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INFORM - N. 37 - 20 febbraio 2001

Messaggero di sant'Antonio

Ancora una riflessione sulla Conferenza di Roma. Parola d’ordine: reciprocità

Gli italiani in patria e all’estero devono accettare la loro reale diversità e cercare un equilibrio basato sulla solidarietà e sulla reciprocità culturale.

Negli interventi alla Prima Conferenza degli italiani nel mondo, sono state date come acquisite le risposte a due domande che toccano il "soggetto" della nuova politica migratoria, e cioè: Chi sono gli italiani nel mondo? Qual è la funzione dell’associazionismo dei nostri emigrati? In entrambi i casi, a mio avviso, sono necessarie ulteriori precisazioni se si vogliono evitare malintesi e possibili fenomeni di rigetto. La risposta al primo quesito tocca infatti il tema ancora da chiarire della reciprocità culturale fra le due Italie, mentre la risposta al secondo presuppone una discutibile capacità politica dell’associazionismo migratorio in genere.

Sempre facendo riferimento al primo quesito, nelle relazioni ufficiali si intrecciano due risposte: gli italiani nel mondo sono "gli italiani all’estero" o "gli italiani in Italia". Se la prima risposta è corretta, e cioè "sono gli italiani che un giorno emigrarono e che ora vivono all’estero", allora soggetto della nuova politica migratoria italiana dovrebbero essere anzitutto le comunità della diaspora italiana, sparse in tutto il mondo; comunità che, nonostante la diversa e irriducibile problematica locale, hanno in comune l’origine e l’affetto per la madrepatria.

In realtà, alla Prima Conferenza degli italiani nel mondo, la diaspora era presente e ha parlato. Sul podio, però, sono saliti molto più numerosi i politici, latori di un’agenda partitica che riguardava in primo luogo la situazione politica italiana (alla vigilia delle elezioni) e solo indirettamente la realtà degli italiani all’estero.

Quindi diventa legittima la seconda risposta, e cioè: "gli italiani nel mondo sono gli italiani che vivono in Italia e che vogliono avere una presenza economica, politica e culturale più incisiva e apprezzata nel mondo e che, a tale scopo, intendono meglio avvalersi della partecipazione degli emigranti alla vita italiana mediante il voto italiano all’estero". In questo caso, ovviamente, sono da considerarsi soggetti o beneficiari della nuova politica migratoria, gli italiani che vivono in Italia e solo indirettamente quelli che risiedono all’estero.

I discorsi ufficiali hanno proposto ora un’altra interpretazione, presupponendo un’unica Italia, che palpita con uno stesso cuore nella penisola e nel resto del mondo. Se si mettessero però da parte la retorica e gli interessi di parte, non dovrebbe essere difficile percepire che, al di là della comune origine, si tratta di due realtà rese distinte dalla diversità dell’ambiente in cui si sviluppano.

La sfida culturale

I legami culturali non sono mai a senso unico, ma esigono rapporti di scambio e di reciprocità. Nelle nazioni di accoglimento gli italiani che vivono all’estero hanno fatto l’esperienza di ricevere e dare "cultura", un processo vitale che non è mai indolore.

Il Canada, per fare un esempio, lotta da sempre per la sua sopravvivenza culturale. La sua politica multiculturale offre, infatti, a tutti i suoi gruppi etnici la possibilità di contribuire alla formazione della cultura nazionale. Nello stesso tempo, però, per proteggersi dall’invasione culturale degli Stati Uniti, il Canada ha fatto ricorso ad una legislazione protettiva nel campo dell’informazione, esigendo che, qualsiasi sia la loro provenienza, le trasmissioni radiofoniche e televisive ascoltate in Canada abbiano sempre una certa percentuale di contenuto canadese.

Così, quando nel novembre 2000, la Rai, insieme a 262 altri canali televisivi a pagamento, ha visto approvata la sua richiesta di trasmettere in Canada via satellite, ha dovuto accettare la norma secondo cui il 15% dei suoi programmi dovrà avere un contenuto canadese.

Una norma simile dovrebbe regolare i rapporti informativi fra le due Italie. Che cosa impedisce che, in tema di reciprocità culturale con la diaspora, l’Italia non segua l’esempio del Canada, e invece di affermazioni generiche, quali "dobbiamo promuovere l’informazione di ritorno", non stabilisca percentuali anche minime, ma precise, di contenuto migratorio, con l’obbligo per le emittenti italiane di rispettarle, offrendo periodicamente nei loro programmi informazioni sugli e dagli italiani all’estero?

Associazionismo e politica migratoria

Nei loro interventi alla Prima Conferenza degli italiani nel mondo, il ministro degli Esteri e altri oratori hanno menzionato più volte le associazioni degli italiani all’estero, elevandole al rango di referenti politici. Qualcuno ha detto apertamente che all’estero non servono i partiti, ma bastano le associazioni. Questi riferimenti all’associazionismo, come soggetto della politica migratoria, mi lasciano molto perplesso. In Canada, ad esempio, la maggioranza delle associazioni o dei club degli italo-canadesi sono nati per soddisfare esigenze paesane di tipo religioso o ricreativo. Dire che le associazioni degli italiani nel mondo sono avamposti di italianità e vanno promosse è più che giusto. Dire invece che possono sostituire i partiti è assurdo: non sono nate per far politica e manca loro la capacità di aggregazione e progettualità di tipo politico, quale si trova nei partiti.

Ma c’è di più. Oltre alla sua costitutiva apoliticità, l’associazionismo migratorio è caratterizzato dalla doppia cittadinanza, perché non discrimina fra membri italiani e stranieri e inoltre non rispecchia tutta la realtà dell’emigrazione.

Le associazioni degli italiani all’estero non fanno distinzione fra chi ha il passaporto italiano e chi non ce l’ha. In molti casi vi fanno addirittura parte persone non di origine italiana. Questa caratteristica mal si accorda con la pretesa di trasformare l’associazionismo estero in referente politico. Non solo, ma può causare dolorose divisioni nelle comunità italiane all’estero.

Facciamo l’esempio del Canada. A partire dal 1974, molte associazioni sono diventate membri del Congresso Nazionale Italo-Canadese che, per statuto, è il portavoce degli interessi degli italiani in Canada presso il governo federale e presso i governi provinciali. Ora sta succedendo che le stesse associazioni sono invitate a convergere nel Comites, che a sua volta ha il mandato di tutelare gli interessi di quegli emigrati che hanno ancora il passaporto italiano (e quindi di una sola parte dei membri delle associazioni) anche nei riguardi dei vari livelli di governo canadese. Le possibilità per malintesi e divisioni all’interno della comunità italiana sono quindi infinite, se non si procede col criterio della sincera collaborazione, della solidarietà e della chiara e concordata suddivisione dei compiti fra Comites e Congresso.

La promozione della lingua

Le associazioni sono poi espressioni dell’italianità all’estero, ma non ne esauriscono la presenza. Per darne prova, esaminiamo il tema della promozione della lingua italiana nelle nostre comunità all’estero. Dell’importanza di questa promozione si è molto parlato, prima e durante la Conferenza. Sono totalmente d’accordo su questa necessità, ma devo subito aggiungere che le associazioni di emigrazione, pur offrendo un generico contributo alla difesa della lingua italiana, non ne sono le prime promotrici. Né possono dirsi uniche promotrici della lingua italiana la Dante Alighieri o altri centri che organizzano l’insegnamento dell’italiano a spese e col riconoscimento dello Stato italiano. In Canada, ad esempio, la diffusione della lingua italiana ha dei partner nascosti, ma validissimi, che operano al di fuori dei canali ufficialmente riconosciuti. Mi riferisco a Radio Maria, alla Migrantes e allo Heritage Program del governo dell’Ontario.

In conclusione, una nuova politica migratoria deve tenere presente che nelle nazioni di accoglienza, accanto a fenomeni di rigetto, esistono e si rafforzano anche fenomeni di accoglienza e di crescita comune che vanno promossi, non turbati da iniziative nazionalistiche. Inoltre è sempre bene ricordare, in fatto di diaspora, che la nuova politica non può privilegiare un’Italia a spese dell’altra. Al contrario, essa deve avere come obiettivo la promozione di rapporti culturali che non siano a senso unico. Artisti, scrittori, imprenditori e lavoratori italiani che risiedono ed operano all’estero, non possono essere obbligati a tirarsi da parte, senza nessuna speranza di reciprocità, per far posto a quelli che la madrepatria, sotto la spinta della globalizzazione, intende sfornare oggi.

Di conseguenza, la mia risposta al quesito iniziale: "Chi è il soggetto della nuova politica migratoria?", è la seguente: non l’associazionismo migratorio che per natura non ha una funzione politica e neppure gli italiani che vivono all’estero o quelli che vivono in Italia, se presi separatamente. Soggetto della nuova politica migratoria sono invece tutti gli italiani, in blocco, considerati nella loro capacità di dare e ricevere cultura. "Reciprocità culturale" è il nome della nuova Italia. (Luigi Pautasso*-Messaggero di sant'Antonio/Inform)
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* Unione Migrantes Canada


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