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INFORM - N. 33 - 14 febbraio 2001

L'editoriale di "Corrispondenza Italia"(Inas-Cisl)

Italiani all'estero e dialogo internazionale delle civiltà

ROMA - Anche se è assai difficile che la legge ordinaria per l'esercizio del diritto di voto dei connazionali all'estero possa essere varata in tempo utile per le prossime elezioni di primavera, la speranza è l'ultima a morire. Più o meno queste le parole, cortesi ma intrise di scetticismo, che il ministro degli Esteri Dini ha pronunciato dinanzi ai rappresentanti della comunità italiana in Australia.

Non è tuttavia nostra intenzione esasperare il senso di delusione dei connazionali né eccitarli ad una "caccia al più colpevole". Preferiamo piuttosto invitarli a considerazioni di più alto profilo, che confortino allo stesso tempo il loro senso di appartenenza alla patria e il senso di appartenenza alle comunità di cui sono non solo ospiti ma anche costruttori, nei paesi in cui vivono e sono integrati.

L'Onu, come si sa, ha dichiarato il 2001 anno internazionale del dialogo tra le civiltà. E il Pontefice ha ricordato che essere uomo significa, di necessità, esistere in una determinata cultura, quella che si respira nella famiglia e nei gruppi umani con cui si entra in relazione, scambiando le diverse influenze ambientali in rapporto fondamentale con il territorio in cui si vive. Dunque: terra e cultura d'origine come patrimonio primario. Ma appartenenza non significa chiusura: persone e culture infatti si modellano e crescono nei dinamismi del dialogo.

Ecco una dottrina sociale della pace e dell'unità umana che i connazionali hanno sentito sempre profondamente e che, con il suo universalismo, ha compensato, anche per i più miseri e illetterati tra i vecchi emigrati del secolo scorso, le delusioni e il senso di abbandono trasmesso da amministrazioni e istituzioni spesso distratte, inefficienti, pasticcione e inadeguate.

Ma anche al di là dei limiti del sistema statuale-amministrativo italiano, sono tutti i sistemi nazionali, figli delle ideologie dell'800 e del 900, a risultare inadeguati e affannati di fronte alle sfide del rimescolamento tra i popoli che è solo uno degli aspetti (anche se primario, perché riguarda gli uomini) dell'era della globalizzazione.

Proprio in questi giorni compie 101 anni un pensatore, Hans Georg Gademer, che è forse la mente più lucida della filosofia contemporanea. E Gadamer dice che le basi dello Stato laico e del cosiddetto Stato di diritto (sì, quello Stato che , per esempio, dovrebbe provvedere e emanare le norme per rendere effettivo un diritto fondamentale della cittadinanza, come è quello di voto) sono inadeguati a governare il rimescolamento tra i popoli e le tensioni che ne derivano (razzismo, xenofobia, status delle minoranza, conflitti interetnici). Il rimedio? Il dialogo tra le grandi religioni. L'autentica eredità dell'Europa - evidenzia il filosofo - è la conquista di civiltà del rispetto reciproco, dopo secoli di guerre. Una tappa di questo percorso fu, nel 700, l'Editto sulla tolleranza di Maria Teresa d'Austria che fondò la convivenza tra i popoli del suo impero non sul rifiuto delle religioni e delle diversità culturali o etniche bensì sul senso della eccellenza della identità di ogni popolo. E' questo senso dell'eccellenza della propria appartenenze che fa sì che non si temano le minoranze e le diversità ma che le si accettino, nella consapevolezza delle proprie qualità che, lungi dall'essere indebolite nell'omologazione e nell'appiattimento, diventino elemento vincente e di sostegno alla mutua comprensione, accettazione e convivenza. (Corrispondenza Italia/Inform)


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