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INFORM - N. 28 - 7 febbraio 2001

Vito D’Adamo: L'eutanasia del voto all'estero. Restiamo "emigrati", altro che "italiani nel mondo"!

FRIBURGO/BR.-.Ogni enunciazione può essere posta e sviluppata da una fazione in diversi modi e direzioni e controbattuta da altra corrente con altrettanti argomenti. Sono questi gli artifizi, cui ricorrono i politici – non solo nostrani, ma specialmente -, ricchi di geniali quanto rovesciabili argomentazioni, che si rivelano spesse volte di problematica attuazione sul piano pratico, se non per gli effetti dilatori.

Questo in genere. Qui ci riferiamo al complesso della campagna pluridecennale, con che le forze politiche, ponendo e respingendo volta per volta le proposte d'estensione del diritto di voto in loco agli italiani residenti all'estero, hanno preferito giocarsi ogni affidabilità, piuttosto che pronunciarsi in modo chiaro e definitivo in materia, senza mai riuscire ad accantonare gli interessi "particulari", di casta e di partito.

I connazionali fuori nazione sono reputati cittadini italiani a pieno titolo solo quando si presentano in Italia per votare, altrimenti restano meri numeri della diaspora. Qualcuno considera addirittura inopportuna la loro tenace richiesta d'estensione del diritto di voto nei Paesi di residenza.

Una decodificazione delle tante lungaggini, avanzate dal partito trasversale per rinviare sine die, ostacolare o addirittura liquidare la questione del voto all'estero, opiniamo sia da ricercare nella scarsa considerazione, per non parlar di peggio, che si è sempre avuto nei riguardi del "diverso": il connazionale all'estero è visto e considerato "diverso" da parte del cittadino residente in Italia; il che rasenta – se non lo è appieno – il razzismo. All'applicazione di tale esecranda scelta, ampia parte della nostra classe politica ed una larga base dei suoi rappresentati, sembra, in effetti, con buona pace d'ogni sdegnata presa di posizione in contrario, tendere o addirittura aderire.

Un'altra delle realtà, risalente alla riforma degli articoli della Costituzione riguardo al numero dei senatori e dei deputati, da assegnare alla Circoscrizione Estero, è stata denunziata a chiari caratteri da Tobia Bassanelli: i parlamentari italiani non intendono affatto rinunciare a diciotto seggi per far posto a sei senatori e dodici deputati esterni. Vittorio Cristelli, poi, sul "Corriere d'Italia" del 27.01.2001, sub: "Date almeno il voto agli italiani all'estero!", così focalizza il duro scontro in corso alle due Camere: "…il motivo del contendere è nella ripartizione dei collegi, che comporta una rinuncia ad un pugnello di quelli nazionali…".

Ciò si supponeva, ma s'era sempre evitato di dirlo, forse per scaramanzia o per evitare di fornire altre argomentazioni agli interessati o perché, messi al cospetto degli effetti di un loro così grave abbaglio, gli avversari del voto all'estero non avessero a riprovare con rabbia a vanificare e con ogni mezzo quanto era stato il traguardo di lunghi anni d'attesa, come pare si stia tentando. Precauzioni inutili!

I politici nostrani, specie quelli che solitamente entrano nei novero dei parlamentari per il rotto della cuffia, paventano la possibilità di essere scavalcati dagli eletti nelle circoscrizioni estere, con conseguente rinuncia al potere che ne deriva, ed alle relative prebende. Questo timore coinvolge le aree politiche d'appartenenza, che corrono immediatamente ai ripari, trovando nel trasversalismo occulto il sistema per impedire tale guasto ai danni della loro forza di rappresentanza in Parlamento, necessaria alla riuscita dei loro disegni ed alle decisioni da prendere volta per volta. Il che non è poco. Ognuno, dunque, ogni raggruppamento, sa presentare e far valere le proprie ragioni, con passione ed argomenti di tale sottile capziosità, da fare invidia ai più acuti sofisti, di liceale memoria!

Ci domandiamo come sia possibile che a nessuno di questi politici sorga il dubbio che, da maggiorenni, ameremmo meglio conoscere la verità, che sapremmo anche affrontare con la dovuta dignità, se ci fosse dichiarata onestamente e non mediante ricorso a sotterfugi, messi in atto per prendere tempo a ché l'impresa fallisca per esaurimento dei termini o altro, e tuttavia presentati con tale abilità da permettere, in caso che il voto in loco sia accordato, il loro uso come argomento personale e di parte a favore del "successo" conseguito. Abbiamo ben afferrato nella loro duplice accezione il significato di parecchi interventi in materia, in cui si sono prodotti in questi ultimi giorni alcuni oratori in odore di trasversalità: "La normativa, come si presenta, va contro gli interessi dei nostri connazionali all'estero. Bisogna pertanto apportare modifiche, migliorarla, perché essi usufruiscono di una buona legge. Che ciò avvenga presto, per carità, ci raccomandiamo!". E intanto il tempo da perdere, secondo programmazione, s'è perso.

Appare difficile, stando le cose in questi termini, credere ancora che la legge ordinaria –, in effetti, una specie di regolamento d'attuazione per disciplinare l'estensione del diritto di voto, attivo e passivo, da esercitarsi in loco e per corrispondenza dagli elettori italiani nelle Nazioni di loro residenza -, possa essere approvata nello scorcio dell'attuale legislatura. Potrà realizzarsi, forse, alla prossima, mutate le cose da cambiare, a maggior gloria e responsabilità della coalizione vincente.

Noi corriamo il rischio, con le funesti conseguenze d'abbandono sempre sperimentate, di rimanere emigrati e non "Italiani nel Mondo", se alle buone intenzioni dell'ultima Conferenza non dovessero seguire i fatti subordinati alla sua titolazione, in buona o malafede essa sia stata posta. Al punto in cui siamo, inizia a delinearsi il fallimento degli obiettivi di fondo della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo, che non ha promosso a "cittadini italiani" gli emigrati, di cui alle precedenti. Non saremo, cioè, più elevati al grado di "Italiani che colorano il mondo", secondo lo slogan ufficiale, ma confinati nel grigiore di una diaspora senza fine. Quanta retorica, che luoghi comuni, quale ingenua mimetizzazione dei veri interessi, sottostanti a tutta la messa in scena!

Rimane – se fattibile e a che grado è tutto da vedere -, il proponimento di collaborazione economico-commerciale, lanciata dai responsabili autoctoni agli italiani, che "contano all'estero"; i quali sarebbero molto ingenui, se ritenessero di potersi affidare alle profferte, avanzate dai politici nostrani, essendo ben risaputo che questi ultimi si sono palesemente scoperti inadempienti quanto a promesse, sempre fatte e mai mantenute, ultima delle quali potrebbe essere la grossa impostura dell'estensione del diritto di voto ai connazionali all'estero nello scorcio dell'attuale legislatura.

Tutto questo, ma non solo: nel caso che la legge ordinaria dovesse passare, vi sarebbe poi tempo materiale per attuare le votazioni all'estero? Reputiamo la cosa poco fattibile, a meno che non intervenga un miracolo, ma di quelli veri, non certo all'italiana; salvo che non si voglia ricorrere al solito "pasticciaccio brutto", sperimentato anche ultimamente quanto a preparazione e conduzione delle varie conferenze, propedeutiche a quella realizzata a Roma nella sede della FAO.

Intanto si continua a discutere e a manovrare sotterra; in effetti a perdere e a prendere tempo, da una parte; e a sperare, dall'altra. L'immagine del politico italiano, si voti o non si voti all'estero al termine di questa legislatura, fatto salvo un esiguo gruppo, anch'esso trasversale, è in ogni caso scaduta e da un pezzo, né s'intravede possibilità di recupero. (Vito d'Adamo, de.it.press/Inform)


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