del 3,5% invece del 4,2% previsto, preoccupano e rattristano più del terremoto nel Rajasthan indiano.

La contestazione contro la ridda del progressismo e del consumismo è emersa a Porto Alegre, come l'anno prima alla conferenza dell'Omc a Seattle, in un sovrapporsi di motivi e di movimenti tra socialismo, libertarismo ed evangelismo. Sono stati evocati gli uccelli dell'aria ed i gigli dei campi di Sőren Kierkegaard, il teologo protestante danese contrapposto al tedesco Max Weber, protestante anche lui ma che parve assolvere il capitalismo con la sua "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo". Una depurazione se non una giustificazione del produttivismo individualista ed imprenditoriale a beneficio di molti? Ma al Forum di Porto Alegre che si è tenuto sul campus dell'Università Cattolica non sono stati ammessi alcun riscatto, alcuna attenuante alla logica affaristica del capitalismo. C'erano la teologia della liberazione, il leggendario Lula, fondatore del Partito dei Lavoratori Brasiliani, la cui ispirazione ideologica va dai cristiani di sinistra ai trotzkisti, "Via Campesina", il movimento dei piccolo agricoltori latino-americani, gli zapatisti del Messico, le comunità degli Indios dell'Ecuador, l'ex Presidente algerino Ahmed Ben Bella, lo scampato ai massacri di Timor-Est José Ramos Hosta, premio Nobel della Pace 1996, il senegalese Oussignou Sané del movimento africano per l'agricoltura contadina (APM), le madri argentine di Plaza de Mayo guidate da Hebe de Bonafini.

Non abbiamo citati che alcuni, della galassia dei convenuti. Ci soffermiamo un momento sulla singolarità della presenza francese. Due ministri del governo di Jospin, François Huwairt (commercio estero) e Guy Hascoet (solidarietà sociale) erano a Porto Alegre, mentre Laurent Fabius, ministro dell'economia, era stato inviato a Davos. Spregiudicatezza francese? Di sua esclusiva iniziativa ha sfilato per le vie di Porto Alegre ed ha parlato dul campus universitario l'ex ministro dell'Interno Jean Pierre Chevènement. E' stato apostrofato nemico dei "sans papier", degli immigrati clandestini in Fancia; ha provocato la collera del manipolo della Lega dei comunisti rivoluzionali (l'LCR) sbarcati anch'essi da Parigi dietro il loro nume Alain Krivine. Chevènement imperterrito ha continuato ad inalberare la bandiera della indipendenza di giudizio e dell'umanesimo della Francia.

Un altro francese di grido era là, José Bovet della Confédération Paysanne, tanto fervido e solidale con gli amici latino-americani da unirsi ai nerboruti gruppi dell'Associazione dei "Senza Terra" di Pedro Stadile in una spedizione sui campi per sradicare esemplarmente piante di mais e di soia transgeniche di Nao-Me-Toque della Società Monsanto poco lontano dalla città universitaria. Bovet si era segnalato per interventi di questo genere nei Mc Donald's in Franca. La polizia brasiliana ne decretò l'immediata espulsione ma la pubblicità che si era guadagnata gliene risparmiò l'esecuzione mediante un opportuno "habeas corpus".

Tra Davos e Porto Alegre si sono incrociati concetti molteplici di globalizzazione e di mondializzazione. Siamo alle ultime tappe della omogeneizzazione dei mercati? Dopo di che non abbiamo che da godercela, gareggiare e produrre, produrre e competere; accontenteremo presto anche gli ultimi emarginati, perché anche le briciole finiranno con l'essere abbondanti…

Ci sono però i pessimisti e gli impazienti, per i quali il debito del terzo mondo non promette di essere cancellato interamente, anzi, una volta cancellato o ridotto sostanzialmente, ne ingenererà altri. Le migrazioni che si riversano sempre più in massa dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi sono lungi dall'essere prese in conto e dal farsi oggetto di una attenzione sistematica e di misure globali. Dov'è la mondializzazione della solidarietà internazionale? Lo sviluppo è ineguale: i mercati più che liberi e intercomunicanti in un unicum organico, sono anarchici, creatori di nuove ingiustizie. Dopo molti decenni, possiamo dire dopo un secolo e mezzo di ingestione di socialismo, marxismo, socialdemocrazia, spartiti tra Ovest e Est, che non furono altro che perseguimento velleitario di globalizzazione pianificata di sinistra, viviamo ora un mondo tutto capitalista, dove le economie degli ex Paesi socialisti e quelle dei Paesi governati a lungo dalla socialdemocrazia si affrettano a tutto riprivatizzare.

Ma l'arbitrio frenetico del privato scopre i limiti del capitalismo. Il vecchio socialismo ed il socialismo dei giovani post-crollo del muro, ancora inebetiti dal fallimento del socialismo reale e dall'implosione dell'URSS, si ritrovano ora in una critica del capitalismo che non è più quella loro classica. Inclinano, almeno in parte, o si orientano, almeno incipientemente, verso una visione correttiva del capitalismo (solidalismo in luogo della lotta di classe), ovvero francamente verso le Encicliche portatrici di una critica etica e di indicazioni tradizionalmente più coerenti ed intransigenti sul piano etico stesso.

Sia pure confusamente, questo hanno espresso, specialmente in alcuni interventi più significativi, i due Forum di Porto Alegre e di Davos. (Alberto Marinelli-Inform)


Vai a: